26/07/2022
ARRIVEDERCI PROFESSORE
di Stefano Vittori, dedicato al prof. Serianni
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Due professori ho avuto in tutta la mia vita, la mia professoressa di italiano delle medie e te. Grazie. Grazie di tutto.
Un giorno in aula dicesti: "Io non ho figli: voi siete i miei figli". Si legge ovunque di lezioni strutturate, lezioni dialogate, lezioni partecipate, a gruppi, a coppie, a terne, con e senza le TIC. (Cosa ci facciamo con tutto il tempo che risparmiamo usando tutti questi acronimi? A giudicare dal loro numero, direi che lo usiamo per inventare nuovi acronimi).
Tu entravi in classe e parlavi. Dietro di te una lastra di ardesia e un gesso.
E basta. Parlavi. Lezioni frontali. Più frontali della fanteria a Maratona.
E se qualcuno dice che va bene per gli adulti e non per gli adolescenti, gli suggerirei di chiedere al me di sedici anni, quanto avrebbe pagato per un Serianni in classe, e quanto gli è mancata una figura così a quell'età.
Alcuni metodi di insegnamento dicono che l'insegnante deve "sparire". Di base sarei perfettamente d'accordo: gli insegnanti che sostengono questi metodi di insegnamento dovrebbero sparire (senza le virgolette, però).
Lui col cavolo che spariva.
Lui parlava, al centro della pedana, e pure le mosche si fermavano per ascoltare.
E dopo cinque minuti tu sapevi solo che volevi sapere quello che sapeva lui.
La sola idea di fare bella figura con lui bastava a darti la forza di studiare, e a questo si aggiungeva la bellezza intrinseca della materia, che lui ti aveva fatto scoprire.
Io non so se quelle che lui ci trasmetteva, nelle lezioni frontali che oggi in tanti esecrano (forse perché non sarebbero in grado di farle, e dopo trenta secondi che parlano, col loro PowerPoint alle spalle, la gente preferirebbe spararsi alle rotule?), non so, dico, se quelle che lui ci trasmetteva fossero "conoscenze", "competenze", "abilità", o "contenuti".
È una materia da lasciare a quella folta schiera di didatticisti la cui principale linea di ricerca consiste nello spaccare in quattro i capelli che non hanno.
Mi prendo dunque la licenza di semplificare dicendo che quello che ci trasmetteva era fascino.
Se affascini lo studente, ti seguirà in capo al mondo.
Una volta che lo studente è affascinato dalla materia, il resto lo fa da solo. Tu a quel punto intervieni di quando in quando a correggere il tiro se c'è bisogno.
E l'unico strumento di fascino dato all'uomo è la parola.
Le parole sono le gambe, il resto, tutti gli altri cosiddetti ausili didattici con tutto il corteggio di tecnologie che si portano appresso (e dietro le quali alla fin fine c'è sempre quello: qualcuno che vuole venderti qualcosa), il resto, dunque, sono stampelle. Nessuno che abbia sane le prime usa le seconde, nemmeno per esercizio, perché è un esercizio che non gli darebbe nulla che prima non avesse. Nemmeno per gioco, perché è un gioco che porta sfortuna.
La parola è la magia dell'uomo.
Questo io ho visto in te, Linguista, e di questo ti ringrazio.
"La lingua dell'uomo è la sua salvezza", è scritto nel "Naufrago", un romanzo egiziano del Medio Regno.
Arrivederci, professore.