01/10/2025
IL CONCILIO DI NICEA
Nel sua primo viaggio apostolico, Papa Leone XIV celebrerà, insieme al Patriarca Ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I e probabilmente ad altri patriarchi delle Chiese ortodosse, il diciassettesimo centenario del Concilio di Nicea del 325, evento fondante della Chiesa cristiana. Ogni domenica, prima della celebrazione eucaristica, recitiamo la dichiarazione di fede cristiana elaborata in quel Concilio. A Fabriano abbiamo una imponente memoria artistica del Concilio di Nicea nel grande affresco che copre l’intera abside della chiesa di San Nicolò, un’opera maestosa e drammatica. Due personaggi sono centrali, l’imperatore Costantino che convocò il Concilio dei vescovi della cristianità e il vescovo Nicola di Mira, raffigurato in abiti episcopali latini, mentre difende con veemenza la dottrina ortodossa contro Ario, un presbitero e teologo berbero che negava la divinità di Cristo. L’affresco è opera del pittore fabrianese Giuseppe Malatesta che vi lavorò intorno al 1690.
L’immagine che accompagna questo articolo rappresenta il Concilio di Nicea con al centro l’imperatore Costantino circondato dai padri conciliari ed è una miniatura tratta dal “ Menologio di Basilio II” che è un codice miniato bizantino della fine del X secolo, custodito nella Biblioteca Apostolica Vaticana, composto da 439 pagine, che contiene il calendario liturgico bizantino dei santi.
Il contesto storico in cui si svolge il Concilio segue pochi anni il celebre Editto di Milano (313 d.C.) ad opera degli imperatori Costantino e Licinio che, nell’ambito di una dichiarazione di libertà per tutti i culti, dichiarava la religione cristiana di fatto “religio licita”, consentendone la libertà di culto e la restituzioni dei beni sottratti alle comunità cristiane durante le persecuzioni. Nel maggio del 325 l’ imperatore Costantino I il Grande convoca in concilio tutti i vescovi della cristianità a Nicea in Bitinia, oggi la città di İznik in Turchia, strategicamente vicina a Costantinopoli, la nuova città imperiale. Costantino, dopo la battaglia di Crisopoli del settembre 324 nella quale sconfisse definitivamente il co-imperatore Licinio, era ormai imperatore unico di tutto l’orbe romano. All’inizio del IV secolo l’impero era attraversato da grandi divisioni e dispute teologiche ed anche relative all’ organizzazione delle varie chiese, che rischiavano di minarne la stabilità politica. La principale controversia teologica era l'arianesimo, una dottrina proposta dal presbitero alessandrino Ario che negava la divinità di Cristo, sostenendo che il Figlio fosse una creatura subordinata al Padre, in quanto "generato", quindi non poteva essere considerato Dio allo stesso modo del Padre né co-eterno al Padre. Altre questioni erano la data della celebrazione della Pasqua e problemi di disciplina ecclesiastica.
L’imperatore Costantino si ritenne autorizzato a convocare il Concilio sia come Pontifex Maximus, una carica che risaliva alla repubblica romana e assunta poi dagli imperatori che gli conferiva l’autorità per controllare e moderare tutte le religioni dell’impero e sia come massima autorità politica impegnata a consolidare la stabilità dell'Impero anche attraverso l'armonia religiosa. L’imperatore si sobbarcò tutte le spese di viaggio e soggiorno dei vescovi e della logistica del concilio. Lasciò pero la massima libertà di deliberazione ai vescovi. All’appello dell’imperatore risposero, secondo la tradizione 318 vescovi, la maggior parte dei quali provenienti dalla parte orientale dell'Impero, Grecia, Asia Minore, Egitto, Siria, con una minoranza dall'Occidente, tra cui il vescovo Osio di Cordova, consigliere ecclesiastico dell’imperatore. Il papa Silvestro I non vi partecipò personalmente, ma inviò come suoi legati i presbiteri Vito e Vincenzio. Sembra che fossero presenti anche i vescovi di Milano e Aquileia, ma benché menzionati da alcune fonti, non ci sono prove sicure. Viene menzionato invece Nicasio di Digione insieme ad alcuni vescovi della Gallia. Il “Patrum Nicaenorum Nomina” , lista dei vescovi che parteciparono al Concilio di Nicea I, dello stesso IV secolo, cita come presente al Concilio Marco di Calabria, forse vescovo di Cosenza o Reggio. Le fonti storiche, come gli scritti di Eusebio di Cesarea, Atanasio di Alessandria e gli atti del concilio, non forniscono un elenco completo dei partecipanti.
Costantino presiedette l'apertura del concilio con un discorso con cui volle sottolineare l'importanza dell'unità della Chiesa per la stabilità dell'Impero. Particolare rilevanza ha la figura e il ruolo nel Concilio del vescovo Osio, vescovo della città di Cordova nell’allora Hispania dal 295 -300 circa fino alla sua morte nel 357, fu una figura di grande autorità rispettata sia in Occidente che in Oriente per la sua tenace ortodossia e per il suo impegno contro l'eresia ariana. Osio, prima del Concilio, aveva già svolto un ruolo di mediazione nelle dispute teologiche, come nel sinodo di Alessandria del 324, dove tentò di risolvere il conflitto tra Ario e il vescovo Alessandro che si concluse con la scomunica di Ario. Fonti storiche, come Eusebio di Cesarea (Vita Constantini) e Atanasio, suggeriscono che Osio di Cordova abbia presieduto il Concilio di Nicea o almeno abbia avuto un ruolo di guida nei dibattiti teologici, comunque sarebbe stata una presidenza in senso ecclesiastico, in quanto la presidenza effettiva, anche se non influente nel dibattito teologico, spettava all’imperatore. Questo è molto probabile sia per la stima universale che Osio godeva tra i padri conciliari e sia per il suo ruolo di consigliere ecclesiastico di Costantino. Osio ebbe certamente un ruolo significativo nella redazione del Credo Niceno, in particolare nell'introduzione del termine ὁμοούσιος “homoousios” (consustanziale) per affermare che il Figlio è della stessa sostanza del Padre, confutando in questo modo l'arianesimo e definendo l'ortodossia trinitaria.
Le sessioni del concilio furono molto intense e caratterizzate da profondi dibattiti teologici.
Il tema principale trattato dai padri conciliari fu la controversia ariana. Ario sosteneva che Cristo, il Figlio, fosse stato creato dal Padre e quindi non coeterno né consustanziale con Lui. Contro questa dottrina cristologica si ersero molti padri per difendere la piena divinità di Cristo, tra cui il più acceso fu il vescovo Alessandro di Alessandria e il suo diacono Atanasio. Il concilio respinse l'arianesimo e trovò l’accordo nella affermazione, poi inserita nella formula del credo, che il Figlio è "consustanziale" (homoousios) al Padre, cioè della stessa sostanza divina. Ario fu dichiarato eretico, esiliato, e i suoi scritti furono distrutti con il fuoco. Si trattò poi la questione della data della Pasqua, poiché alcune comunità cristiane celebravano questa festa secondo il calendario ebraico il 14 di Nissan, mentre altre nella domenica successiva. Il concilio stabilì che la Pasqua dovesse essere celebrata la prima domenica dopo la prima luna piena successiva all'equinozio di primavera, un sistema ancora valido per le Chiese cristiane, anche se, a causa di calendari diversi in Oriente e in Occidente, ancora una volta questa festa non è celebrata alla stessa data. Furono poi trattate questioni disciplinari con l’emanazione di 20 canoni per regolare la vita della Chiesa, tra cui norme sul celibato del clero, non obbligatorio, ma si proibì il matrimonio dopo l'ordinazione. Regole sulla riconciliazione dei “lapsi”, cioè di quei cristiani che per paura avevano abiurato alla fede cristiana durante le persecuzioni. Si dettarono norme sull'organizzazione delle diocesi e la giurisdizione dei vescovi. Si discusse anche di altre questioni del tempo come il melezianesimo, un movimento scismatico in Egitto creato da Melezio vescovo di Lecopoli, causato dal disaccordo sulla riconciliazione dei “lapsi” e da ordinazioni celebrate in violazione delle norme canoniche e dell’autorità del vescovo di Alessandria. Il Concilio condannò e depose Melezio, i vescovi da lui ordinati furono dichiarati invalidi, con possibilità di reintegrazione se riordinati canonicamente e una volta accettata l’autorità del vescovo di Alessandria. La formulazione del Credo fu il risultato più importante del Concilio con la dichiarazione: “Gesù Cristo, Figlio di Dio, generato, non creato, consustanziale al Padre”, categoria teologica fondamentale per l’ortodossia della fede cristiana. Dopo il Concilio, l’arianesimo non scomparve e il conflitto teologico continuò grazie soprattutto ad alcuni imperatori, come Costanzo II (337-361), figlio di Costantino, che simpatizzava per l'arianesimo e promosse vescovi ariani, esiliando i cattolici come Atanasio di Alessandria. Dopo Nicea, l'arianesimo trovò nuova linfa grazie al favore di alcuni imperatori. Costanzo II (337-361), figlio di Costantino, simpatizzava per l'arianesimo e promosse vescovi ariani, esiliando quelli niceni, come Atanasio di Alessandria. Con Teodosio I, il cristianesimo niceno fu definitivamente imposto come ortodossia. Il successivo Concilio di Costantinopoli (381) riaffermò il Credo di Nicea e condannò nuovamente l'arianesimo. Nonostante questo, l’arianesimo sopravvisse tra i popoli germanici convertiti al cristianesimo da missionari ariani, come Ulfila, vescovo dei Goti. Tribù come i Visigoti, gli Ostrogoti, i Vandali e i Longobardi adottarono l’arianesimo. La sua fine definitiva avvenne tra il VII e l’VIII secolo, quando le ultime comunità ariane si convertirono al cattolicesimo. Con il Concilio di Nicea, il ruolo dell’imperatore come garante dell’unità della Chiesa si rafforzò, instaurando una relazione particolare tra il potere imperiale e la vita della Chiesa. I canoni disciplinari contribuirono a stabilizzare la struttura ecclesiastica e a rafforzare il ruolo dei vescovi e delle sedi metropolitane maggiori come Roma, Alessandria e Antiochia. Tuttavia, alcuni vescovi in Oriente trovarono che il termine homoousios non era presente nelle Scritture, continuando così ad alimentare ulteriori dibattiti.
Il ruolo della Chiesa di Roma nel Concilio non fu particolarmente rilevante, anche se questa Chiesa era già considerata una delle principali sedi apostoliche in quanto fondata dall’apostolo Pietro . Papa Silvestro I, non partecipò personalmente al Concilio di Nicea, probabilmente per motivi di età. Fu rappresentato dai legati Vito e Vincezio i quali garantivano che Roma fosse informata delle decisioni prese affinché il papa potesse esprimere il proprio consenso o dissenso. L'approvazione successiva di Silvestro I rafforzò la legittimità delle decisioni conciliari nell'Occidente e contribuì a dare al Simbolo niceno un'autorità universale.
Enrico Pierosara