Scuola Teologica Diocesana Fabriano

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IL CONCILIO DI NICEANel sua primo viaggio apostolico, Papa Leone XIV celebrerà, insieme  al Patriarca Ecumenico di Costa...
01/10/2025

IL CONCILIO DI NICEA
Nel sua primo viaggio apostolico, Papa Leone XIV celebrerà, insieme al Patriarca Ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I e probabilmente ad altri patriarchi delle Chiese ortodosse, il diciassettesimo centenario del Concilio di Nicea del 325, evento fondante della Chiesa cristiana. Ogni domenica, prima della celebrazione eucaristica, recitiamo la dichiarazione di fede cristiana elaborata in quel Concilio. A Fabriano abbiamo una imponente memoria artistica del Concilio di Nicea nel grande affresco che copre l’intera abside della chiesa di San Nicolò, un’opera maestosa e drammatica. Due personaggi sono centrali, l’imperatore Costantino che convocò il Concilio dei vescovi della cristianità e il vescovo Nicola di Mira, raffigurato in abiti episcopali latini, mentre difende con veemenza la dottrina ortodossa contro Ario, un presbitero e teologo berbero che negava la divinità di Cristo. L’affresco è opera del pittore fabrianese Giuseppe Malatesta che vi lavorò intorno al 1690.

L’immagine che accompagna questo articolo rappresenta il Concilio di Nicea con al centro l’imperatore Costantino circondato dai padri conciliari ed è una miniatura tratta dal “ Menologio di Basilio II” che è un codice miniato bizantino della fine del X secolo, custodito nella Biblioteca Apostolica Vaticana, composto da 439 pagine, che contiene il calendario liturgico bizantino dei santi.

Il contesto storico in cui si svolge il Concilio segue pochi anni il celebre Editto di Milano (313 d.C.) ad opera degli imperatori Costantino e Licinio che, nell’ambito di una dichiarazione di libertà per tutti i culti, dichiarava la religione cristiana di fatto “religio licita”, consentendone la libertà di culto e la restituzioni dei beni sottratti alle comunità cristiane durante le persecuzioni. Nel maggio del 325 l’ imperatore Costantino I il Grande convoca in concilio tutti i vescovi della cristianità a Nicea in Bitinia, oggi la città di İznik in Turchia, strategicamente vicina a Costantinopoli, la nuova città imperiale. Costantino, dopo la battaglia di Crisopoli del settembre 324 nella quale sconfisse definitivamente il co-imperatore Licinio, era ormai imperatore unico di tutto l’orbe romano. All’inizio del IV secolo l’impero era attraversato da grandi divisioni e dispute teologiche ed anche relative all’ organizzazione delle varie chiese, che rischiavano di minarne la stabilità politica. La principale controversia teologica era l'arianesimo, una dottrina proposta dal presbitero alessandrino Ario che negava la divinità di Cristo, sostenendo che il Figlio fosse una creatura subordinata al Padre, in quanto "generato", quindi non poteva essere considerato Dio allo stesso modo del Padre né co-eterno al Padre. Altre questioni erano la data della celebrazione della Pasqua e problemi di disciplina ecclesiastica.
L’imperatore Costantino si ritenne autorizzato a convocare il Concilio sia come Pontifex Maximus, una carica che risaliva alla repubblica romana e assunta poi dagli imperatori che gli conferiva l’autorità per controllare e moderare tutte le religioni dell’impero e sia come massima autorità politica impegnata a consolidare la stabilità dell'Impero anche attraverso l'armonia religiosa. L’imperatore si sobbarcò tutte le spese di viaggio e soggiorno dei vescovi e della logistica del concilio. Lasciò pero la massima libertà di deliberazione ai vescovi. All’appello dell’imperatore risposero, secondo la tradizione 318 vescovi, la maggior parte dei quali provenienti dalla parte orientale dell'Impero, Grecia, Asia Minore, Egitto, Siria, con una minoranza dall'Occidente, tra cui il vescovo Osio di Cordova, consigliere ecclesiastico dell’imperatore. Il papa Silvestro I non vi partecipò personalmente, ma inviò come suoi legati i presbiteri Vito e Vincenzio. Sembra che fossero presenti anche i vescovi di Milano e Aquileia, ma benché menzionati da alcune fonti, non ci sono prove sicure. Viene menzionato invece Nicasio di Digione insieme ad alcuni vescovi della Gallia. Il “Patrum Nicaenorum Nomina” , lista dei vescovi che parteciparono al Concilio di Nicea I, dello stesso IV secolo, cita come presente al Concilio Marco di Calabria, forse vescovo di Cosenza o Reggio. Le fonti storiche, come gli scritti di Eusebio di Cesarea, Atanasio di Alessandria e gli atti del concilio, non forniscono un elenco completo dei partecipanti.
Costantino presiedette l'apertura del concilio con un discorso con cui volle sottolineare l'importanza dell'unità della Chiesa per la stabilità dell'Impero. Particolare rilevanza ha la figura e il ruolo nel Concilio del vescovo Osio, vescovo della città di Cordova nell’allora Hispania dal 295 -300 circa fino alla sua morte nel 357, fu una figura di grande autorità rispettata sia in Occidente che in Oriente per la sua tenace ortodossia e per il suo impegno contro l'eresia ariana. Osio, prima del Concilio, aveva già svolto un ruolo di mediazione nelle dispute teologiche, come nel sinodo di Alessandria del 324, dove tentò di risolvere il conflitto tra Ario e il vescovo Alessandro che si concluse con la scomunica di Ario. Fonti storiche, come Eusebio di Cesarea (Vita Constantini) e Atanasio, suggeriscono che Osio di Cordova abbia presieduto il Concilio di Nicea o almeno abbia avuto un ruolo di guida nei dibattiti teologici, comunque sarebbe stata una presidenza in senso ecclesiastico, in quanto la presidenza effettiva, anche se non influente nel dibattito teologico, spettava all’imperatore. Questo è molto probabile sia per la stima universale che Osio godeva tra i padri conciliari e sia per il suo ruolo di consigliere ecclesiastico di Costantino. Osio ebbe certamente un ruolo significativo nella redazione del Credo Niceno, in particolare nell'introduzione del termine ὁμοούσιος “homoousios” (consustanziale) per affermare che il Figlio è della stessa sostanza del Padre, confutando in questo modo l'arianesimo e definendo l'ortodossia trinitaria.
Le sessioni del concilio furono molto intense e caratterizzate da profondi dibattiti teologici.
Il tema principale trattato dai padri conciliari fu la controversia ariana. Ario sosteneva che Cristo, il Figlio, fosse stato creato dal Padre e quindi non coeterno né consustanziale con Lui. Contro questa dottrina cristologica si ersero molti padri per difendere la piena divinità di Cristo, tra cui il più acceso fu il vescovo Alessandro di Alessandria e il suo diacono Atanasio. Il concilio respinse l'arianesimo e trovò l’accordo nella affermazione, poi inserita nella formula del credo, che il Figlio è "consustanziale" (homoousios) al Padre, cioè della stessa sostanza divina. Ario fu dichiarato eretico, esiliato, e i suoi scritti furono distrutti con il fuoco. Si trattò poi la questione della data della Pasqua, poiché alcune comunità cristiane celebravano questa festa secondo il calendario ebraico il 14 di Nissan, mentre altre nella domenica successiva. Il concilio stabilì che la Pasqua dovesse essere celebrata la prima domenica dopo la prima luna piena successiva all'equinozio di primavera, un sistema ancora valido per le Chiese cristiane, anche se, a causa di calendari diversi in Oriente e in Occidente, ancora una volta questa festa non è celebrata alla stessa data. Furono poi trattate questioni disciplinari con l’emanazione di 20 canoni per regolare la vita della Chiesa, tra cui norme sul celibato del clero, non obbligatorio, ma si proibì il matrimonio dopo l'ordinazione. Regole sulla riconciliazione dei “lapsi”, cioè di quei cristiani che per paura avevano abiurato alla fede cristiana durante le persecuzioni. Si dettarono norme sull'organizzazione delle diocesi e la giurisdizione dei vescovi. Si discusse anche di altre questioni del tempo come il melezianesimo, un movimento scismatico in Egitto creato da Melezio vescovo di Lecopoli, causato dal disaccordo sulla riconciliazione dei “lapsi” e da ordinazioni celebrate in violazione delle norme canoniche e dell’autorità del vescovo di Alessandria. Il Concilio condannò e depose Melezio, i vescovi da lui ordinati furono dichiarati invalidi, con possibilità di reintegrazione se riordinati canonicamente e una volta accettata l’autorità del vescovo di Alessandria. La formulazione del Credo fu il risultato più importante del Concilio con la dichiarazione: “Gesù Cristo, Figlio di Dio, generato, non creato, consustanziale al Padre”, categoria teologica fondamentale per l’ortodossia della fede cristiana. Dopo il Concilio, l’arianesimo non scomparve e il conflitto teologico continuò grazie soprattutto ad alcuni imperatori, come Costanzo II (337-361), figlio di Costantino, che simpatizzava per l'arianesimo e promosse vescovi ariani, esiliando i cattolici come Atanasio di Alessandria. Dopo Nicea, l'arianesimo trovò nuova linfa grazie al favore di alcuni imperatori. Costanzo II (337-361), figlio di Costantino, simpatizzava per l'arianesimo e promosse vescovi ariani, esiliando quelli niceni, come Atanasio di Alessandria. Con Teodosio I, il cristianesimo niceno fu definitivamente imposto come ortodossia. Il successivo Concilio di Costantinopoli (381) riaffermò il Credo di Nicea e condannò nuovamente l'arianesimo. Nonostante questo, l’arianesimo sopravvisse tra i popoli germanici convertiti al cristianesimo da missionari ariani, come Ulfila, vescovo dei Goti. Tribù come i Visigoti, gli Ostrogoti, i Vandali e i Longobardi adottarono l’arianesimo. La sua fine definitiva avvenne tra il VII e l’VIII secolo, quando le ultime comunità ariane si convertirono al cattolicesimo. Con il Concilio di Nicea, il ruolo dell’imperatore come garante dell’unità della Chiesa si rafforzò, instaurando una relazione particolare tra il potere imperiale e la vita della Chiesa. I canoni disciplinari contribuirono a stabilizzare la struttura ecclesiastica e a rafforzare il ruolo dei vescovi e delle sedi metropolitane maggiori come Roma, Alessandria e Antiochia. Tuttavia, alcuni vescovi in Oriente trovarono che il termine homoousios non era presente nelle Scritture, continuando così ad alimentare ulteriori dibattiti.
Il ruolo della Chiesa di Roma nel Concilio non fu particolarmente rilevante, anche se questa Chiesa era già considerata una delle principali sedi apostoliche in quanto fondata dall’apostolo Pietro . Papa Silvestro I, non partecipò personalmente al Concilio di Nicea, probabilmente per motivi di età. Fu rappresentato dai legati Vito e Vincezio i quali garantivano che Roma fosse informata delle decisioni prese affinché il papa potesse esprimere il proprio consenso o dissenso. L'approvazione successiva di Silvestro I rafforzò la legittimità delle decisioni conciliari nell'Occidente e contribuì a dare al Simbolo niceno un'autorità universale.

Enrico Pierosara

Abbiamo sentito dai telegiornali che il papa Leone XIV appartiene all’Ordine degli Agostiniani o Ordine di Sant’Agostino...
09/09/2025

Abbiamo sentito dai telegiornali che il papa Leone XIV appartiene all’Ordine degli Agostiniani o Ordine di Sant’Agostino. Questa notizia ci richiama subito il ricordo del grande padre della Chiesa occidentale Agostino d’Ippona, retore, filosofo, teologo, grande vescovo, personalità di primo piano nell'impero romano del suo tempo e questo ordine monastico che si rifà al grande padre Agostino che al suo tempo viveva in comunità nella sua casa con i suoi presbiteri e diaconi per condividere con loro una vita quasi monastica. L’ordine fu però fondato nel 1244 per l’iniziativa del cardinale Riccardo Annibaldi e poi sancito dal papa Innocenzo IV che con due bolle “Incumbit Nobis” e “Praesentium vobis” invitava le comunità eremitiche della Tuscia a riunirsi in un ordine sotto la regola di sant'Agostino.
Aurelius Augustinus Hipponensis, Aurelio Agostino di Ippona che noi conosciamo meglio come Sant’Agostino nacque il 13 novembre del 354 nella città di Tagaste nell’attuale Algeria (oggi questa città si chiama Souk Ahras) nella provincia proconsolare della Numidia .
Il padre Patrizio era un piccolo proprietario terriero pagano, convertitosi al cristianesimo un anno prima della morte, sua madre Monica era cristiana ed ebbe un ruolo molto importante e determinante nella vita di Agostino. «A lei debbo tutto ciò che sono» scriverà Agostino nel dialogo “La Felicità”. Monica è venerata come santa e la sua memoria si celebra il 27 agosto. Brillante negli studi, Agostino si trasferì a Cartagine per intraprendere gli studi di retorica e giurisprudenza. Tuttavia in questa città il giovane Agostino condusse una vita di sregolatezze e di passioni. Nelle “Confessioni” scrive che aveva quasi una attrazione per ciò che era peccato, racconta che rubò persino delle pere solamente per compiere un furto: “Belli erano i frutti che rubammo… ma non quelli bramò la mia anima miserabile, poiché ne avevo in abbondanza di migliori. Eppure colsi proprio quelli al solo scopo di commettere un furto.». A Cartagine Agostino si lascia sempre più sedurre dalla vita licenziosa di una città ancora semi-pagana mescolando gli eccessi della vita studentesca allo studio della filosofia e dei classici latini ed ellenistici. Aveva 18 anni quando conobbe una donna, di cui non conosciamo il nome, con la quale convisse per 15 anni e da cui ebbe un figlio che chiamò Adeodato In quel periodo di passioni sregolate, di esaltazione per il successo, di volontà di primeggiare, di inquieta ricerca della verità, Agostino, con grande dolore della madre, aderì al Manicheismo, una religione dualista che sosteneva che il Male e il Bene avessero una comune origine divina, che negava il libero arbitrio, deresponsabilizzando di conseguenza l’uomo da eventuali condotte cattive.
Nel ventinovesimo anno d’età, nel 383, Agostino si imbarca per Roma dove aprì una scuola di retorica, per poi trasferirsi a Milano per cercare prestigio e successo nella capitale dell'Impero Romano d'Occidente. A Milano ottenne una cattedra grazie all’aiuto del “praefectus urbi” Quinto Aurelio, un pagano, che sperava che Agostino fosse in grado di contrastare la fama del vescovo Ambrogio (340-397). Nel 384, su proposta del prefetto Simmaco, Agostino fu nominato retore ufficiale dell'imperatore Valentiniano II. Il suo incarico prevedeva di dover pronunciare discorsi pubblici e panegirici in onore dell'imperatore, una posizione di grande rilievo che richiedeva abilità oratorie e diplomatiche.
Tuttavia, il periodo milanese, importante per la sua carriera, fu fondamentale per la sua trasformazione spirituale. A Milano, Agostino entrò in contatto con il vescovo Ambrogio, le cui prediche e il carisma lo influenzarono profondamente. Ambrogio, con la sua capacità di coniugare umiltà, fede cristiana, cultura biblica e cultura classica, spinse Agostino a riconsiderare il cristianesimo, che egli aveva precedentemente abbandonato in favore del manicheismo e dello scetticismo. Segui un periodo di sofferenza interiore alla ricerca disperata della verità, fino a capire, con l’aiuto del vescovo Ambrogio, che la verità non è una realtà da conquistare, non un oggetto da raggiungere, ma un Soggetto personale incarnato tra gli uomini e che è possibile incontrare, Gesù Cristo, che aveva detto di se «Io sono la Via, la Verità, la Vita».
In un giardino di Milano, racconta Agostino stesso (Confessioni VIII, 12), udì la voce di una bambina che canticchiava “tolle lege” (prendi e leggi), cosa che fece aprendo la bibbia a caso e trovando un brano della lettera di san Paolo ai Romani (Rm 13, 13-14) che lo esortava a non seguire i desideri della carne, ma a rivestirsi di Cristo. Fu il momento della sua conversione. Il 25 aprile 387, durante la solenne veglia pasquale, Agostino ricevette il battesimo dalle mani del vescovo Ambrogio insieme al figlio Adeodato e all’amico Alipio.
Quattro mesi più tardi decise di ritornare in Africa con sua madre Monica che però mori a Ostia prima di imbarcarsi. Di questa madre che tanto aveva pregato per la sua conversione, Agostino scrive “mi ha partorito nel suo corpo alla luce temporale e nel suo cuore alla luce eterna”.
Tornato a Cartagine e a Tagaste, Agostino vendette tutti i suoi beni e donò il ricavato ai poveri e si ritirò in una vita di povertà, di preghiera e di studio. Un giorno mentre pregava in una chiesa di Ippona, fu acclamato dal popolo come sacerdote e nel 391 fu ordinato dal vescovo di quella città Valerio che poi lo propose come suo vescovo ausiliario. Aveva 49 anni quando fu ordinato vescovo dal primate di Numidia Megalio. Agostino esercito il ministero episcopale nella città di Ippona per 34 anni dal 395 al 430. Nella sua casa visse in povertà e in comunità con i suoi presbiteri e diaconi.
Agostino lasciò un grande impronta nella vita ecclesiastica dell’Africa, promuovendo vari concili locali e sostenendo la fede cattolica in diverse controversie contro le eresie donatista, pelagiana e ariana. Ci ha lasciato un immensa mole di opere filosofiche, teologiche e letterarie che sarebbe troppo lungo citare.
All’età di 75 anni, il 28 agosto 430, il vescovo Agostino muore in una Ippona assediata dai Vandali.
Il suo corpo fu trasportato in Italia per sottrarlo agli invasori vandali e portato in un primo tempo a Cagliari, fu poi trasportato a Pavia per opera del re longobardo Liutprando e tutt’oggi riposa nella basilica di di San Pietro in Ciel d'Oro a Pavia dove è venerato sia dai cattolici che dalle chiese ortodosse. Ho avuto l’onore di visitare la tomba di Agostino a Pavia e ho scoperto che nella stessa basilica è sepolto anche il filosofo e martire per la fede San Severino Boezio che avevo conosciuto nei miei studi liceali insieme al re longobardo Liutprando.
Sant’Agostino è senza dubbio il più grande tra i Padri della Chiesa d’occidente. La sua opera più conosciuta è le “ Confessioni” da cui trascrivo il momento intimo dell’incontro di Agostino con Dio Bellezza eterna e Verità assoluta:
"Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti e arsi di desiderio della tua pace” (Confessioni X, 27.38)
Enrico Pierosara

The Lord is truly risen! Alleluja!Il Signore è veramente risorto! Alleluja!Le Seigneur est vraiment ressuscité! Alléluia...
19/04/2025

The Lord is truly risen! Alleluja!

Il Signore è veramente risorto! Alleluja!

Le Seigneur est vraiment ressuscité! Alléluia!

¡El Señor resucitó de veras! Aleluya!

LA VISITA DI CARLO III IN ITALIA E LA CHIESA ANGLICANALa visita di Stato di questi giorni del re Carlo III  in Italia e ...
14/04/2025

LA VISITA DI CARLO III IN ITALIA E LA CHIESA ANGLICANA
La visita di Stato di questi giorni del re Carlo III in Italia e la visita imprevista a Papa Francesco convalescente, ci ricorda che tra le funzioni pubbliche del Re c’è anche quella di "Supremo Governatore della Chiesa d'Inghilterra" (in inglese, Supreme Governor of the Church of England), cioè della Chiesa inglese separata dalla sede romana a causa dello scisma voluto dal re Enrico VIII. Questa triste pagina di storia, che ci ritorna in mente in questa occasione, risale al 1534, quando il Parlamento inglese approvò l'Atto di Supremazia (Act of Supremacy) con cui il re Enrico VIII si era dichiarato "Supremo Capo della Chiesa d'Inghilterra" Quegli anni sono stati, per l’Europa Occidentale, fortemente caratterizzati dall’evento lacerante della Riforma protestante che ha spaccato in due il continente, anni di divisioni che hanno lacerato le coscienze e le società, anni che hanno visto famiglie, amicizie, regni, chiese, monasteri, città divise e contrapposte. Ne fa una descrizione appassionata Erasmo da Rotterdam, grande amico di Tommaso Moro, sacerdote e monaco agostiniano, persona coltissima, grande umanista e filosofo che dedicherà proprio a Tommaso una sua opera per cui è spesso ricordato “l'Elogio della follia”.
Questi anni, sono per l’Inghilterra, un grave momento di transizione: il re Enrico VIII desideroso di una discendenza maschile che assicurasse più saldamente il futuro della la sua dinastia Tudor, vuole divorziare dalla sposa Caterina d'Aragona, che gli ha dato una figlia, Maria Tudor. Queste vicende sono conosciute anche perché raccontate molte volte dalla filmografia e dalla televisione. Non avendo ottenuto il divorzio dal Papa Clemente VII, il Re separa la Chiesa d’Inghilterra dalla Chiesa Cattolica dichiarandosi lui stesso capo della Chiesa del suo regno, uno scisma non più sanato. Thomas More , Lord Cancelliere d'Inghilterra (Lord Chancellor), il più alto ufficio giudiziario e amministrativo del regno, la seconda autorità del regno dopo il re, ne è coinvolto ed è la vittima più illustre di queste vicende. Alla richiesta di un consiglio da parte del re risponde: «Non è permesso ad un cristiano sposare un'altra donna, mentre la prima è ancora in vita». Il 16 maggio 1532 da le dimissioni dalle funzioni di Cancelliere del Regno per non essere costretto ad agire contrariamente alle leggi di Dio e della Chiesa. il 30 marzo 1534, il parlamento inglese approva l’«Atto di Successione» nel quale la primogenita del re Maria viene privata del diritto di successione al trono che invece viene concesso ad Elisabetta la figlia che Enrico ha avuto dalla nuova moglie Anna Boleyn ed il re pretende che tutti sottoscrivino questo documento. Il giuramento però è preceduto da un preliminare in cui si dichiara che l'autorità del Papa sulla Chiesa è formalmente respinta. Tommaso Moro, come pure alcuni sacerdoti e monaci, tra cui il cardinale vescovo di Rochester John Fisher rifiutano il giuramento e pagheranno il loro rifiuto con la vita. Il 17 aprile 1534, Thomas viene incarcerato nella Torre di Londra con l’accusa di tradimento. Utilizza il tempo della detenzione a prepararsi alla morte. Il 1° luglio 1535, è condannato a morte per alto tradimento. Alla domanda dei giudici se desiderasse aggiungere qualcosa, risponde: “ Benché abbiate contribuito alla mia condanna, pregherò fervidamente perché voi ed io ci ritroviamo insieme in Cielo”. Il 6 luglio, viene condotto sul luogo del supplizio. Le sue ultime parole: «Muoio da buon suddito del Re, ma prima di tutto di Dio!» «Dio mio, abbi pietà di me!» Un colpo di mannaia gli recide il collo e Tommaso sale verso Dio. Il suo capo è conservato nella chiesa di san Dustano a Canterbury, mentre le sue spoglie sono tutt'oggi custodite nella chiesa anglicana di San Pietro ad Vincula, vicino alla Torre di Londra.
San Thomas More, italianizzato Tommaso Moro, fu un grande uomo politico inglese, Lord Cancelliere d’Inghilterra, avvocato, umanista, scrittore, filosofo, martire per la fedeltà alla dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio contro il divorzio del re Enrico VIII e per la fedeltà all’unità della Chiesa intorno al papa. La Chiesa lo celebra oggi 22 giugno e lo ha proclamato patrono dei governanti e degli uomini politici affinché sappiamo quanto abbiano bisogno della sua preghiera.
Tommaso nacque a Londra il 7 febbraio 1478, appena adolescente viene affidato dal padre alla severa formazione del Cardinale John Morton, arcivescovo di Canterbury e Cancelliere del Regno d'Inghilterra e a soli 14 anni proseguì gli studi ad Oxford dove in breve tempo si perfezionò nelle lingue latina e greca. Contemporaneamente apprese il francese, approfondì lo studio della storia, della geometria, della matematica e della musica. Due anni dopo, ritornato a Londra intraprese lo studio della giurisprudenza e a 24 anni è già un affermato avvocato e giudice, a 27 è deputato al parlamento. Nello stesso anno sposa Joanna C**t da cui avrà tre figlie e un maschio. Nel 1511, muore la sua giovane sposa e malgrado il dolore sente la necessità di dare una madre ai suoi figli ancora piccoli e sposa Alice Middleton, una donna più grande di lui, ma a cui riserva, secondo quanto racconta Erasmo da Rotterdam suo amico, amore e tenerezza.
Qualche anno dopo le vicende della sua vita si legano a quelle del Re Enrico VIII che lo onora della sua stima e della sua amicizia anche perché in questa fase condivide con il Re la difesa delle fede cattolica contro le innovazioni eretiche della Riforma protestante. Il re Infatti lo nomina suo consigliere e segretario ed insieme redigono un testo in polemica contro la Riforma di Lutero “La difesa dei sette sacramenti” che fece ottenere al sovrano il titolo di “Difensore della Fede” e la “Rosa d’Oro” da parte di papa Leone X nel 1521. Fino ad oggi i sovrani d’Inghilterra hanno conservato questo titolo di “Defensor Fidei”, esibito negli stemmi araldici e perfino nelle monete.
E’ questo il tempo degli incarichi prestigiosi: nel 1515, fa parte di un'ambasciata inviata nelle Fiandre, poi in Francia, e nei tempi liberi dagli impegni diplomatici scrive il suo testo filosofico-politico più importante «Utopia» pubblicato in latino. Si tratta di un romanzo che racconta il viaggio immaginario di Raphael Hythlodaeus in un’isola-repubblica immaginaria, abitata da una società ideale. Tommaso Moro si è ispirato all'opera “La Repubblica” di Platone descrivendo il progetto di una nazione ideale, approfittando nel testo per trattare argomenti di filosofia, politica, economia ed etica. Nel 1518, diventa membro del Consiglio privato del Re, nel 1525 Cancelliere del Ducato di Lancaster, e infine, nell'ottobre del 1529, viene nominato Gran Cancelliere d'Inghilterra, carica normalmente riservata al cardinale arcivescovo primate di Canterbury. Poi la tragedia del divorzio del re e della conseguente separazione della Chiesa d’Inghilterra e la condanna a morte di Tommaso per la sua fedeltà alla Chiesa cattolica e alla Sede Apostolica.
Tommaso Moro verrà beatificato da papa Leone XIII il 29 dicembre 1886 e dichiarato santo il 22 giugno 1935 da Pio XI insieme all'amico cardinale John Fisher, vescovo di Rochester, umanista e cancelliere dell’università di Cambridge, decapitato quindici giorni prima di Moro, anch'egli per aver rifiutato il divorzio del re e la separazione della Chiesa. Il culto dei due santi martiri è stato poi riconosciuto nel 1980 anche dalla Chiesa Anglicana che allora si era piegata al volere del re che la separava dalla Chiesa universale.
Durante i miei diversi soggiorni a Londra ho percepito in modo evidente come ancora oggi l’impatto degli eventi traumatici dell’epoca di Tommaso Moro e del cardinale Fisher sia forte ed evidente sulla società, sulla cultura, sulla religiosità inglese. Benché oggi la Chiesa cattolica e la Chiesa Anglicana d’Inghilterra abbiano ottimi rapporti e ci siano stati tanti segni di riavvicinamento di quest’ultima verso la Chiesa di Roma, il disagio della separazione imposta da Enrico VIII è ancora palpabile nella società. Una parte della Chiesa Anglicana cercò di concretizzare il desiderio di superare lo scisma di Enrico VIII avvicinandosi alla Chiesa di Roma nel XIX secolo con il movimento Anglo-cattolico introducendo nella liturgia molti degli elementi abbandonati nei secoli precedenti, in particolare i sette sacramenti, il dogma della transustanziazione nell’Eucaristia, la venerazione della Vergine e dei santi. Provenienti da questo movimento sono poi entrati nella Chiesa Cattolica molti sacerdoti, vescovi e laici, famosi furono due presbiteri anglicani John Henry Newman e Henry Edward Manning, ambedue poi consacrati vescovi e nominati cardinali. John Henry Newman è stato anche dichiarato santo. Oggi i fedeli della Chiesa Anglicana che desiderano entrare nella Chiesa Cattolica sono accolti nei tre ’Ordinariati Anglicani”, in Inghilterra, in America del Nord e in Australia, che sono di fatto diocesi cattoliche senza territorio, istituiti da Benedetto XVI nella costituzione apostolica “Anglicanorum Coetibus” e nei quali vengono anche valorizzati molti degli elementi dei riti e della spiritualità anglicana .
Enrico Pierosara

Il testo evangelico che la seconda domenica di Quaresima ci ha proposto è stata la narrazione dell’episodio enigmatico d...
17/03/2025

Il testo evangelico che la seconda domenica di Quaresima ci ha proposto è stata la narrazione dell’episodio enigmatico della trasfigurazione di Cristo alla presenza di tre suoi discepoli. L’evento è narrato in tutti e tre vangeli sinottici. Cristo rivela ai suoi tre amici, in modo misterioso e eclatante, un aspetto della sua divinità, visibile per quanto possibile ad occhi umani, in uno splendore abbagliante e straordinario che le parole umane hanno difficoltà a descrivere. Sarà poi il Concilio di Calcedonia del 451 d.C. a definire in termini teologici quello che questo evento straordinario ci ha voluto rivelare, in Cristo sussistono due nature, la divina e l’umana “senza confusione e ne divisione” in una sola persona. Nella lingua greca in cui è stato scritto questo evento evangelico, il verbo usato per descrivere la Trasfigurazione di Cristo è “metemorphōthē” (μετεμορφώθη), aoristo passivo, cioè una forma verbale, del verbo “metamorphoō” (μεταμορφόω). Il verbo è composto dalla particella “meta” che indica un cambiamento un passaggio a e “morphē” forma, aspetto, dunque “trasformare”, “cambiare forma”, “trasfigurare. Ogni vocabolo della lingua greca è sempre molto ricco di significati e è importante analizzarlo per comprendere il senso nascosto che lo scrittore vuole comunicarci. Ecco allora che da questa narrazione possiamo intuire che la persona del Cristo ha nascosto agli occhi umani la propria essenza più profonda, la meraviglia inimmaginabile e ineffabile della divinità, che egli rivela a chi vuole e a chi lo cerca. Questa narrazione ci svela anche una “morphē”, una realtà nascosta anche nella nostra umanità, che deve essere trasfigurata. In un mio recente articolo dicevo che il Cristo è l’archetipo dell’uomo, quindi anche in noi scopriamo che c’è una realtà nascosta agli occhi umani, qualcosa di “meraviglioso” che è insito nella nostra natura che il Creatore ci ha comunicato con il “soffio divino” della vita. La Rivelazione ci dice che siamo l’immagine di Dio (Genesi 1:26-27) e non finiremo mai di comprendere quello che questo implichi, la grandezza e la meraviglia di quanto il Creatore ha nascosto nella nostra persona, nella nostro essere uomini e donne. Apparentemente così piccoli e quasi insignificanti difronte all’universo, ma così grandi da intuire, percepire e amare Dio, da esserne addirittura la sua immagine visibile di fronte alla creazione. Come Dio è, per usare le parole di Giovanni Paolo II, “bellezza, giovinezza, amore e verità” così l’uomo che è sua immagine, è, nella sua essenza più profonda, traccia della bellezza e della giovinezza eterna di Dio. Inoltre, l’assunzione della nostra umanità da parte di Dio nella persona di Cristo, ha aggiunto al nostro essere uomini conformati a Lui, la bellezza e lo splendore della la vita divina di cui ora siamo partecipi, che la stessa trasfigurazione di Cristo ha rivelato. E’ questa bellezza nascosta in noi, anche se offuscata dalle nostre imperfezioni, che Dio vede ed ama incondizionatamente.
Pensando all’amore di Dio per la bellezza nascosta nella sua creatura, mi viene in mente una scultura neoclassica di Antonio Canova del 1793, “Amore e Psiche”, attualmente esposta al Louvre, Eros che bacia e abbraccia Psiche. Un momento di profonda intimità e connessione spirituale. Lo stesso marmo bianco, materiale prediletto dal Canova, rappresenta la purezza e l'immortalità dell’amore. Alcuni critici d’arte e filosofi, tra cui Hans Georg Gadamer, filosofo tedesco e Eugenio d'Ors, critico d’arte spagnolo, sostengono che questa opera del Canova simboleggi anche l’unione tra l’anima umana e l’amore divino. Questo lo si può dedurre sia dal testo mitologico di Apuleio che da una analisi sul simbolismo dall’opera stessa che il Canova intendeva trasmettere. Psiche infatti in greco “psyché” (ψυχή), significa "anima" , Eros (Amore) nella mitologia greca è una divinità, la straordinaria bellezza di Psiche, l’anima, la rende un oggetto dell’amore divino. Questa scultura è la raffigurazione plastica, attraverso il mito greco, di quanto descritto nel libro biblico del Cantico dei Cantici, l’amore di un ragazzo e di una ragazza, icona altissima dell’amore infinito e profondissimo di Dio per la sua creatura.
La trasfigurazione di Cristo è anche tutto questo, scoperta della dignità e della bellezza nascosta in ogni essere umano, immagine dello splendore di Cristo, archetipo dell’uomo, comunione d’amore profonda con il Creatore. Questo scambio d’amore innalza l’uomo verso Dio, espande la limitatezza della sua umanità fino a raggiungere la divinità, è la sua trasfigurazione ,tanto che un salmo recita riferendosi all’uomo: “l’hai fatto poco meno di un dio”(sal. 8,6). In definitiva quello che la spiritualità orientale chiama “Theosis”, cioè divinizzazione, che è il fine ultimo e meraviglioso della vita umana che come dice l’apostolo Paolo, nemmeno possiamo immaginare, la sua definitiva trasfigurazione: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano.» (1 Corinzi 2,9).
Enrico Pierosara

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