03/10/2026
Crepet richiama gli adulti al coraggio di mettere limiti all’uso degli smartphone.
È un invito che merita attenzione, ma sapere che qualcosa può farci male non basta sempre a cambiare comportamento. Lo vediamo anche negli adulti: conosciamo il valore del riposo, eppure rispondiamo ai messaggi di lavoro la sera; chiediamo ai figli di posare il telefono, mentre controlliamo una notifica a tavola.
Per un adolescente, lo smartphone è anche uno spazio di appartenenza. Dentro ci sono gli amici, il confronto con gli altri, la possibilità di sentirsi riconosciuto e il timore di essere escluso. Per questo un limite può essere vissuto come la perdita di un collegamento importante. Comprenderlo permette di costruire regole che tengano conto di ciò che quel dispositivo rappresenta.
Contano anche gli ambienti digitali: notifiche, contenuti personalizzati e scorrimento continuo possono rendere difficile interrompere l’uso. In questo contesto, chiedere ai ragazzi di autoregolarsi senza accompagnarli significa affidare loro una responsabilità che molti adulti faticano a sostenere.
Il confine, quindi, serve. Ma deve avere un significato comprensibile e trovare coerenza nella vita familiare. Se chiediamo attenzione mentre siamo distratti, o presenza mentre restiamo reperibili per chiunque, il nostro comportamento rischia di rendere poco credibili le nostre parole.
Dovremmo anche domandarci che cosa trovino i ragazzi quando lo schermo si spegne. Ci sono adulti disponibili ad ascoltare? Occasioni accessibili per incontrarsi? Spazi in cui sentirsi accolti senza dover dimostrare continuamente qualcosa? Il problema coinvolge le famiglie, la scuola, le piattaforme e una società che pretende connessione costante, salvo poi rimproverarla ai più giovani.
Il coraggio educativo sta anche nel tollerare un disaccordo, spiegare una scelta e mantenerla con rispetto. Ma richiede tempo e presenza: limitare il telefono ha più senso quando aiutiamo un ragazzo a costruire una vita in cui possa stare bene anche senza averlo in mano.