19/10/2013
Il Disinganno (Francesco Queirolo, 1753-54) è una scultura che fa parte di un ciclo molto più ampio, la Ca****la San Severo a Napoli, vero e proprio museo di scultura barocca e rococò (è tutta scultura, tranne l’affresco del soffitto ed alcuni tondi in rame sulle porte).
Fondata nel 1590 da Giovanni Francesco di Sangro, principe di San Severo, è il Cardinale Alessandro che la rende ca****la sepolcrale e gentilizia e si interessa della realizzazione di statue in piedi seicentesche dei “grandi” della famiglia (cardinali, prelati, santi).
Nel ‘700 avviene un restauro consistente ad opera di Raimondo di Sangro, nobile dilettante, figura tipica dell’Illuminismo, scienziato e letterato, con fama di inventore e viaggiatore.
Tra il 1749 ed il 1771 fa ridecorare totalmente la ca****la e chiama personalità non autoctone, bensì artisti conosciuti durante i suoi viaggi, come lo scultore veneto Antonio Corradini, la cui specialità consiste nel velare le statue. A lui affida la figura della madre, la Pudicizia, e del padre, il Disinganno; a causa della morte, di quest’ultima non è l’autore ma lascia solo il bozzetto. Raimondo, infatti, lungimirante, essendo il suo artista anziano, gli chiede di realizzare 36 modellini in terracotta, tra cui anche quello del Cristo Velato, opera di Giuseppe Sanmartino.
Raimondo affida pertanto a Francesco Queirolo, scultore scovato durante un viaggio a Genova, la realizzazione di una statua che ritragga il padre, Antonio di Sangro, duca di Torremaggiore, giocatore accanito che, in seguito alla morte prematura della moglie, viaggia per l’Europa, conducendo una vita smoderata ma che, prima di morire, ritrova il senno della ragione; dopo essere stato ingannato tanto da se stesso, infatti, decide di tornare a Napoli per trascorrere gli ultimi anni nella tranquillità della vita sacerdotale.
Il Disinganno descrive proprio un uomo inserito in una rete nodosa, che rappresenta il peccato, da cui riesce ad uscirne sgomitando, grazie all’ausilio di un Angelo che reca in fronte una piccola fiamma, simbolo dell’umano intelletto e che indica il globo terrestre ai suoi piedi, simbolo delle passioni mondane.
La statua nel complesso è un riferimento al percorso di iniziazione massonica, nel cui rituale si procedeva bendati e privi di vista, fino a riottenerne di nuova e illuminante. Solo attraversando il buio della perdizione e del peccato si può comprendere e raggiungere la luce della Conoscenza e della Verità.
Bellissima la dedica composta da Raimondo, in cui la vita del padre diviene testimonianza della “fragilità umana, cui non è concesso avere grandi virtù senza vizi”.
Il gruppo scultoreo è al pilastro a destra dell’altare e costituisce il pendant della Pudicizia.
Nella statua aleggia una vera e propria componente scenografica tardo barocca e ciò che stupisce maggiormente è la realizzazione della rete, così perfetta da apparire reale e solamente dipinta con il colore del marmo.
Si tramanda che Queirolo abbia personalmente passato a pomice la scultura poiché gli artigiani dell’epoca, specializzati proprio nella fase di finitura, si sarebbero rifiutati di toccare la delicatissima rete per paura di vedersela frantumare sotto le mani.
Anche in questo caso, così come per il velo del Cristo Velato, si presuppone che il principe di San Severo abbia agito con l'alchimia su una banale rete da pescatore, pietrificandola.
Federica Oggero.