11/02/2026
A Coscienza Libera - 007
𝗧𝗿𝗮 𝗶 𝗯𝗲𝗻𝗶 𝗲𝗱 𝗶𝗹 𝗺𝗮𝗿𝗲
In questi giorni il pensiero mi riporta a quattro mesi fa, quando il mio desiderio era quello di navigare verso Gaza.
Per ragioni di lavoro ho dovuto cambiare ruolo:
da navigante a equipaggio di terra.
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(Otranto porto - Diario di bordo)
The Conscience — la coscienza dei popoli, e della mia anima — una nave che poteva portare fino a duecento passeggeri, attraccata alla banchina da giorni, in attesa di partire.
La guardavo ogni mattina.
Ferma.
Carica di ciò che ancora non bastava.
Perché potesse ospitare più di cento persone — medici, personale paramedico, giornalisti e persone semplici come te e me — oltre a tutto il suo equipaggio e, soprattutto, perché potesse garantire un carico di materiale farmaceutico ed ospedaliero sufficiente a rifornire ciò che resta degli ospedali di Gaza, era stata aperta una raccolta di donazioni.
Arrivava gente da tutta la Puglia.
Arrivavano al porto con le autovetture cariche di beni.
Io li vedevo arrivare.
Vedevo aprire i bagagliai come si aprono le case.
Ogni bene aveva un’origine, una storia, una distanza già percorsa.
I volontari di Salento per la Palestina prendevano in carico il tutto, smistavano, suddividevano in grandi scatoloni in base alle categorie: pasta, scatolame, caffè, tè, zucchero, farine.
E poi: farmaci, presìdi medici, materiale chirurgico.
E molto, molto altro.
Il tutto veniva inscatolato, etichettato, poi caricato su 'The Conscience'.
Per giorni e giorni.
Ma era un tempo fatto di mani,
più che di ore.
Un passaggio di mani fisico,
ma anche altamente simbolico.
Arrivando al presidio di Salento per la Palestina, tante mani donavano e altrettante mani accoglievano e smistavano.
Alla banchina di attracco, l’equipaggio turco di 'The Conscience' - con indosso le magliette con una scritta che non è uno slogan ma una consegna: 'Break the Siege' - si disponeva in fila per un passamano in continuo.
Dai vasetti di miele giunti dalle colline del Vicentino fino all’olio d’oliva pugliese arrivato dalle zone più remote dell’entroterra.
Nonostante tutto questo fosse ormai all’ordine del giorno, sotto lo sguardo vigile della Capitaneria di Porto, ciò che veniva generosamente caricato — e parliamo di furgoni interi — non bastava.
Non sarebbe bastato per affrontare una traversata programmata di una decina di giorni per circa 130 persone.
E soprattutto non bastava per integrare ciò che volevamo consegnare a Gaza, assieme al carico di medicinali e attrezzature mediche: il passaggio di mani più importante.
Ma sapevamo che non bastava,
non basta mai per quanto avremmo voluto portare a Gaza.
Così, pochi giorni prima della data stabilita, siamo andati a fare 'la grande spesa'.
Eravamo in cinque: Boris (Salento per la Palestina), tre rappresentanti della Mavi Marmara Foundation ed io.
Entriamo nell’ipermercato all’alba, usciamo che è quasi buio.
Un’intera giornata - intensa, accorta, in piena consapevolezza - trascorsa dentro un immenso ipermercato della grande distribuzione, a fare la spesa per le persone che si dovevano imbarcare, ma soprattutto per Gaza.
In tutta la mia vita non avevo mai fatto, né visto fare, una spesa simile in un solo giorno.
Un giorno intero e almeno una quarantina di carrelli pieni, oltre ai bancali forniti direttamente dal centro all’ingrosso.
La lista della spesa, scritta in turco e tradotta in italiano, era così lunga da farmi pensare, lì per lì, a quei film d’un tempo in cui si narravano le vicende di re e regine, dove un menestrello leggeva pergamene che non finivano mai.
Succhi di frutta.
Formaggi.
Detergenti.
Assorbenti.
Cerotti.
Borotalco.
Frutta.
Pane che dovrà durare.
Interi bancali di acqua.
E così, apparentemente all’infinito.
Dare da mangiare a centinaia di persone, e portare altrettanto per Gaza, pur restando dentro i limiti del carico massimo consentito dalla nave.
Tra le corsie ci cercavamo continuamente, per consigliarci sui prodotti giusti.
Il direttore del supermercato, conosciuto lo scopo e la destinazione di quella spesa, si mise completamente a disposizione, senza domande inutili.
Apriva magazzini.
Chiamava altri centri.
Muoveva persone.
Lui e tutto il personale ci aiutarono a spostare carrelli, cercare il necessario, ordinare da altri centri di distribuzione ciò che mancava.
Carrello dopo carrello.
Scaffale dopo scaffale.
Uno di quegli aspetti della logistica che pochi immaginano e raramente vengono raccontati.
Nemmeno io, pur essendo a Otranto da due settimane per organizzare il tutto, mi aspettavo un’avventura del genere.
A fine giornata, dopo aver caricato i furgoni a noleggio, ci siamo finalmente seduti.
Sudati, stanchi, sfigurati.
Ma felici, sereni nell’anima.
Nel bar accanto ci offrirono da mangiare e da bere: in tutta quella giornata ci eravamo dimenticati di noi stessi.
Verso il tramonto, tornammo da Lecce a Otranto, con Gaza nel cuore ❤️ e The Conscience nell’anima,
I marinai e il capitano ci aspettavano per l’ultimo, grandissimo passamano di beni dall’Italia verso Gaza.
Ancora mani.
Ancora schiene piegate.
Ancora attenzione e cura.
Ogni scatola che sale a bordo è una promessa: non sappiamo se arriverà, ma sappiamo bene che deve partire.
Alla fine, tra i beni donati dalla e quelli acquistati, il carico è di 20 tonnellate, di cui quasi due tonnellate di medicinali.
Quella sera andai a dormire molto presto.
Ma con il telefono acceso sul comodino.
Due nostre barche — 'Al-Awda' e 'Ghassan Kanafani' — erano già al largo, e bisognava vegliare anche sulla loro sicurezza.
Partecipare alle missioni verso Gaza non è eroismo.
È attenzione, cura, responsabilità.
Il mare è sfondo, interlocutore,
tramite di una promessa:
𝗿𝗼𝗺𝗽𝗲𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗯𝗹𝗼𝗰𝗰𝗼.
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𝗧𝗵𝗲𝗮 𝗩𝗮𝗹𝗲𝗻𝘁𝗶𝗻𝗮 𝗚𝗮𝗿𝗱𝗲𝗹𝗹𝗶𝗻
Freedom Flotilla Italia
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