06/06/2021
“Federica batte tutti”, "Ho capitalizzato l’anno della pandemia: nel 2020, chiusa in casa, invece di deprimermi ho fatto ben 12 esami".
E’ questo il modello di università che enfatizzano e ci raccontano i giornali, ma veramente è questo il modello di università che vogliamo? L’università della competizione, l’università in cui non puoi permetterti di star male e rimanere indietro, o di avere altri interessi nei quali investire tempo ed energie, altrimenti sei un perdente. L’università dell’eccellenza a tutti i costi altrimenti non sei nessuno e non potrai fare carriera. Non ce l’abbiamo con chi si laurea in breve tempo o dedica tanto tempo ed energie per lo studio, ma ce l’abbiamo con la narrazione che marginalizza chi invece non ce la fa, chi sta peggio, per un motivo o per un altro.
Ormai da molti mesi denunciamo i problemi che la pandemia ha creato a livello di disagio psicologico negli studenti e nelle studentesse. Problemi legati all’isolamento, alla mancanza di interazioni sociali, ma anche causati dalla frustrazione per la propria carriera accademica, rallentata a causa del cambio delle modalità didattiche, e non da ultimo dalle difficoltà economiche che molti e molte hanno vissuto durante l’ultimo periodo e che in alcuni casi hanno portato anche a dover abbandonare il percorso di studio.
Gli studenti e le studentesse non dovrebbero sentirsi dei singoli, soli, continuamente in competizione tra di loro, sotto pressione per concludere gli studi più velocemente possibile e per entrare più velocemente possibile in un mercato del lavoro altrettanto spietato e che replica le stesse dinamiche.
Soprattutto dopo la pandemia dovremmo ritornare a vivere momenti di socialità, a prenderci cura di noi, a trovare il modo anche di superare i momenti di disagio che abbiamo vissuto. Riconosciamo che dei problemi esistevano anche prima della pandemia: l’università da molti anni a questa parte è intesa non come un luogo di crescita ed emancipazione personale, in cui sviluppare anche interessi, progetti, passioni, ma come un luogo riservato ai migliori, a coloro che poi dovranno entrare nel mondo del lavoro con alte qualifiche e incarichi di dirigenza. Perfino la ricerca viene intrisa di questa retorica meritocratica.
Vogliamo un’università diversa, in cui come studenti e studentesse sentirci di essere parte di una collettività, e all’interno di questa collettività poter dare una risposta ai nostri bisogni e alle nostre aspirazioni!