21/09/2026
"Settembre, andiamo. È tempo di migrare..."
Anzi no, in Calabria è tempo di restare.
RISPONDE A.I.
"Necessità di trasformare il restare in Calabria da atto di resistenza a opportunità concreta di vita e lavoro.
Oltre il Turismo Balneare cresce la riflessione, alimentata anche da iniziative culturali e di promozione territoriale, sull'importanza di non ridurre l'immagine della regione ai soli mesi estivi o alle mete iconiche della costa, valorizzando invece i parchi nazionali, le aree interne, le tradizioni e le risorse ambientali dell'entroterra"
DAL WEB
RITORNO IN CALABRIA
"Insegna a Firenze da 15 anni ma lascia tutto: «Torno in Calabria, non ce la faccio più»
Studiare, laurearsi, vincere un concorso, lavorare per anni nella scuola pubblica e poi arrendersi. Non per mancanza di vocazione, ma perché lo stipendio non basta più per vivere dignitosamente. È la storia di Alberto, insegnante che dopo 15 anni trascorsi a Firenze ha deciso di lasciare la città e tornare in Calabria.
La sua testimonianza, raccolta dal Corriere Fiorentino, racconta una realtà che migliaia di lavoratori conoscono bene. Affitti sempre più alti, costo della vita in costante crescita e stipendi che restano sostanzialmente fermi. Un equilibrio diventato impossibile da sostenere anche per chi ha un impiego stabile nel settore pubblico.
Per anni ci hanno raccontato che il problema del Sud fosse la mancanza di lavoro. Oggi emerge un’altra verità: anche nelle città economicamente più forti del Paese molti lavoratori faticano ad arrivare a fine mese. E quando persino un insegnante è costretto a lasciare dopo quindici anni, significa che qualcosa nel sistema non sta funzionando.
La vicenda di Alberto riapre inoltre una questione spesso ignorata: il costo dell’emigrazione interna. Migliaia di meridionali hanno lasciato la propria terra per garantire servizi essenziali in altre regioni, contribuendo alla crescita economica del Nord. Ma cosa accade quando il sacrificio non viene più compensato da una qualità della vita adeguata?
Sempre più persone iniziano a rivalutare il ritorno al Sud, dove gli stipendi possono essere simili ma il costo della vita, in molti casi, resta più sostenibile. Una scelta che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile.
La storia di Alberto non è soltanto una vicenda personale. È il simbolo di un Paese in cui lavorare non sempre basta per vivere serenamente.
Secondo voi è normale che un insegnante dopo 15 anni debba lasciare il proprio lavoro a causa del costo della vita o la politica dovrebbe intervenire subito?"
Dal web
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Lavoro
Fonte: Corriere Fiorentino