02/10/2026
Il lunfardo
LUNFARDO
La parlata del tango argentino
Con tanto sentimento da raccontare e tanti pensieri da cantare, al tango sembrò insufficiente il linguaggio comune dei mortali della sua terra. Il lunfardo fu la risorsa che adottò per riferirsi alle cose in un altro modo, per creare complicità tra persone accomunate dagli stessi sentimenti.
In origine, il termine lunfardo significava «ladro». Era la parola che i delinquenti utilizzavano per chiamarsi tra loro. Dietro quel termine si nascondeva, per così dire, un modo per riferirsi ai ladri, che finì poi per indicare tutti i malviventi della stessa risma e li accomunò. Ma i vocaboli alternativi dei loro simili si moltiplicarono e così si formò una nuova lingua tra i vicoli più malfamati di Buenos Aires. Progressivamente, questo nuovo codice cominciò a oltrepassare i confini dei sobborghi più poveri e si mescolò alle voci dei gauchos e degli immigrati, alimentando il ventaglio di espressioni che avrebbe poi raggiunto il centro della città.
Il compadrito, habitué dei bordelli e delle sale da ballo in cui si intratteneva, contribuì alla sua diffusione. Si dice che proprio in quei luoghi di dubbia moralità il tango abbia trovato nel gergo una parlata adatta a manifestarsi. Il lunfardo non è considerato una lingua né un dialetto, e nemmeno un gergo propriamente detto, perché manca di una sintassi e di una grammatica proprie. Si tratta di un insieme di sinonimi utilizzati per creare metafore e conferire al discorso una sfumatura popolare.
Usato dal cittadino comune, dal poeta e dall’artista, oltrepassò gli strati sociali e culturali e diventò una forma colloquiale e popolare di comunicazione per l’uomo contemporaneo in Argentina.
Glossario
Chamuyo: conversazione, chiacchierata.
Gotán: tango, con le sillabe invertite.
Malandra: malvivente.
Compadrito: uomo dei sobborghi di Buenos Aires, provocatore, litigioso e vanitoso.
Peringundín: locale di dubbia moralità dove si balla il tango; esercizio di infima categoria; albergo a ore.