SOS Ripetizioni

Chiama Indicazioni Sito Web Contatta la scuola/università

SOS Ripetizioni Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di SOS Ripetizioni, Tutor/insegnante, Via San Marco 1937, Chioggia.

08/10/2026
HANNO COSTRUITO UN TELESCOPIO SOTTO 2.500 METRI DI GHIACCIO. ORA QUELL’IDEA HA VINTO IL NOBEL. Il Premio Nobel per la Fi...
07/10/2026

HANNO COSTRUITO UN TELESCOPIO SOTTO 2.500 METRI DI GHIACCIO. ORA QUELL’IDEA HA VINTO IL NOBEL.

Il Premio Nobel per la Fisica 2026 è stato assegnato a Francis Halzen, per il ruolo decisivo nella nascita di IceCube e nella scoperta dei neutrini cosmici di altissima energia. E questa è una di quelle storie che spiegano perfettamente perché la ricerca fondamentale sia così affascinante. IceCube non assomiglia affatto a un telescopio. Non ha una grande cupola, non ha uno specchio rivolto verso il cielo e non osserva la luce. È un gigantesco rivelatore costruito dentro il ghiaccio dell’Antartide, con oltre 5.000 sensori distribuiti fino a circa 2,5 km di profondità, in un volume dell’ordine di un chilometro cubo. E cosa cerca? I neutrini. Particelle quasi prive di massa, elettricamente neutre, così difficili da fermare che possono attraversare enormi quantità di materia senza lasciare traccia. In questo momento miliardi di neutrini stanno attraversando anche noi. La maggior parte continuerà semplicemente il proprio viaggio come se non esistessimo. Ed è proprio questo a renderli preziosi. La luce può essere assorbita o oscurata. Le particelle cariche vengono deviate dai campi magnetici. I neutrini, invece, possono arrivare quasi indisturbati dalle regioni più estreme dell’Universo: buchi neri supermassicci, nuclei galattici attivi, violenti acceleratori cosmici. Negli anni Ottanta Halzen fu tra coloro che spinsero un’idea quasi assurda: usare il ghiaccio antartico stesso come parte di un gigantesco rivelatore. Poi quella follia diventò realtà. IceCube fu completato nel 2011. E nel 2013 arrivò una scoperta fondamentale: il rivelatore osservò una popolazione di neutrini di altissima energia di origine extraterrestre. Non prodotti nell’atmosfera terrestre. Non provenienti semplicemente dal Sole. Ma messaggeri arrivati da distanze cosmiche. Da quel momento l’astronomia aveva conquistato un nuovo modo di osservare l’Universo. Non soltanto con la luce, ma anche con i neutrini. È l’inizio della grande era dell’astronomia multimessaggera. Oggi possiamo studiare il cosmo combinando fotoni, onde gravitazionali, raggi cosmici e neutrini. È un po’ come se per secoli avessimo osservato l’Universo soltanto con gli occhi e improvvisamente avessimo imparato anche ad ascoltarlo. Ed è forse questa la parte più bella del Nobel di quest’anno. Qualcuno, molti anni fa, ha guardato il ghiaccio dell’Antartide e ha pensato: “Potremmo usarlo per vedere l’Universo.” Sembrava quasi fantascienza. Oggi quella visione ha aperto una nuova finestra sul cosmo. E ha vinto il Nobel. Francis Halzen, Premio Nobel per la Fisica 2026. La ricerca di base funziona spesso così: prima sembra inutile, esagerata o impossibile. Poi cambia il modo in cui guardiamo l’Universo.

L’amore è anche mettere la sveglia alle DUE del mattino per andare a vedere “quattro capannoni”. Domani vado al CERN, ac...
06/10/2026

L’amore è anche mettere la sveglia alle DUE del mattino per andare a vedere “quattro capannoni”.

Domani vado al CERN, accompagnando degli studenti in visita guidata. E questa volta viene anche mio marito.
Mio marito è un architetto. Molto bravo, e lo dico con l’orgoglio di una moglie che ammira il suo lavoro. Di fisica delle particelle sa poco: io parlo di acceleratori, lui vede strutture, proporzioni, spazi.
Sul Science Gateway progettato da Renzo Piano, però, parte decisamente preparato. Insomma, abbiamo trovato un punto d’incontro prima ancora di salire sul pullman.
Per chi si chiedesse che cosa sia: il Science Gateway è il centro del CERN dedicato all’educazione e alla divulgazione. Ospita mostre interattive, laboratori didattici e attività che permettono di avvicinarsi alla fisica anche senza averla studiata all’università. Una porta d’ingresso alla scienza, pensata per accendere la curiosità.
Il CERN vero e proprio è il grande laboratorio internazionale di ricerca in fisica delle particelle, vicino a Ginevra, tra Svizzera e Francia. È il luogo dove si usano acceleratori e rivelatori per studiare i costituenti fondamentali della materia e le loro interazioni. Il Science Gateway racconta e rende accessibile quel mondo; nei laboratori e negli impianti del CERN quel mondo si esplora ogni giorno.
Ecco che cosa c’è dietro quei famosi “quattro capannoni”.
Io ci vedo domande enormi, ingegno, persone che dedicano la vita a capire un pezzetto in più dell’universo. Portare degli studenti a incontrare tutto questo mi emoziona ogni volta.
E domani potrò condividerlo anche con lui.
Sa quali sono i miei interessi, conosce il mio lavoro, mi ascolta quando ne parlo. Ma ve**re significa fare un passo in più: vedere da vicino ciò che mi appassiona, capire perché in certi posti mi brillano gli occhi.
Penso che amare qualcuno significhi anche questo: avere curiosità per il suo mondo. Chiedersi che cosa trovi di così bello in una cosa che, vista da fuori, magari sembra incomprensibile.
Non serve condividere ogni passione. È già bellissimo avere accanto qualcuno che vuole conoscerla perché è una parte di te.
E lui, per conoscere meglio la mia, domani si alza alle due del mattino.
A quell’ora persino le particelle, potendo, si girerebbero dall’altra parte. Noi invece cercheremo il caffè.
Da architetto, probabilmente avrà qualcosa da dire sui capannoni.
Da marito, per me, ha già detto tantissimo.

«Il CERN costa troppo». Bene: allora facciamoli davvero, questi conti.Quando si parla di ricerca, la domanda arriva punt...
03/10/2026

«Il CERN costa troppo». Bene: allora facciamoli davvero, questi conti.

Quando si parla di ricerca, la domanda arriva puntuale: «Quanto ci costa?». Giustissima. Ma per valutare un investimento bisogna chiedersi anche quanto restituisce alla società.
E qui c’è un risultato che merita attenzione: secondo l’analisi economica descritta dal CERN e approfondita nel CERN Courier, l’ammodernamento ad alta luminosità dell’LHC dovrebbe generare circa 1,8 franchi di benefici sociali per ogni franco investito. Quasi il doppio del costo.
La parte più interessante? Il valore delle eventuali nuove scoperte non è stato incluso nel calcolo.
Nessuno può sapere in anticipo quale scoperta arriverà, quando arriverà e quali applicazioni avrà. Per questo lo studio considera soltanto benefici che si possono ragionevolmente stimare.
Allora da dove arriva questo ritorno?
Dalle persone, prima di tutto. Circa il 40,3% dei benefici stimati deriva dalla formazione: studenti, tecnici e giovani ricercatori acquisiscono competenze avanzate che porteranno nelle università, nelle aziende e in altri settori dell’economia. L’esperienza maturata al CERN continua a produrre valore lungo le loro carriere.
Dalle imprese e dalle tecnologie. Un altro 37,7% riguarda le ricadute sui fornitori industriali e il software reso disponibile gratuitamente. Costruire componenti per una macchina così esigente significa imparare nuove tecniche, migliorare processi e sviluppare capacità spendibili anche con altri clienti.
Il resto comprende pubblicazioni, attività culturali, visite e il valore che i cittadini attribuiscono alla ricerca fondamentale.
Sono benefici per la società, distribuiti nel tempo: competenze, produttività, innovazione e conoscenza. Non soldi che rientrano tutti nella cassa del CERN.
E quanto sono solide queste previsioni?
Lo studio confronta due scenari: un futuro con l’ammodernamento e uno in cui l’LHC prosegue senza di esso. All’upgrade viene attribuita soltanto la differenza.
Per esplorare l’incertezza sono state effettuate 50.000 simulazioni, variando 15 parametri fondamentali: nel 94% dei casi i benefici superano i costi. È una previsione basata su un modello e sulle sue ipotesi, non una promessa di rendimento garantito.
Poi c’è tutto ciò che oggi non sappiamo mettere in un bilancio.
Quando si scoprì il positrone, nessuno stava progettando una PET. E quando al CERN nacque il World Wide Web per condividere informazioni, non esisteva ancora il mondo digitale che oggi diamo per scontato.
Questo non significa che ogni esperimento produrrà una rivoluzione. Significa che pretendere di conoscere tutte le applicazioni prima di finanziare la ricerca vorrebbe dire rinunciare proprio a quelle che ancora non possiamo immaginare.
Controllare i costi è doveroso. Chiedere trasparenza anche. Ma liquidare tutto con «soldi buttati» senza guardare ai benefici è un giudizio fatto a metà.
Il prezzo della ricerca compare nei bilanci. Il valore che produce continua a circolare molto dopo.
La prossima volta che chiediamo «quanto costa?», completiamo la domanda: «E che cosa ci restituisce?»

UN NUCLEONE NON È “UGUALE A SE STESSO” OVUNQUE SI TROVI NEL NUCLEO. E ATLAS LO HA APPENA VISTO.Sembra quasi un dettaglio...
02/10/2026

UN NUCLEONE NON È “UGUALE A SE STESSO” OVUNQUE SI TROVI NEL NUCLEO. E ATLAS LO HA APPENA VISTO.

Sembra quasi un dettaglio. In realtà è una di quelle misure che possono cambiare il modo in cui descriviamo la struttura interna dei nuclei atomici.
La collaborazione ATLAS al CERN ha ottenuto la prima osservazione del fatto che i nucleoni — protoni e neutroni — situati verso il bordo di un nucleo hanno una distribuzione interna di quark e gluoni diversa da quella dei nucleoni più vicini al centro. Il risultato è stato pubblicato il 1° ottobre 2026.
Ed è qui che la cosa diventa davvero interessante.
Da decenni sappiamo che protoni e neutroni, quando vengono “imprigionati” all’interno di un nucleo, non si comportano esattamente come se fossero isolati. La distribuzione del momento tra quark e gluoni cambia: è il celebre effetto EMC, scoperto nel 1982 e ancora oggi non completamente compreso. Le cosiddette nuclear Parton Distribution Functions, o nPDF, servono proprio a descrivere queste modifiche.
Ora ATLAS aggiunge un pezzo completamente nuovo al puzzle: la modifica non sembra essere uniforme in tutto il nucleo.
Per capirlo i ricercatori hanno studiato collisioni ultraperiferiche tra nuclei di piombo all’LHC. In questi eventi i nuclei non si schiantano frontalmente: si sfiorano, e gli enormi campi elettromagnetici che li circondano permettono a un fotone proveniente da un nucleo di interagire con l’altro. Da queste interazioni possono nascere coppie di jet, vere e proprie “impronte” dei quark e dei gluoni coinvolti.
Il trucco sperimentale è bellissimo.
Quando il fotone colpisce un nucleone situato più profondamente nel nucleo, spesso il nucleo si rompe e vengono prodotti neutroni in avanti, rilevati dai calorimetri ZDC di ATLAS posti a circa 140 metri dal punto di collisione. Ma in circa il 4% delle interazioni fotonucleari, il fotone colpisce un singolo nucleone periferico lasciando praticamente intatto il resto del nucleo.
Confrontando queste due categorie di eventi, ATLAS ha osservato una differenza nelle distribuzioni partoniche con una significatività statistica di 6 sigma: ben oltre la soglia normalmente utilizzata in fisica delle particelle per parlare di osservazione.
In altre parole, il nucleo non è semplicemente una “palla” uniforme di protoni e neutroni.
La posizione di un nucleone all’interno del nucleo sembra influenzare il modo in cui quark e gluoni distribuiscono il loro momento.
Ed è una cosa notevole, perché stiamo mettendo in relazione due scale fisiche enormemente diverse: da una parte la struttura del nucleo, dall’altra quella infinitamente più piccola dei quark e dei gluoni contenuti nei nucleoni.
L’analisi è stata realizzata utilizzando i dati delle collisioni piombo-piombo del 2018, con luminosità integrata di 1,72 nb⁻¹. Con i dataset molto più grandi del Run 3 e, in futuro, dell’High-Luminosity LHC, queste differenze potranno essere studiate con una precisione ancora maggiore.
Ed è questo uno degli aspetti più affascinanti del CERN: non si tratta soltanto di “cercare nuove particelle”. A volte si prendono protoni e neutroni, oggetti che studiamo da più di un secolo, e si scopre che la loro struttura è ancora più sottile e complessa di quanto pensassimo.
Più guardiamo dentro la materia, più scopriamo che anche ciò che credevamo familiare nasconde ancora qualcosa.

Altro che “CERN fermo”. Quando finiscono le collisioni, comincia un altro tipo di corsa: quella contro il tempo per prep...
01/10/2026

Altro che “CERN fermo”. Quando finiscono le collisioni, comincia un altro tipo di corsa: quella contro il tempo per preparare la macchina del futuro.

Mentre il Large Hadron Collider è entrato nel suo lungo periodo di aggiornamento, nei laboratori e nei siti che collaborano con il CERN i lavori continuano senza sosta. E uno degli ultimi traguardi riguarda proprio ATLAS: al DESY, in Germania, sono stati installati i primi nove “petali” del nuovo Inner Tracker, l’ITk, il rivelatore che prenderà posto nel cuore dell’esperimento per l’era dell’High-Luminosity LHC.
Si chiamano “petali” perché la loro forma ricorda davvero quella di un fiore, ma dietro il nome poetico c’è tecnologia estremamente raffinata. Ogni elemento è lungo circa 60 centimetri e porta sei moduli rivelatori al silicio per ciascun lato, insieme all’elettronica, ai sistemi di raffreddamento e alle infrastrutture necessarie, il tutto concentrato su una struttura leggerissima.
L’installazione è iniziata il 14 settembre e, il 28 settembre, il nono petalo è stato inserito con successo nella struttura dell’endcap: un passaggio importante perché segna l’inizio della vera fase di integrazione su larga scala.
E Altro che “CERN fermo”. Quando finiscono le collisioni, comincia un altro tipo di corsa: quella contro il tempo per preparare la macchina del futuro.
Mentre il Large Hadron Collider è entrato nel suo lungo periodo di aggiornamento, nei laboratori e nei siti che collaborano con il CERN i lavori continuano senza sosta. E uno degli ultimi traguardi riguarda proprio ATLAS: al DESY, in Germania, sono stati installati i primi nove “petali” del nuovo Inner Tracker, l’ITk, il rivelatore che prenderà posto nel cuore dell’esperimento per l’era dell’High-Luminosity LHC.
Si chiamano “petali” perché la loro forma ricorda davvero quella di un fiore, ma dietro il nome poetico c’è tecnologia estremamente raffinata. Ogni elemento è lungo circa 60 centimetri e porta sei moduli rivelatori al silicio per ciascun lato, insieme all’elettronica, ai sistemi di raffreddamento e alle infrastrutture necessarie, il tutto concentrato su una struttura leggerissima.
L’installazione è iniziata il 14 settembre e, il 28 settembre, il nono petalo è stato inserito con successo nella struttura dell’endcap: un passaggio importante perché segna l’inizio della vera fase di integrazione su larga scala.
E siamo soltanto all’inizio.
Il sistema ITk Strips avrà due grandi endcap, cioè le due sezioni poste alle estremità del rivelatore. Ognuna conterrà 192 petali distribuiti su sei dischi. I primi nove sono stati assemblati al DESY e ne restano altri 184 già pronti per essere integrati; il secondo endcap viene invece assemblato al Nikhef, nei Paesi Bassi, dove saranno installati altri 192 petali.
Perché tutto questo lavoro?
Perché il futuro HiLumi LHC produrrà molte più collisioni rispetto all’LHC attuale. Più collisioni significano più dati, ma anche un ambiente molto più impegnativo per i rivelatori. Il nuovo tracker dovrà riuscire a ricostruire con enorme precisione le traiettorie delle particelle anche quando, nello stesso istante, nel detector avverranno moltissime interazioni sovrapposte.
Nel frattempo, sotto terra, si lavora altrettanto intensamente. Sono già iniziate le operazioni di smantellamento delle sezioni della macchina attorno ad ATLAS e CMS: verranno sostituiti grandi magneti di focalizzazione con nuovi sistemi superconduttori destinati all’HiLumi LHC. I nuovi tripleti interni utilizzeranno bobine in niobio-stagno e potranno raggiungere campi magnetici di circa 11,3 tesla, circa il 40% superiori a quelli dei magneti attuali.
Solo tra agosto e settembre sono stati inoltre smontati oltre 1300 componenti del sistema da vuoto, per un totale di circa 890 metri di tubazioni, liberando lo spazio necessario alle nuove apparecchiature.
Ed è questa forse la cosa più affascinante del CERN: non si sta praticamente mai con le mani in mano.
Quando l’acceleratore produce collisioni, migliaia di persone raccolgono e analizzano dati. Quando le collisioni si fermano, altre migliaia smontano, progettano, costruiscono, testano, cablano, raffreddano e rimontano una macchina ancora più complessa.
Perché un acceleratore come LHC non è qualcosa che si costruisce una volta e poi si utilizza per sempre. È un enorme laboratorio in continua evoluzione.
Oggi, petalo dopo petalo, magnete dopo magnete, metro dopo metro, sta già nascendo il CERN dei prossimi decenni.
E quando i protoni torneranno a circolare, dietro quelle nuove collisioni ci saranno anni di lavoro che il pubblico quasi non vede.
E quei piccoli “petali” di silicio sono uno dei primi pezzi del futuro.

Oggi il CERN compie 72 anni. E tutto è cominciato con un’idea rivoluzionaria: fare scienza insieme, in un’Europa appena ...
29/09/2026

Oggi il CERN compie 72 anni.

E tutto è cominciato con un’idea rivoluzionaria: fare scienza insieme, in un’Europa appena uscita dalla guerra.
Il 29 settembre 1954 entrò in vigore la convenzione firmata da 12 Paesi europei, Italia compresa. Con il sostegno dell’UNESCO nacque, vicino a Ginevra, un laboratorio comune: un luogo dove condividere strumenti, conoscenze e domande troppo grandi per essere affrontate da soli.
La domanda più grande era, ed è ancora: di che cosa è fatto l’Universo?
Da quel progetto sono arrivati acceleratori sempre più potenti, la scoperta delle particelle W e Z, il World Wide Web inventato al CERN da Tim Berners-Lee e, nel 2012, la scoperta del bosone di Higgs. Oggi il Large Hadron Collider percorre un anello di 27 chilometri sotto il confine franco-svizzero, mentre ricercatrici e ricercatori di tutto il mondo continuano a studiare la materia, l’antimateria e le leggi fondamentali della natura.
In 72 anni il CERN è passato da 12 Paesi fondatori a 25 Stati membri. Ma la sua intuizione iniziale resta attualissima: quando persone di Paesi diversi lavorano insieme per capire qualcosa che ancora non sappiamo, la conoscenza avanza. E a volte cambia anche la nostra vita quotidiana.
Buon compleanno, CERN. Le domande più belle sono ancora davanti a noi.

Al CERN stanno spostando un magnete da 8,5 tonnellate attraverso un corridoio strettissimo. Perché? Per dare a ISOLDE nu...
26/09/2026

Al CERN stanno spostando un magnete da 8,5 tonnellate attraverso un corridoio strettissimo. Perché? Per dare a ISOLDE nuovi nuclei da studiare.

Quando si parla di CERN, si pensa subito all’LHC. Ma c’è un altro luogo dove si fanno domande enormi partendo da oggetti minuscoli: ISOLDE, l’impianto che produce e separa isotopi radioattivi, compresi nuclei così ricchi o poveri di neutroni da essere instabili.
Qui un fascio di protoni colpisce un bersaglio, genera una varietà di nuclei e permette ai ricercatori di selezionarli e studiarli. È un modo per esplorare la struttura della materia e processi che interessano anche l’astrofisica, la scienza dei materiali e le scienze della vita.
Ora il CERN sta ammodernando la linea che porta i protoni dal Proton Synchrotron Booster a ISOLDE. Progettata in origine per protoni da 1 GeV e usata dagli anni Duemila a 1,4 GeV, viene riconfigurata per arrivare a 2 GeV. L’obiettivo è aumentare la produzione di isotopi esotici: più nuclei disponibili significa più opportunità di misurarne proprietà che ancora conosciamo poco.
Per adeguare la linea, alcuni magneti saranno riutilizzati e altri sostituiti. Dieci sono già stati rimossi, tra spazi ridottissimi, vecchie infrastrutture e aree che richiedono schermature e procedure attentamente pianificate. Uno dei dipoli pesa 8,5 tonnellate ed è stato trasportato su rulli elettrici attraverso quel passaggio angusto.
La fisica di frontiera passa anche da qui: da persone capaci di far muovere otto tonnellate e mezzo con precisione millimetrica, perché un giorno si possa osservare un nucleo che esiste soltanto per un istante.

DUE PARTICELLE. UN SOLO DESTINO QUANTISTICO. Al CERN è arrivata una nuova, straordinaria conferma di quanto la natura po...
22/09/2026

DUE PARTICELLE. UN SOLO DESTINO QUANTISTICO.

Al CERN è arrivata una nuova, straordinaria conferma di quanto la natura possa essere più strana di qualsiasi fantascienza. Gli esperimenti ATLAS e CMS hanno trovato forti evidenze di entanglement quantistico tra due bosoni Z prodotti dal decadimento del bosone di Higgs. In parole semplici? I due bosoni non possono essere descritti come oggetti separati: le loro proprietà quantistiche restano profondamente correlate, come se facessero parte di un unico sistema. Il dettaglio affascinante è nello spin. Il bosone di Higgs ha spin zero; quando decade in due bosoni Z, gli stati di spin dei due devono combinarsi in modo da conservare quel valore. Se uno assume una certa configurazione, quella dell’altro non è indipendente. Ma i bosoni Z vivono per un tempo incredibilmente breve. Non possiamo osservarli direttamente: ATLAS e CMS ne ricostruiscono l’esistenza studiando le coppie di elettroni o muoni nelle quali decadono e analizzandone direzioni e correlazioni. Ed è proprio dentro quelle tracce che è emersa la firma dell’entanglement. Einstein guardava con sospetto questa “azione spettrale a distanza”. Oggi, quasi un secolo dopo, la stessa stranezza viene studiata alle energie estreme del Large Hadron Collider. Attenzione, però: non significa che le particelle si scambino messaggi più veloci della luce. Significa qualcosa di forse ancora più sorprendente: la realtà quantistica non sempre può essere divisa in oggetti con proprietà autonome. Dopo i quark top, ora anche i bosoni Z entrano nel catalogo delle particelle in cui l’entanglement viene indagato alle altissime energie. E il bosone di Higgs, ancora una volta, non è soltanto “la particella che dà massa”: sta diventando una finestra privilegiata sulle fondamenta quantistiche dell’Universo. La domanda non è più se l’Universo sia strano. La domanda è: quanto più strano può ancora diventare?

Indirizzo

Via San Marco 1937
Chioggia
30015

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 12:00
14:00 - 19:00
Martedì 09:00 - 12:00
14:00 - 19:00
Mercoledì 09:00 - 12:00
14:00 - 19:00
Giovedì 09:00 - 12:00
14:00 - 19:00
Venerdì 09:00 - 12:00
14:00 - 19:00

Telefono

+393464912789

Notifiche

Lascia la tua email e sarai tra i primi a sapere quando SOS Ripetizioni pubblica novità e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta La Scuola/università

Invia un messaggio a SOS Ripetizioni:

Scelte rapide

Condividi

Categoria