05/09/2024
All’alba del mondo, la dea Cura passeggiava pensierosa in solitudine. Arrivata sulla riva di un fiume, vide che i suoi piedi lasciavano un’impronta sull’ argilla.
Infilando le mani in quel fango, osservo' che, sotto le sue dita, essa si modellava. Decise dunque di plasmare delle figure simili a sé. Erano così belle e perfette che sembravano vere.
Implorò dunque Zeus affinché desse loro la vita.
Zeus esaudì immediatamente la richiesta di Cura, per ricambiare la dedizione della dea per tutte le volte che lo aveva assistito quando era stanco, massaggiato quando era indolenzito, ascoltato quando era preoccupato e consigliato su come alleviare le ansie che gli procurava il governo dell’ Universo.
“Per tutte le volte che ti sei presa cura di me, io ascolterò la tua preghiera”, disse.
Ma non appena vide la meraviglia sotto ai suoi occhI - le due forme d’argilla si muovevano e danzavano come divinità- Zeus volle appropriarsene e dar loro un nome.
Nella discussione intervennero anche gli altri dei dell' Olimpo.
Quando Cura, che amava ormai le sue creature, capì che le altre divinità, nel non voler abbandonare la disputa e la contesa, avrebbero distrutto la sua magia, corse a chiamare Crono, il saggio.
Questi, dopo lunga meditazione, così sentenziò:
“Tu Zeus, hai dato loro lo spirito. Alla loro morte, lo spirito tornerà a te”
“Tu Gea, hai dato loro l’argilla; alla loro morte riceverai il loro corpo”.
“Tu Cura , che per prima hai creato e animato il loro corpo, potrai possiederlo finché esso vivrà e si chiamerà "Homo", perché è stato tratto dall’ "humus”.
Cura ne fu felice, ma ben presto cominciò a rendersi conto che quelle due creature erano mortali e fragilissime, del tutto incapaci di provvedere a se stesse autonomamente.
Se non costantemente nutrite, sostenute, restaurate, continuavano a rompersi, vittime della natura, del tempo, dei pericoli esterni.
Nel frattempo, mentre Zeus continuava a progettare conquiste e potere per quelle creature, Gea organizzava per loro il lavoro nei campi e la subordinazione alle leggi del tempo.
Per Cura cominciarono così le ansie e gli affanni, per mantenere in vita quelle creature fragilissime: non dormiva più e non mangiava più, cercando di sopperire ad ogni loro mancanza, soprattutto quando si cimentavano in grandi progetti che non riuscivano mai a portare a termine da sole.
Si arrabbiava con Zeus, Gea e Crono, ricordando loro che era lei a dover incessantemente preservare la vita di Homo.
Ma gli dei non rinunciarono alle loro ambiziose conquiste e sentenziarono di prendere sotto la propria protezione soltanto gli eroi, lasciando a Cura solo le creature più fragili e più inclini a sciogliersi sotto il calore del sole e a contatto con l’acqua e il vento.
Cura fu cosi' "declassata" a dea minore, capace solo di occuparsi di persone ansiose e angosciate, inabili.
Ma non si arrese, continuo' a dispensare amore e attenzioni, a proteggerle dalla malinconia, dai turbamenti, dalle ingiustizie e dagli inganni del tempo, dai dolori, dalle ossessioni e dalla paura di invecchiare.
Ella parlava alle sue creature con amore, intrecciava i loro capelli come trame di un canto, donando loro le leggi del mondo e soprattutto il suo conforto.
Quando gli dei si resero conto della preziosa opera svolta da Cura, della sua generosa dedizione e della sua instancabilita', ella era ormai fuori dal tempo e dallo spazio.
Era diventata per tutti la "curandera", capace nel silenzio di accollarsi tutte le ansie, gli affanni, l’inquetudine degli uomini, nella quotidiana esposizione alle difficoltà del mondo, e di "guarirli" con il canto delle mani e l’incanto della sua voce.
HIGINUS, "Il Mito di Cura". II°sec. d.C.