Ches, Antica comunità della Val Rendena
di Olimpio Chesi
Gli abitanti di Ches - I “Da Chesso” storia, genealogia, casati. Gli abitanti di Ches - I “Da Chesso”
I primi abitanti di Ches erano probabilmente dei Celti. Essi sì insediarono nella valle di Rendena circa nel 500 a.C.. Successivamente, con l’espansione dell’impero romano, altre popolazioni si rifugiarono nelle valli alpine. scr
iveva:” Senza dubbio le genti alpine sono anch’esse di razza etrusca, specialmente i Reti. Solo che i luoghi alpestri li inselvatichirono al punto, che non mantengono degli antichi costumi, se non il linguaggio e anch’esso non incorrotto”. In realtà per i Romani la “Retia” aveva più significato geografico che etnico e nel termine “Reti” venivano compresi non solo gli Etruschi ma anche i Celti, Euganei, illiri e Liguri. Questi popoli erano sparsi nelle varie regioni alpine, tanto da far dire a Tacito e a Plinio: “Incolae alpium multi populi”! Così anche nella storia della Val Rendeva troviamo ad esempio tracce riferibili agli Euganei praticanti l’adorazione di idoli greci ed egiziani. A Spiazzo è nota la statua di Saturno, di vigiliana memoria, e a Bocenago pare esistesse una scultura marmorea del vitello “API” (divinità egizia) che la tradizione vuole fosse stata eretta presso l’ormai scomparso insediamento antico di Canisaga, vicino ad un corso d’acqua, chiamato tuttora ‘Rio del vitello. Se, come Tito Livio dice: ”Nomina sunt argumenta”, cioè che i nomi dei luoghi sono le prove e le testimonianze della storia passata, allora si può ragionevolmente presumere che gli abitanti celtici della Val Rendana abbiano assimilato anche caratteri etruschi e euganei. Nei secoli successivi prevalse sempre più l’impronta lombardoveneta che tutt’oggi caratteriza il popolo alpino del Trentino occidentale. Poco o nulla conosciamo della loro storia prima del 1027, anno in cui venne istituito il Principato Vescovile di Trento. Nei rari documenti esistenti di quell’epoca, compaiono anche i primi nomi degli abitanti di Ches. In seguito, i dati diventano man mano più numerosi e più completi, soprattutto dopo il Concilio di Trento (1545- 1563), quando divenne obbligatoria la registrazione di tutti i battezzati. Per la Valle di Rendena ciò avveniva unicamente presso la Pieve di Rendena, che con Tione, Bono e Condino, era una delle quattro Pievi delle Giudicarie “oltre il Duron”. I documenti civili e le relative pergamene invece, venivano custodite presso i singoli comuni. Attraverso ricerche eseguite sui vari registri e documenti disponibili è stato possibile ricostruire a grandi linee una traccia storica delle antiche famiglie che abitavano Ches. I primi dati risalgono al 1228, per poi divenire più completi verso il 1400. Dallo studio di questo materiale emerse per prima cosa, che in quell’epoca in Rendena non esistevano ancora i cognomi. Gli abitanti venivano chiamati tutti per nome, paternità e paese di provenienza. Nel caso di Ches erano d’uso i “da Chesio”, “da Chesso”, oppure semplicemente “da Ches”. Nei documenti redatti in latino la dizione diventava: “de Chessis” o “Chessij”. In alcuni casi troviamo anche qualche riferimento alla ubicazione della casa d’abitazione, come “dal doss”, “al ponte”. Più raramente è nominata la professione o il mestiere, come: frer (fabbro), molinar (mugriaio), sartor (sarto). Molto più tardi, verso il 16° secolo, probabilmente in seguito ad un notevole incremento della popolazione, che in due secoli si era raddoppiata, divenne necessario aggiungere al nome anche il casato. Esso consisteva in un soprannome, il cosiddetto “Scotum”. Questo ovviava agli inconvenienti derivanti dalle numerose omonimie, che potevano risultare dalla tradizione secolare di trasmettere alle generazioni future i nomi degli antenati. Verso il 1580, nella comunità di Ches, si distinguevano già chiaramente sei ceppi.
1°) i Delli Chessi a Chesio, che in seguito diventano i CHESI “Caser”.
2°) i De Chessis de Fisto, poi divenuti CHESI “Moresc”.
3°) i Delli Chessi de Fisto, poi CHESI “Ches” di Fisto.
4°) Un ramo dei “Da Ches” nel 1599 diventa “Degli Vecchi” da Ches, poi De Vecchis Chessij ed infine, soltanto dopo il 1728, gli attuali “Vecli”.
5°) Un altro ramo dei “Da Ches”, nel 1640 prende la denominazione “De Vigilis Chessij”, per il ripetersi nelle generazioni consecutive del nome Vigilio. Verso il 1650 essi risiedono a Fisto, con il nome “De Vigilis De Chessio - Ad Pontem”. Dopo il 1728 assumono definitivamente il cognome “Villi”.
6°) Un ultimo ramo dei “De Ches”, dopo il 1637, risulta registrato come “De Massarijs
Chessij”, avendo questa famiglia mantenuto fin dal 1512 e per generazioni, l’incarico di “massaro” (amministratore) diocesano e custode della ca****la di Santo Stefano, altare della comunità di Fisto e Ches, nella locale chiesa pievana. Ancora nel 1713 essi sono registrati come “Massari Chesi De Chesio”, per poi assumere l’attuale cognome di “Massari”. Nel 15° secolo, Villi e Massari erano ancora un ceppo unico, con lo scotume “De Tognis” da Chesso. Dalle tabelle si possono rilevare due dati fondamentali. Il primo, che i Chesi, Massari, Vecli e Villi sono tutti originari da Ches. Notizie esistenti sull’incremento della popolazione in Val Rendana, durante i secoli, rivelano che verso l’anno 1000 d.C. gli abitanti non erano più di 900, distribuiti su ben 25 agglomerati. Ciò poteva equivalere in media a 36 persone per comunità. Essendo però Ches a quell’epoca, soltanto frazione di Fisto, ciò fa ritenere, che da sola non abbia avuto più di 15 abitanti. Questi potevano corrispondere più o meno a 3 nuclei familiari, cosiddetti «fuochi”. Considerata l’esiguità dell’insediamento ed analizzando la sequenza dei sìngoli nomi, alla luce della già accennata tradizione dell’”alternanza”, si ritiene possibile presumere una origine comune di queste famiglie. (linee tratteggiate sulla tabella). Il secondo dato importante, ai fini di questa ricerca, è il fatto documentato che prima della introduzione dei cognomi, tutti gli abitanti di Ches venivano chiamati “Da Ches”. Ciò smentisce la voce, secondo la quale il cognome Chesi sia di origine toscana, e che da esso derivi anche il toponimo Ches. Effettivamente esistono molti “CHESI” in Toscana, soprattutto in Val d’Arno (S.Croce, Castelfiorentino, Certaldo). Tale ipotesi si basava sull’esistenza di un documento (Giornale Araldico Vol. VI), presso il settore araldico della biblioteca nazionale Vittorio Emanuele II° di Roma, del seguente contenuto:
Chesi: “Quest’antica famiglia ebbe origine nella città di Cortona, verso la metà del secolo X. Ne fù capostipite un Antonio “Del Chesi”, valoroso capitano di ventura. I cui discendenti si dissero Chesi”. Il discendente Filippo Chesi, formò a sue spese una schiera di crociati e si recò a Gerusalemme (secolo XII), fu insignito dell’ordine Gerosolimitano, ebbe un gonfaloniere di guerra, nella persona di Tranquillo Chesi, morto in Arezzo nel 1420. Per ragioni politiche il suo ceppo fu bandito dalla patria: si rifugiò un ramo in Venezia e un ramo nel Trentino: Giovanni Chesi, valoroso capitano di mare. Il ramo di Venezia si estinse nel 1600. Attualmente ne fiorisce un solo ramo nel Trentino.” Questo è il documento. Risalendo però all’albero genealogico attraverso gli antenati delle attuali famiglie, derivanti dai “Da Chesso” (Chesi, Massan, Veci, Villi) si giunge obbligatoriamente ad una diversa interpretazione sull’origine dei “CHESI”. Già il fatto che numerosi documenti antichi confermano l’esistenza dei “Da Chesso” in Rendena, fin dal 1200 rende improbabile che gli stessi vi ci siano rifugiati dalla Toscana soltanto nel 1400, qualora quella fosse stata la loro terra d’origine. Interpellata sull’argomento anche la etimologa Prof. Giulia Mastreffi Anzilotti di Firenze, autrice di ampie ricerche di toponomastica Trentina, essa ritiene quasi con certezza che il cognome Chesi derivi dal toponimo prelatino “Ches” (da Chessne = quercia), e non viceversa. Inoltre non esclude affatto che un ramo dei Chesi, nel medioevo, possa essersi stabilito in Toscana. Tale possibilità risulterebbe suffragata anche da avvenimenti storici dell’epoca, senza per altro dover smentire il documento araldico suddescritto, ma soltanto interpretandolo diversamente. Gnesotti, nel suo libro “Memerie delle Giudicarie”, riferisce che: “alle crociate del 1095-1099, vi andassero anche i Signori di Lodron, e si suppone ragionevolmente che vi siano andati altri Giudicariesi, dipendenti dai Lodron...”. E continua ancora Gnesotti: “Se de’ Giudicariesi ne siano andati con l’imperatore Federico, alla Santa Impresa della Crociata, pare molto verosimile. Imperciochè leggesi che Goffredo Di Buglione, fu così coraggioso, che il primo si avvanzò a sforzare le pàrre di Gerosolima. Se questi cavalieri si fecero premura di servire in guerra un principe francese in sì santa impresa, molto più è credibile che si sforzassero a seguire Federico, a cui erano per vassallaggio e per affetto molto attaccati. E siccome questi cavalieri hanno vicini e sudditi nelle Pievi, così averanno seco condotti quelli, che amavano segnalarsi in una impresa sì santa”. In questo contesto appare suggestiva la versione in dialetto rendenese di un antico raccorto sulle crociate, riferito a Goffredo di Buglione e alla Nobile di Guascogna, riportato da Giovanni Papanti nel 1875. Da esso si può dedurre quanto, anche in Val Rendena, fosse radicato nella tradizione locale il ricordo di quei tempi. Nell’intento di trovare un nesso fra questi dati storici e il contenuto del documento araldico, appare probabile che anche i “Da Chesso” abbiano partecipato con i Lodron alla prima o alla terza crociata, se non ad ambedue. Perciò è da considerare anche la possibilità che, al loro ritorno dall’Oriente, essi si siano stabiliti in Toscana. L’insegna dell’Ordine Gerosolimitano agevolava una investitura in quel territorio, appartenente allo Stato Pontificio. Nemmeno è da escludere che, in seguito, essi abbiano richiamato anche altri congiunti o parenti a seguirli, come avvenne anche secoli dopo, nelle varie emigrazioni. Questa ipotesi potrebbe spiegare anche il perchè, alcune generazioni più tardi, verso il 1400, un ramo dei Chesi in Toscana, costretto all’esilio, abbia deciso di rifugiarsi in Trentino, e proprio in quella sperduta Valle di Rendena , se non per essere stata questa la terra dei loro avi. Al di fuori di ogni rigore storico-scientifico, si potrebbe dedurre che questi esuli siano stati proprio i discendenti di quei reduci dalle Crociate, divenuti poi vittime delle lotte fra Guelfi e Ghibellini, e forse anche privati delle terre loro concesse con l’investitura. Tornati poi a Ches e tramandando ai loro figli i racconti dei loro predecessori sui viaggi nell’oriente, possono aver fatto nascere così lo scotumo “moresco”. Ciò potrebbe spiegare anche la mancanza, in questo ceppo, di rami collaterali, nel 15° secolo, probabilmente rimasti in Toscana o rifuggiti in altre regioni. Questa nuova interpretazione del descritto documento araldico, non priva lo stesso della sua validità. Ove viene indicato come capostipite Antonio Del Chesi, va ora letto come “De Chessis”, inteso come “Da Chesso”. Perciò Antonio può essere ritenuto comunque capostipite dei Chesi della Toscana e pure Cortona, la loro città d’origine, ora però solamente per essersi qui stabilito un ramo dei “Da Chesso”, proveniente dalla Val Rendena. Così anche la frase successiva dello stesso documento può assumere ora un nuovo e preciso significato, quando specifica:” I discendenti si dissero “Chesi” (e non più “del Chesi”). Essi modificarono semplicemente il loro appellativo d’origine di “de Chessis” in Chesi, quale cognome, che allora in Toscana era un concetto anagrafico ormai radicato. Nel Trentino invece, ed in modo particolare nelle valli, il cognome si diffuse molto più tardi, verso il XVI secolo, dopo il Concilio di Trento. Alla storia sull’esilio e sul ritorno in Rendena di un ramo dei Chesi, contribuiscono anche altri elementi. Uno sembrerebbe indicare persino la via seguita per la fuga in esilio. È la presenza dì un ceppo Chesi in Val di Dolo, nell’Appennino Toscoemiliano, probabilmente qui insediatosi dopo aver varcato la montagna, attraverso i valichi impervi della Foce di Radici e del Passo Forbici, che portava gli esuli in salvo, in territorio neutro della Contessa Mathilde di Canossa. Altri invece proseguirono la fuga verso nord, per Mantova sul tragitto più breve per giungere al Lago di Garda, Lazise, Riva e quindi, attraverso i Passi del Ballino e del Durone,in Val Rendena. E l’itinerario. Questo, che troviamo decantato anche nelle antiche “Maitinade di Rendena”:
«La barca da Lazis e da Bischera
La minerà ‘l me ben sabo di sera
La barca da Lazis l’a fatto in fallo
La ma minà ‘l mio ben sto carnovallo». Per salire sui passi dell’Appennino, i fuggiaschi hanno probabilmente percorso la via che da Bagni di Lucca risale la Val Serchio, nella Garfagnana. Un riferimento a tale traccia potrebbe essere ravvisato in un antico ritornello rendenese, che scherzosamente veniva rivolto ai bambini, con la curiosa ed apparentemente assurda domanda: “Quante miglia vi son dal far della luna ai Bagni di Lucca?”
Se crediamo alle parole dì Nepomuceno Bolognini: “il popolo non inventa mai e nelle sue leggende troveremo sempre un fondo storico o reale, più di quello che si pensa”, allora potremo interpretare anche quella domanda astratta come realmente posta da quei fuggiaschi della Toscana, quando partiti all’imbrunire dalla Val d’Arno, si dirigevano verso la località di Bagni di Lucca, consci che da lì in poi la via verso la salvezza era praticamente sicura. Sembra peraltro essere lo stesso itinerario descritto da Dante Alighieri nella Divina Commedia, quando al canto IV del Purgatorio parla della Pietra di Bismantova (rocca nella bassa Val di Dolo, fra i fiumi Secchia ed Enza): “A seder ci ponemmo ivi ambodui volti a levante ond’eravam saliti”. Esser saliti da levante su quella rocca, Corrisponde in modo sorprendente ad una discesa da quella Val di Dolo, percorsa anche dai nostri fuggiaschi. La successiva evoluzione genealogica dei “Da Chesso” è ormai storia recente. Il ramo toscano si è stabilmente radicato in quella regione, facendo parte a tutti gli effetti della popolazione locale e perdendo ogni rapporto e ricordo con le origini storiche antiche. I Da Chesso rimasti in Rendena, invece, hanno continuato quell’austera vita di montagna, così efficacemente espressa da A. Franchini: “ ...ove materia infinita di canto può trarre un poeta, dai silenzi alpestri dei boschi e dai pascoli, ma ben poco può trarre da una terra, in gran parte improduttiva, nonostante i contadini abbiano tentato, con inumana fatica di molte generazioni, di strappare dai pendii montani un po’ di raccolto, mediante sistemi di terrazze, audacemente abbarbicate ai dislivelli, con muri a secco”. Così passarono secoli e con essi generazioni, ove anche i Da Chesso condivisero quella dura vita rurale con tutta la comunità della valle, contrastando il feudalismo imperiale romano-germanico. Proprio per questa sua estrema povertà, la Rendena ottenne nel 1212 dal Principe Vescovo di Trento, Federico Vanga, uno statuto speciale che rendeva anche meno gravoso il prelievo tributario (3300 libre veronesi ). Questo statuto si inserisce in un lungo periodo di una autonomia, in cui, come scrive Mario Antolini’: “Il giudicariese fa la sua storia e non la subisce”. Giunti al 18° e 19° secolo, l’incremento della popolazione divenne però tale, da costringere la gente della Rendena a lasciare la Valle, che non riusciva più a garantire ai suoi abitanti un sufficiente sostentamento vitale. Ebbe inizio la grande emigrazione. Inizialmente questa aveva una sua particolare caratteristica. Essa avveniva soltanto stagionalmente e con prevalenza verso la pianura padana e il Piemonte, con lavori specializzati, quali il segantino, l’arrotino e il salumaio. Dopo il 1860 l’emigrazione divenne definitiva, cioè seguita da una stabile dimora nelle nuove sedi. Dapprima era orientata verso le varie regioni italiane, per poi estendersi verso i paesi europei e persino oltre mare, verso altri continenti. Caratteristica dell’emigrato rendenese è stata però sempre l’abitudine di mantenere costanti i rapporti con il proprio paese d’origine, anche quando non vi erano motivazioni o doveri contingenti verso congiunti rimasti in paese. Appena egli può, ritorna a visitare la “sua valle”, tramandando questo suo attaccamento anche ai suoi figli e nipoti. Ed è merito anche di questo forte legame al paese d’origine che ha reso possibile raggiungere anche tutte le famiglie emigrate e scrivere questa singolare storia sui “Da Chesso”.
È doveroso sottolineare che il merito della ricerca non è mia! Infatti il titolo dell'articolo che mi è stato gentilmente concesso da Bruno Chesi che ringrazio, e sottolineo il piacere di aver avuto un tale regalo, sperando che la pubblicazione del testo su questo sito abbia suscitato interesse a cose e fatti che la maggior parte delle persone non conosce. Ringrazio quindi Bruno Chesi della preziosa documentazione inviatami e Olipio Chesi della particolare ricerca fatta con impegno certosino sulle origini del nostro cognome.