Cultura digitale

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19/10/2017

Per molto tempo gli alimenti a base di cereali integrali sono stati considerati «cibo dei poveri», in contrapposizione ai prodotti realizzati con farine raffinate. Ma non è così: mangiare integrale vuol dire fare il pieno di sostanze nutritive preziose per l'organismo.

Ecco una lista di importanti benefici che si traggono da un corretto apporto giornaliero di acqua minerale.
18/10/2017

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Yogurt greco: proprietà e differenze rispetto allo yogurt tradizionale.
09/01/2017

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Lo yogurt greco è più concentrato e compatto dello yogurt tradizionale, ed è tornato nelle abitudini alimentari italiane, scopriamone le virtù e i benefici.

05/11/2016

La domanda che ogni maratoneta si pone è: esistono metodi o consigli per ridurre la crisi del 30°-35° km ?

I nutrienti energetici usati dal “motore” umano sono rappresentati da: carboidrati (sottoforma di glucosio), grassi e proteine, i quali costituiscono le uniche fonti di energia alimentare. Le molecole di glucosio si possono legare chimicamente tra loro, come le perle di una collana, e formare una lunga catena costituita da migliaia di molecole di glucosio. Questo insieme di molecole di glucosio prende il nome di glicogeno e viene utilizzato dall'organismo per immagazzinare in modo efficiente la sua più importante fonte di energia, il glucosio. Il glicogeno presente nei nostri muscoli prende il nome di glicogeno muscolare e per noi rappresenta un carburante di prima scelta, la nostra “benzina verde” per auto, subito disponibile per essere trasformata in energia. I muscoli, che rappresentano il principale serbatoio di questa benzina, contengono mediamente una quantità di glicogeno pari a 250-400 gr che sommati ai 80-100 gr presenti nel fegato formano circa 500 gr pari cioè a 2000 kcal, sufficienti ad un soggetto allenato per percorrere circa 30 km di corsa. Dopo un'attività fisica di una certa intensità e durata, il modo più efficiente e veloce per ripristinare le scorte di glicogeno, è quella di assumere carboidrati ad alto indice glicemico, l’ideale sarebbe mangiare del pane integrale con marmellata o miele con una bevanda calda tipo thè.
I grassi, invece, rappresentano la fonte primaria di energia per sforzi di bassa intensità, paragonabile al nostro vecchio “gasolio” per auto, con un ottima resa in km ma con una lenta velocità di crociera, ad esempio: un soggetto che si allena con una andatura moderata la maggior parte dell'energia è ricavata dai grassi (un grammo di grasso fornisce 9 kcal di energia, un grammo di carboidrati fornisce 4 kcal), in questo modo l'organismo è in grado di risparmiare in parte, la fonte di energia più cara che possiede, cioè il glucosio. Le riserve di grassi sono “ipoteticamente” infinite, ad esempio un soggetto di 60 kg con il 10% di massa grassa ha una quantità di grassi pari a 6 kg, supponendo che ne possa utilizzare solo 3 ai fini energetici, gli resterebbero pur sempre 27.000 kcal che in teoria gli consentirebbero di correre per 405 km. Allora a questo punto ci chiediamo perché non utilizzare il grasso come fonte energetica? La scelta del tipo di carburante da utilizzare è condizionata dal fatto che per scomporre le molecole di grasso in molecole semplici vi è una richiesta di ossigeno quasi doppia, a parità di resa energetica, rispetto al glicogeno. Quando le richieste energetiche aumentano (per esempio quando si passa dalla corsa lenta a quella veloce) il consumo di grassi diminuisce fino quasi ad annullarsi durante sforzi molto intensi. Inoltre, in assenza di carboidrati l'organismo non è in grado di consumare i grassi, quindi una volta che il glicogeno muscolare è esaurito, rimane solo la possibilità di consumare le proteine, con un meccanismo molto lento che fa crollare la prestazione, l'organismo inizia a cannibalizzare i propri muscoli trasformando le proteine muscolari in glucosio per cercare di prolungare la prestazione quanto più possibile, questo è il momento peggiore, il “muro” del 30°-35° km che ogni maratoneta ha provato sulla propria pelle.
La domanda che ogni podista si pone è: se esistono metodi o consigli per ridurre la crisi del 30° km ? A questa domanda si può rispondere affermativamente, vediamo come:
• alimentazione atta ad “incrementare” le scorte di glicogeno nei giorni precedenti la maratona
• andatura di corsa atta a non sconfinare nel sistema anaerobico lattacido in modo da usare come fonte energetica un mix di grassi e glicogeno. È importante sottolineare che, se si supera il ritmo cardiaco massimale, si hanno molte possibilità di sconfinare nel sistema anaerobico lattacido, con conseguente consumo di zuccheri e non di grassi. In queste condizioni l’atleta raggiunge prima quel valore di frequenza cardiaca, in cui il metabolismo corporeo passa dall'aerobico all'anaerobico, cioè l'organismo deve trovare energia da molecole precostituite e non riesce più ad utilizzare l'ossigeno, con accumulo di acido lattico. La presenza di acido lattico nei muscoli determina uno stato di intossicazione delle cellule che si traduce nella sensazione di fatica muscolare mettendo in crisi la contrazione muscolare e quindi la prestazione stessa.
• la mattina prima della gara è totalmente ininfluente, ai fini energetici, cercare di riempire troppo il “serbatoio”, una super abbondante colazione potrebbe solo peggiorare la prestazione sportiva
• durante la gara è fondamentale trovare ristoro con bevande energetiche facilmente assimilabili. Si può fare uso di qualche tavoletta energetica, senza esagerare con alimenti vari per non innescare il processo digestivo, che richiederebbe un maggiore afflusso di sangue agli organi deputati alla digestione, con la conseguenza di un ridotto apporto di sangue ai muscoli che in quel momento, impegnati nella corsa, ne hanno un infinito bisogno, compromettendo in tal modo il risultato della gara stessa (furto di sangue).

COME SALVAGUARDARE LA MASSIMA QUALITA' DELLA FOTOLe foto che utilizziamo possono provenire dalla nostra nuovissima fotoc...
13/10/2016

COME SALVAGUARDARE LA MASSIMA QUALITA' DELLA FOTO

Le foto che utilizziamo possono provenire dalla nostra nuovissima fotocamera digitale oppure possono essere diapositive trasformate in digitale mediante uno scanner dedicato. Non cambia molto: in entrambi i casi entrano nel nostro PC e vengono depositate nella cartellina da noi scelta. Per lo più sono in formato jpeg, talvolta sono in formato tiff. Occorrerà aprire il nostro programma di fotoritocco (io utilizzo Photoshop 7.0) e ricercare la cartellina in questione mediante “file/apri” o più semplicemente con un doppio click al centro della schermata di Photoshop.

Scelgo “Immagine/Dimensione immagine” e apro una finestra apparentemente tranquilla ma in realtà abbastanza micidiale. E’ divisa in due parti: in alto “Dimensione pixel”, in basso “Dimensioni documento”. Più sotto troviamo “Mantieni proporzioni” e “Ricampiona immagine”.

Tolgo lo spunto a “Ricampiona immagine” e mi accorgo che solo la parte centrale della finestra rimane attiva, cioè quella denominata “Dimensioni documento”.

Questo mi consente di modificare le dimensioni dell’immagine senza modificare la quantità di pixel che questa contiene. Ricordiamoci che i pixel persi non si recuperano: il programma non è in grado di reinventarli per cui cerchiamo di tenerceli tutti.

Possiamo ora modificare la “Risoluzione”, portandola a 300 pixel/pollice (dpi) che è la risoluzione di stampa. Qualcuno utilizza 340 pixel/pollice, mentre Photoshop propone 266. Infatti se aprite la casella “Auto…” e scegliete “Migliore”, vedrete che la risoluzione automaticamente si porterà a 266 pixel/pollice.

Notate ora che variando la risoluzione es. da 72 dpi a 300 ppi la nostra immagine si riduce nettamente di dimensioni. Parlo di “Larghezza” e “Altezza”. Cosa sta succedendo? Ve lo spiego. Supponiamo che io abbia a disposizione una foto formata da 5 milioni di pixel: se in ogni pollice quadrato ne metterò 72, cioè pochi, è intuitivo che la nostra foto diventerà grande come un lenzuolo. Viceversa, se in ogni pollice quadrato concentrerò molti più pixel, tipo 300, occorreranno meno pollici per cui la foto sarà più piccola. Notate anche che il “peso” dell’immagine, espresso in alto in Megabyte (Dimensioni pixel 2 MB), non varia.

Portata la foto a 300 dpi, eseguo tutti i ritocchi del caso e poi la salvo con nome (e numerazione progressiva) in formato PSD, il formato di Photoshop, in modo tale da conservare una immagine integra e pronta per una eventuale stampa. Questa immagine è fondamentale perché mi potrà servire come punto di partenza per eventuali ulteriori modifiche o per correggere errori durante i successivi passaggi. Nella fase di ritocco infatti è assolutamente da evitare il salvataggio in formato jpeg: se infatti dovremo fare successive modifiche, dobbiamo ricordare che ogni volta che una foto in jpeg viene riaperta, modificata e di nuovo salvata, perde circa l’8% della sua qualità.

COME OTTENERE LA FOTO PER IL DIAPORAMA

Come ho già spiegato in un precedente articolo, occorre una assoluta corrispondenza tra il formato “nativo” del nostro videoproiettore e le dimensioni della nostra foto. Se il nostro videoproiettore ha un formato di 1024x768 pixel, dovremo ridurre la foto a tale formato. Come risoluzione utilizzo 96 dpi. Perché, mi potreste chiedere, 96 e non 72 dpi? 72 dpi è il valore a cui tutti siamo abituati. Provate ad aprire la Guida di Photoshop premendo F1 e cercate la voce Risoluzione. Poco sotto, nel paragrafo Risoluzione del monitor leggerete che “quasi tutti i monitor di ultima generazione supportano una risoluzione di 96 dpi”. Io mi sono adattato. Devo però confessare che avendo provato entrambe le risoluzioni, non ho visto alcuna differenza. Molti sostengono che si possono lasciare anche 300 dpi: ho fatto anche questa prova e ho dedotto che costoro hanno probabilmente ragione perché, anche in questo caso, non ho notato differenze. Ho preferito comunque seguire la genialità di Photoshop.

Portata quindi la risoluzione a 96 dpi (o, se volete, lasciata a 300), mettiamo il segno di spunto sulla casella “Ricampiona immagine” e scriviamo nella finestra “Larghezza” i fatidici 1024 pixel. Naturalmente nella casella “Altezza” compariranno 768 pixel visto che è nostra intenzione mantenere le proporzioni della foto. Ora finalmente potremo salvare in formato jpeg la nostra foto.

SALVATAGGIO IN FORMATO JPEG

Durante il salvataggio in formato jpeg, viene presentata una finestra denominata “Opzioni jpeg” ed è possibile scegliere la “qualità” dell’immagine salvata secondo una scala che va da 0 a 12 oppure da “Bassa” a “Massima”. Si può notare, nella parte inferiore della finestra, che la riduzione della qualità riduce la “Dimensione” della immagine, portandola da 800-900 kbyte a meno di 100 k. Queste sono le dimensioni del file, proprio quelle che compaiono nelle proprietà e che condizionano lo scorrimento fluido del diaporama.

Provate a salvare con qualità bassa, tipo 100 k e andate ora ad aprire nuovamente la finestra “Dimensione immagine” da cui siamo partiti: vedrete che le dimensioni sono sempre 2,25 Megabite. Ma allora l’immagine è più piccola o è rimasta uguale? State calmi e non perdete la testa anche se siete autorizzati a meditare rappresaglie contro il digitale. In realtà la compressione jpeg non ha ridotto il n° di pixel totale che corrisponderà sempre a 2,25 mega, ma ne ha modificato la qualità cromatica, rendendoli più brutti, meno variopinti e quindi più leggeri. Se non ci credete, provate ad aprire “File/Salva per Web”. In alto scegliete “2 immagini”; a sinistra cliccate l’icona “lente di ingrandimento” e ingrandite molto la seconda foto; a destra scegliete “jpeg”, aprite la casella “Qualità” e provate ad abbassarla notevolmente: sotto il 30% la foto diventa uno straccio, sopra l’80% è accettabile, cioè la perdita è impercettibile (fare prove ingrandendo). Io salvo alla qualità massima, visto che il software che utilizzo (PTE) non fa una grinza anche con un vecchio Pentium 2 ma per lo più si consiglia di ottenere un file tra i 300 e i 400 Kbyte.

FORZA DI VOLONTÀ: UN MUSCOLO DA ALLENARE
25/09/2016

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20/07/2016

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17/07/2016

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17/07/2016

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