13/01/2024
Luciano Gualzetti, Direttore della Caritas Ambrosiana: “Milano deve dare una prospettiva a chi si sente escluso”
“Pensare al welfare come investimento e non come a un costo. Ritrovare il senso di appartenenza, riscoprire i legami sociali, la bellezza della diversità, dei quartieri”
Luciano Gualzetti, direttore della Caritas Ambrosiana: ma a Milano si vive poi così male?
«A Milano si vive molto bene, c’è vivacità, offre ancora tantissime opportunità, economiche, culturali, artistiche, relazionali, c’è una cresciuta sensibilità ambientale, c’è uno stile di accoglienza unico, le associazioni fanno sistema. Però...».
Però?
«C’è l’altro lato di tutta questa attrattività: ovvero quelli che non ce la fanno, che non possono godere di tutto questo. E, ahinoi, sono sempre di più».
Il volto oscuro della Milano attrattiva.
«Sono quelli che mandano avanti Milano ma che poi si sentono respinti dalla stessa Milano. Le case hanno prezzi folli, il cibo costa sempre di più. E chi è al lato estremo della filiera produttiva, chi fa lavori umili non riesce a stare al passo. Ed è il paradosso più doloroso, umanamente: tu partecipi alla creazione del fenomeno ma poi ne vieni respinto».
Sei funzionale e stop.
«Sì, è il problema emerso nello scorso anno e che sarà il tema vero anche del 2024: la povertà anche di chi comunque ha un lavoro. Perché è un lavoro sottopagato, spesso pagato a ore o addirittura in nero, che non ti permette di accedere ai servizi, alle graduatorie, alla vita di tutti i giorni dunque. E queste persone si rivolgono a noi della Caritas perché sono escluse anche dal welfare pubblico o aziendale. A Milano queste due tipologie di welfare per fortuna sono una eccellenza ma non bastano perché non possono coprire tutta un’ampia zona che sfocia in povertà, si crea una spaccatura tra chi è dentro e chi rimane fuori, se metti come vincolo i dieci anni di residenza per avere una casa, per esempio, non mandi in difficoltà solo gli immigrati ma anche gli italiani che sono venuti qui da poco tempo, l’attenzione alle regole deve essere alla base della convivenza proprio per evitare divisioni così marcate che possono sfociare in sofferenze e tensioni sociali».
Qual è la soglia di sopravvivenza dal punto di vista economico?
«Una famiglia con un monoreddito di 1600 euro non può più vivere a Milano. Perché non riesce a pagarsi nemmeno la casa, le bollette, il cibo. Figuriamoci quelli che il lavoro ha espulso o che arrivano da Paesi lontani alla ricerca di una nuova vita, di un’altra opportunità. Una povertà che da economica diventa poi umana, che non offre possibilità di uscita, non permette ai ragazzi per esempio di proseguire gli studi e quindi crescere. Fino a poco tempo fa si riteneva che la povertà toccasse gli anziani. Non è più così. Noi oggi ci occupiamo di famiglie numerose, di famiglie monoreddito e di giovani».
I giovani, anche?
«Il post pandemia è pesantissimo, è cresciuta la dispersione scolastica, si è abbassata l’età dei senza dimora».
Una città senza giovani è una città senza futuro.
«Dobbiamo tutti insieme offrire opportunità di grande respiro, restituire fiducia a chi si sente generazione rassegnata al peggio perché non trova lavoro o non può nemmeno farsi curare perché anche la sanità diventa esclusiva».
Da voi vengono anche per farsi curare fisicamente?
«La sanità rischia di creare ulteriori divisioni, con liste d’attesa infinite, le difficoltà per ogni minima necessità. Si creano anche qui barriere ed è l’opposto di quello che dovremmo fare. E vengono da noi della Caritas perché non hanno alternative alla sopravvivenza, non perché siamo bravi».
Siete bravi, e tanto.
«Io dico sempre che la nostra bravura andrebbe misurata nella soluzione del problema, siamo bravi nel momento in cui riusciamo a dare un futuro alle persone e non solo assistenza momentanea. Ma il terzo settore non ha tregua, la crisi del lavoro, il Covid, le guerre, l’inflazione, tutto sembra congiurare contro le persone e quando pensi di aver risolto un problema se ne presenta subito un altro».
Che cosa si può fare, che cosa può fare Milano?
«Uscire dalla logica emergenziale e pensare a iniziative a lungo termine. La povertà non va affrontata né come una colpa né con paternalismo. È un tema strutturale, ci vuole lungimiranza».
Un esempio immediato?
«Pensare al welfare come un investimento e non come un costo. Creare le condizioni per rimettere in circuito chi si sente escluso, dare una prospettiva».
È questa la sfida della nostra città per il 2024?
«Milano sarà quello che vuole essere. Deve saper leggere i segnali, trovare l’equilibrio tra la ricchezza e chi fa ricca la città senza goderne. Deve ritrovare la forza per tenere tutti insieme, provare a creare alleanze, come ha detto l’arcivescovo Delpini nel discorso di Sant’Ambrogio. Ritrovare il senso di appartenenza».
L’orgoglio di essere milanese, una caratteristica, l’essenza milanese.
«Ma per far sì che succeda bisogna riscoprire i legami sociali. Penso ai quartieri, che rischiano di diventare anonimi e invece sono ricchi di umanità che però va fatta dialogare. Penso alla bellezza delle diversità. Ascoltare tutte le realtà, fare rete tra il sociale, la politica, le parrocchie, le istituzioni, la scuola, l’impresa».
Non trova che umanamente Milano stia facendo un passo indietro, che stia venendo meno il senso civico?
«Non ho elementi per dirlo, certo vedo crescere l’individualismo ma questo è un male della nostra epoca, facciamo pure la solidarietà ma lontano perché poi i poveri sotto casa è meglio di no».
Gualzetti, lei è ottimista?
«Sì, lo sono sempre perché credo in questa città. C’è ricchezza anche culturale, c’è creatività. Il problema c’è, bisogna saperlo vedere senza ingigantirlo ma trovando soluzioni. Milano è bella, più bella di dieci anni fa».
Da La Repubblica - Milano "Luciano Gualzetti (Caritas): “Milano deve dare una prospettiva a chi si sente escluso” di Carlo Annovazzi