17/06/2015
Recensione del Sacro Agape di venerdì 20 febbraio 2015
AVVERTENZA: il seguente ristorante non è adatto a gente senza spirito, ingessata e convenzionale. Questi “vecchi dentro” sono perciò pregati di astenersi.
Il luogo in questione, cari amici, è un po’ lontano ma merita una visita; si tratta del Ciabòt di Rivanazzano Terme, un paese immediatamente dopo Voghera. Per i Maestri è stata una prima assoluta, scelta sulla scorta di informazioni che lodavano la cucina.
Ed in effetti così è stato: la serata si apre con ottimi affettati, seguiti da una gustosa polenta con cotechino. Si prosegue con parecchi antipasti a buffet (insalata russa e di patate, frittatine di verdure, mortadella ecc.) a piacere.
I primi consistono in agnolotti ben ripieni ed un ottimo risotto ai funghi; poi arriva un bel piatto di carne e pesce (lo scrivente è andato decisamente su un buon branzino impanato) con contorno di patate croccanti.
Chiusura con dolce- nel nostro caso un eccellente budino- caffè del Ciabòt (cioè, cioccolata calda) e liquori assortiti, degli ottimi limoncello e meloncello.
La cena è stata accompagnata da un rosso genuino e corposo il giusto.
Prezzo (pagamento alla consegna…dei piatti) è di 50€.
Quindi il locale si merita un solido 8,5.
Beh, direte voi, tutto qui? Che c’è di così insolito in quello che sembra essere un tipico ristorante del Pavese?
Appunto, sembra. L’ambiente che troverete è grosso modo un incrocio tra lo storico La Parolaccia di Roma (ma molto meno estremo) e altri locali con personaggi istrionici quali Il Matto di Terranova.
Per giunta alla nostra serata s’è aggiunto l’elemento di uno scanzonato addio al nubilato, con una futura sposa dalla pelle dolcissima, nel senso letterale del termine.
Ma procediamo con ordine.
All'entrata nessuno sfugge al rito d’iniziazione, ossia ci si accomoda su un water closet dalla cui cassetta un tubo ti porta alle labbra non acqua ma vino; previdentemente, lo staff ti fornisce di ampio bavaglino e panno tipo barbiere per evitare annaffiature indesiderate- ciò non impedisce un’irrorazione copiosa di uno dei Maestri, quando nel mezzo del pasto la sposina viene invitata a versargli del vino proveniente da un pappagallo (sì, proprio quello da ospedale).
Dopo gli antipasti, una fragorosa marcia dei bersaglieri e una paletta da vigile alzata ci fanno correre in cucina a cambiare i piatti, e poco dopo capiamo il motivo per cui c’è un ampio spazio al centro della sala: serve a far passare un trattore gommato che traina una betoniera, al cui interno gira il riso, che viene poi scodellato in una carriola.
Viene poi distribuito ai tavoli con esperti lanci dei camerieri, che utilizzano una cazzuola da muratore; uno degli avventori, invece, se lo riceve a sorpresa sulla tovaglia, che non è altro che uno strofinaccio da cucina. La stessa attenzione gli verrà dedicata con gli agnolotti. Per evitare che si mischino i sapori, è forse necessario cambiare piatto? Macché; basta capovolgere quelli che ci sono,servirci sopra il cibo, e voilà.
Come simpatico intermezzo, il suddetto trattore fa fare il giro turistico del locale ad alcune ragazze, poi una dozzina di avventori sale sui tavoli, mascherata in varie fogge, e si esibisce al ritmo di vivaci canzoni.
Dicevamo dei liquori: il limoncello viene schizzato in bocca direttamente da una peretta da clistere, mentre il meloncello ci viene travasato tramite un grosso imbuto.
Né abbiamo visto lo spettacolo completo, poiché si può anche assistere al taglio del tavolo per mezzo di motosega e all’apparizione di un asino che vi spazzolerà cortesemente gli avanzi dalla tavola.
Come detto, se mancate di senso dell’umorismo, passate oltre; in realtà questo locale entra perfettamente nello spirito giovane e spensierato dell’Ordine, nel contempo soddisfacendo i nostri canoni in fatto di buona cucina.
Dare un voto in questo caso non è possibile perché, si sa, il divertimento non ha prezzo.
P. S. Prima della cena, abbiamo gustato un sostanzioso aperitivo al risto-pub Pi-Rò adiacente al Ciabòt; varrà la pena approfondire il discorso in una successiva occasione…come pure, per sfatare il mito di Voghera città anonima, sarebbe bene fare una visita al “Centro culturale Iriense” che, a quanto abbiamo visto, propone soggetti interessanti.