19/09/2020
Il termine «compiti» evoca immediatamente in chi scrive l’immagine sicuramente idealizzata di un libretto (sottolineiamo il diminutivo) delle vacanze
meraviglioso, o almeno così allora era vissuto, pieno di indovinelli ed enigmi. Completarlo significava sperimentare l’autonomia, gestire il proprio tempo, ricercare attivamente le pagine preferite, sfidare se stessi per terminarlo il prima possibile.
Di fatto, se raccogliessimo dai cassetti della memoria i ricordi sui compiti che ognuno di noi conserva, ne trarremmo una collezione estremamente varia, forse
contraddittoria e poco categorizzabile.
Chi studiava la sera, chi doveva ripassare al mattino.
Chi si chiudeva nell’assoluto silenzio di una stanza chiusa con incollato sulla porta il cartello «Vietato entrare», chi apriva i libri in cucina insieme ai fratelli e alla mamma che cucinava, nonostante metri quadrati di casa inutilizzati.
Chi ripeteva ad alta voce tiranneggiando l’ascoltatore di turno, chi era molto
discreto e ha detto meno parole di una spia di fama internazionale.
Chi aveva bisogno di schemi e di scalette da seguire; chi non ha mai sottolineato.
E così via, verso una consapevolezza: non esiste un approccio allo svolgimento
dei compiti e allo studio rigido e precostituito assolutamente trasferibile a tutti.
Ogni studente ha l’impegno di costruire le strategie per lui maggiormente fun-
zionali; e chiunque, genitore, insegnante, tutor, amico, lo aiuti in questa avventura
dovrebbe partire dalla conoscenza delle esigenze e delle risorse del suo «assistito».
Per questo, prima di entrare nell’operatività dei lunghi pomeriggi trascorsi sui
libri, è fondamentale conoscere le caratteristiche dello studente con disturbo specifico,per poter meglio offrire il nostro supporto e cambiare
l'approccio verso compiti.