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Nuovi Materiali nasce come una newletter “collectanea”, attualmente è un blog, che propone articoli, saggi, riflessioni, ... inerenti all’educazione/formazione/istruzione, a quella scolastica in particolare. Nuovi Materiali vorrebbe contribuire, come sua precipua mission, alla autoformazione di “educatori, formatori, docenti, ... educati”. «L’educato e’ chi conosce il valore delle cose nella prop

ria vita, chi e’ in grado di esprimersi nel riguardo di questo valore - non secondo leggi esterne imposte, ma secondo leggi morali e culturali che con l’educazione hanno iniziato a respirare scaturendo dal profondo della persona, espressioni del bambino che maturano conoscendo il mondo, espressioni dell’adolescente che inizia a fare i conti con se’ stesso e con gli altri, espressioni dell’uomo capace di apprendere ed asserire».

IL 1° SETTEMBRE È CAPODANNOPer i fratelli e le sorelle d’Oriente, che in questo giorno aprono il nuovo anno liturgico, e...
01/09/2026

IL 1° SETTEMBRE È CAPODANNO

Per i fratelli e le sorelle d’Oriente, che in questo giorno aprono il nuovo anno liturgico, e per gli insegnanti di ogni ordine e grado, chiamati a riprendere il cammino educativo, il 1° settembre è un giorno che profuma di inizio, di vocazione e di semina.

Ogni nuovo anno porta con sé la promessa di ricominciare con fiducia, di rinnovare gli impegni e di guardare al futuro con occhi aperti e cuore disponibile. È il tempo in cui si preparano i solchi e si affidano alla terra i semi, nella certezza che ogni gesto compiuto con amore potrà, un giorno, diventare frutto.

Ai fratelli e alle sorelle d’Oriente, l’augurio di un anno liturgico ricco di pace, luce e benedizione. Alle insegnanti e agli insegnanti, l’augurio di ritrovare l’entusiasmo della propria missione, la pazienza nei momenti difficili e la gioia di accompagnare bambine e bambini, ragazze e ragazzi, adolescenti e giovani nella scoperta del mondo e di sé stessi.

Che sia un anno capace di generare speranza, relazioni autentiche e nuove opportunità. Che ogni aula possa diventare luogo di ascolto, crescita e futuro; che ogni comunità scolastica sappia custodire il valore dell’educazione e la forza discreta di chi, giorno dopo giorno, semina conoscenza, umanità e fiducia.

Buon anno nuovo a tutti: a chi insegna, a chi apprende, a chi educa e a chi continua a credere nella forza dei nuovi inizi.

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀPAPA LEONE XIVPER LA XI GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERAPER LA CURA DEL CREATO 20261° settembre 20...
01/09/2026

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ
PAPA LEONE XIV
PER LA XI GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA
PER LA CURA DEL CREATO 2026

1° settembre 2026

“Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci” (Is 2,4)

Cari fratelli e sorelle,

nostro Signore Gesù Cristo è venuto nel mondo perché abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza (cfr Gv 10,10). Tale dono è al centro stesso della nostra missione di discepoli e della nostra vocazione comune a costruire una civiltà dell’amore. Mentre celebriamo questa Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, siamo invitati ancora una volta a contemplare il dono della vita e ad avere a cuore la terra che la sostiene, rendendo così concretamente lode al nostro Creatore.

Siamo testimoni, oggi, di varie crisi e di tanta sofferenza umana. Al tempo stesso, sembra che si stia accelerando la distruzione dell’equilibrio armonioso della creazione. Questi fenomeni non sono slegati; costituiscono un’unica invocazione di guarigione e di pace che sale da un mondo ferito.

Il Dio della vita, che si è rivelato in Gesù Cristo, offre una pace che il mondo non può dare: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (Gv 14,27). Essa non è né superficiale né fugace; scaturisce dall’amore perenne di Cristo e dalla sua cura per ogni persona umana.

Eppure questa promessa di pace è in netto contrasto con le realtà che vediamo in varie parti del mondo. Il profeta Isaia ha parlato di un tempo in cui le nazioni «spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri» (Is 2,4), trasformando ciò che distrugge la vita in qualcosa che la sostiene. Oggi, però, vediamo troppo spesso accadere l’esatto contrario, mentre gli sforzi continuano a essere orientati alla violenza e alla guerra.

La guerra produce ferite che vanno ben oltre il campo di battaglia. Miete vittime, lacera famiglie e costringe milioni di persone a lasciare le proprie case, alimentando paura, ingiustizia e divisione (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 77-82); lascia dietro di sé una distruzione sociale ed ecologica che dura per generazioni. L’interazione tra conflitti armati e degrado ambientale, inoltre, crea spesso un circolo vizioso che distrugge gli ecosistemi, contamina risorse essenziali come l’aria e l’acqua e mina la sicurezza alimentare. Il che alimenta povertà, disuguaglianza e nuove tensioni sociali, che possono contribuire, a loro volta, all’insorgere di ulteriori conflitti.

Per di più, la guerra infligge ferite che danneggiano l’intero tessuto vitale, colpendo non solo le singole persone e le comunità, ma anche la loro più ampia rete di relazioni con l’intera famiglia umana, e la loro armonia con il creato. Essa rivela un fallimento profondo nel vivere a immagine e somiglianza di Dio, nel rispettare la vita e nel prendersi cura della terra che ci è affidata. Non è solo un fallimento politico, ma anche morale e spirituale. Radicata in desideri distorti e in un uso sbagliato della libertà e del potere umani, la guerra si erge a contro-testimonianza del Vangelo della pace.

Le crisi menzionate richiedono, oltre che responsabilità, anche una conversione del cuore, che fruttifichi in una più profonda fedeltà a Dio, in amore reciproco e in rispetto per il dono del creato. Di fatto, le disarmonie che vediamo nel mondo, come la violenza, l’ingiustizia e il degrado ecologico, non sono semplicemente il risultato di sistemi o strutture imperfetti; essi «si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo» (ibid., 10). In realtà, è il cuore umano il luogo in cui si svolgono le lotte più profonde e in cui si rivela la nostra condizione decaduta. Esso, oltre che la sede delle emozioni, è il centro della persona, in cui convergono ragione, desiderio, volontà e coscienza. È lì che combattiamo con le voglie contraddittorie che ci abitano, amore e indifferenza, verità e illusione, giustizia e ingiustizia (cfr Gc 1,14-15). Le ferite della guerra e il degrado della terra, perciò, sono profondamente legati alla condizione del cuore umano. I conflitti che tormentano l’umanità sono per molti versi espressione esteriore di contrasti e divisioni interiori. Quando il cuore è traviato, le relazioni ne soffrono e le strutture che costruiamo cominciano a riflettere tale disordine.

Papa Benedetto XVI ci ha ricordato che «i deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi» (Omelia per l’Inizio del Ministero Petrino, 24 aprile 2005). Il che ci invita a riconoscere che, in qualche maniera, ciò che è spezzato attorno a noi lo è anche dentro di noi. Per questo motivo, per costruire una società pacifica, non dobbiamo solo riformare le strutture, ma anche rinnovare i nostri cuori. Le cause più radicali di conflitto e lo sfruttamento del creato sono conseguenze di una crisi etica e culturale che include la perdita del senso del limite, il desiderio di dominio, la ricerca di profitto immediato e l’incapacità di riconoscere la dignità che Dio ha donato a ogni persona umana.

La chiamata profetica a “forgiare le spade in vomeri” (cfr Is 2,4) non è quindi solo un sogno per le nazioni, ma un appello rivolto a ogni persona. Ci invita a trasformare ciò che è male in vita. Tuttavia questa trasformazione non può essere realizzata soltanto attraverso un cambiamento esteriore. Essa richiede, in cooperazione con la grazia di Dio, una conversione più profonda, sia personale che collettiva: un ritorno al Signore, che riporterà ordine nei nostri desideri, guarirà le nostre ferite e ci aiuterà a crescere nella virtù.

Senza questa trasformazione interiore, la pace rimane fragile e di breve durata. Ma dove i cuori si rinnovano, si cominciano ad aprire nuove possibilità. Ciò che è stato usato per la distruzione può essere reindirizzato verso la vita, per la cura dei poveri, il nutrimento degli affamati e la salvaguardia del creato. Questo è il cammino di un’autentica conversione ecologica, in cui gli effetti dell’incontro con Gesù Cristo si manifestano con evidenza nel rapporto con il mondo che ci circonda (cfr Francesco, Lett. enc. Laudato si’, 217). La pace, quindi, comincia nel cuore e si riflette all’esterno nelle nostre relazioni, nelle comunità e più ampiamente nel mondo.

Sebbene le sfide che ci attendono siano enormi, il Signore non ci lascia privi dei mezzi di guarigione e di trasformazione. Al posto delle armi da guerra, il Dio della pace ci dona la forza di guarire, riconciliare e costruire una civiltà dell’amore. In questo modo siamo chiamati a tutelare i molti “ecosistemi” che ci sono stati affidati: del creato, delle relazioni umane e del cuore stesso dell’uomo.

Immaginiamo un mondo in cui le energie attualmente impiegate nella guerra siano destinate allo sviluppo umano integrale, al superamento della povertà, alla difesa della dignità umana e alla riconciliazione tra i popoli divisi. Una visione del genere riflette la fede nell’avvento del Regno di Dio.

I veri strumenti per costruire la pace non sono le armi di distruzione, ma piuttosto la verità, il dialogo, la pazienza, la bontà, la giustizia, la misericordia, la comprensione, la cura e l’amore. Questi scaturiscono da cuori plasmati dal Vangelo e sostenuti dalla grazia di Dio. Solo queste qualità hanno il potere di trasformare gli individui, rinnovare le comunità e guarire le ferite del nostro mondo.

Cari fratelli e sorelle, il cammino che abbiamo davanti è chiaro, seppure non facile. Siamo chiamati a lasciare che i nostri cuori siano rinnovati, perché possiamo cercare la pace e prenderci cura del creato. La Scrittura ci raccomanda di custodire i nostri cuori, poiché è da essi che sgorga tutto ciò che facciamo (cfr Pr 4,23).

Se ci assumiamo questo compito con umiltà e fede, diventeremo collaboratori nell’opera di rinnovamento di Dio. Passeremo, lentamente ma inesorabilmente, dal deserto al giardino, dalla divisione alla comunione e dalla violenza alla pace.

Il Signore ci dia il coraggio di percorrere questa via, perché in questo nostro tempo le “spade” siano realmente “forgiate in vomeri”, la promessa del Vangelo si radichi più profondamente nel nostro mondo e la pace di Cristo regni su tutto il creato.

Dal Vaticano, 15 agosto 2026, Assunzione della B.V. Maria.

LEONE PP. XIV

Avevamo già segnalato che a Valle Castellana, piccolo centro di poco più di 800 abitanti in provincia di Teramo, fare ri...
30/08/2026

Avevamo già segnalato che a Valle Castellana, piccolo centro di poco più di 800 abitanti in provincia di Teramo, fare rifornimento costa meno che altrove. Nel cuore del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, al confine con le Marche, il Comune gestisce direttamente un’area di servizio self‑service, offrendo benzina e gasolio a prezzi particolarmente convenienti.

Il modello del distributore pubblico si sta progressivamente diffondendo anche in altre zone d’Italia. Nel Nord, è già attivo in Lombardia, a Costa Valle Imagna, in provincia di Bergamo, e in Piemonte, a Premia, in provincia del Verbano-Cusio-Ossola. Nel Centro Italia, il servizio è operativo nelle Marche, a Penna San Giovanni, in provincia di Macerata, e ad Force e Montedinove, in provincia di Ascoli Piceno; è invece in arrivo a Ripatransone e Castignano, sempre nell’Ascolano. Nel Sud, infine, il distributore comunale è attivo a Petrella Tifernina, in provincia di Campobasso, ed è previsto a Bocchigliero, in provincia di Cosenza.

Particolarmente interessante è il caso di Penna San Giovanni, nelle Marche, dove il prezzo del carburante rimane fisso fino al successivo rifornimento effettuato dall’ente. Può accadere, dunque, che mentre i gestori privati aumentano i prezzi, nel punto vendita municipale il costo resti invariato anche per diversi giorni.

Come racconta Lucia Gentili sul Resto del Carlino, il sindaco Stefano Burocchi spiega: «Compro il carburante sul MePA, il mercato elettronico della pubblica amministrazione, dove è più conveniente, e lo rivendo a 10 centesimi in più al litro per ammortizzare i mutui accesi per aprire la struttura e coprire le spese di gestione. Il distributore deve autofinanziarsi, ma non dobbiamo guadagnarci».

La “benzina del sindaco” si fa largo: un modello di servizio pubblico che, soprattutto nei piccoli Comuni e nelle aree interne, punta a contenere i costi per i cittadini e a garantire un presidio utile alla comunità.

Dopo anni di battaglie culturali, slogan e discussioni sul linguaggio, anche Alexandria Ocasio-Cortez, nota al grande pu...
29/08/2026

Dopo anni di battaglie culturali, slogan e discussioni sul linguaggio, anche Alexandria Ocasio-Cortez, nota al grande pubblico come AOC, sembra aver cambiato rotta. La deputata democratica statunitense, considerata una delle figure più rappresentative dell’ala progressista del Partito democratico, ha riconosciuto che alcune posizioni e alcuni tratti del linguaggio della stagione woke hanno superato il limite.

La dichiarazione ha sorpreso molti, anche perché AOC è diventata celebre non solo per le sue idee politiche, ma anche per iniziative dal forte valore simbolico. Nel 2021, per esempio, si era presentata al Met Gala con un abito bianco sul quale compariva la scritta «Tax the Rich» “Tassate i ricchi”, un messaggio semplice, spettacolare e perfetto per i social.

Oggi, però, la stessa AOC invita a lasciarsi alle spalle almeno alcuni eccessi di quella stagione e a concentrarsi soprattutto sull’economia. Evidentemente ha compreso che, per molte persone, il costo della vita, il lavoro, gli stipendi, la casa e la sicurezza sociale rappresentano questioni più urgenti delle discussioni sulle formule linguistiche.

Il termine woke nasce negli Stati Uniti e, in origine, indicava la consapevolezza delle ingiustizie sociali, del razzismo e delle discriminazioni. L’idea di fondo non era irragionevole, perché ricordava che nella storia esistono ferite ancora aperte e che alcuni gruppi hanno subìto, e talvolta subiscono, trattamenti ingiusti.

Con il tempo, però, la parola ha assunto un significato più ampio e controverso. È stata associata alle battaglie contro il razzismo, alle rivendicazioni femministe, ai diritti delle persone omosessuali e transgender, alle proteste del movimento Black Lives Matter e alla cosiddetta intersezionalità.

Quest’ultimo concetto indica che una persona può subire contemporaneamente diverse forme di svantaggio, per esempio a causa del sesso, del colore della pelle, dell’origine sociale o dell’orientamento sessuale. In teoria è uno strumento utile per comprendere meglio le disuguaglianze. Nella pratica, secondo i critici, è stato talvolta trasformato in una graduatoria delle vittime, nella quale alcune persone finiscono per essere considerate più degne di ascolto di altre.

Il problema non è occuparsi delle ingiustizie. Il problema nasce quando una giusta attenzione ai diritti si trasforma in controllo del linguaggio, in una gara di purezza ideologica o in una censura preventiva di tutto ciò che potrebbe offendere qualcuno.

Uno degli esempi più discussi riguarda l’espressione «persona con utero» al posto di «donna». La formula viene utilizzata in alcuni ambienti per includere persone transgender o non binarie e per non identificare automaticamente l’utero con l’identità femminile. I sostenitori la considerano una forma di rispetto e inclusione. I critici ritengono che complichi il linguaggio comune e finisca per oscurare la parola «donna», sostituendola con una definizione tecnica e impersonale.

La questione sembra linguistica, ma riguarda un problema più generale. Fino a che punto è giusto modificare le parole per evitare ogni possibile disagio? E quando, invece, il linguaggio diventa così complicato da impedire alle persone di capirsi?

Lo stesso discorso vale per lo schwa, il simbolo «ə» proposto per rendere l’italiano più neutro rispetto al genere. L’intento è evitare che le parole siano sempre riferite al maschile o al femminile. Tuttavia, l’uso dello schwa può rendere i testi difficili da leggere, soprattutto per anziani, bambini e persone con difficoltà di lettura. Anche in questo caso, una discussione nata per includere rischia di produrre l’effetto contrario.

La presa di posizione di AOC sembra indicare una svolta più generale della sinistra occidentale. Dopo aver dedicato grande attenzione alle battaglie culturali e identitarie, una parte del mondo progressista sembra voler tornare a parlare di salari, casa, sanità, scuola, lavoro, precarietà e servizi pubblici in difficoltà.

La scelta appare comprensibile. Le persone possono discutere di linguaggio e identità, ma ogni giorno devono fare i conti con bollette, affitti elevati, precarietà e servizi che non funzionano. Se la politica progressista vuole convincere un numero ampio di cittadini, non può limitarsi alle questioni simboliche. Deve occuparsi dei problemi concreti.

Colpisce però la rapidità con cui molti sembrano cambiare posizione. Fino a ieri, chi criticava gli eccessi del woke veniva spesso accusato di essere retrogrado o nemico dei diritti. Oggi, invece, alcuni degli stessi temi vengono archiviati come esagerazioni di una stagione superata.

È come se il dibattito pubblico fosse regolato da un interruttore. Quando una parola d’ordine è considerata utile, tutti la ripetono. Quando diventa scomoda, tutti fanno finta di non averla mai sostenuta.

George Orwell, nel romanzo 1984, descriveva questo meccanismo attraverso il Ministero della Verità, capace di riscrivere continuamente il passato. Il paragone è volutamente forte, ma aiuta a descrivere un’abitudine sempre più diffusa: cambiare posizione senza spiegare fino in fondo le ragioni.

Prima di voltare pagina sarebbe utile capire che cosa sia davvero accaduto. Il woke è stato un movimento nato da buone intenzioni e degenerato in alcuni eccessi? Oppure non è mai esistito, come sostenevano fino a ieri coloro che deridevano chi ne denunciava i rischi?

La risposta non può essere semplicistica. Non tutte le battaglie per i diritti sono estremiste e non ogni attenzione al linguaggio è censura. Allo stesso tempo non è ragionevole considerare intoccabile ogni richiesta avanzata in nome dell’inclusione. Una società libera deve poter discutere anche le idee dei movimenti progressisti, senza trasformare ogni dissenso in una colpa morale.

Per questo sarebbe necessaria un po’ di sana autocritica. In passato la sinistra ne faceva una delle proprie specialità, riconoscendo gli errori, correggendo le analisi, cambiando strada quando la realtà smentiva le teorie. Oggi, invece, sembra prevalere la tendenza a cancellare le vecchie posizioni e a presentare la nuova linea come se fosse sempre stata quella giusta.

Senza dimenticare che l’autocritica, per un cristiano, non è una moda né una debolezza, ma una responsabilità. Gesù invita ciascuno a togliere prima la trave dal proprio occhio, prima di occuparsi della pagliuzza nell’occhio del fratello. Riconoscere gli errori, ascoltare le critiche e correggere le proprie abitudini non significa rinnegare la propria identità, ma essere più fedeli al Vangelo.

Lo stesso criterio dovrebbe valere per le battaglie culturali del nostro tempo. Chi ha sostenuto certe campagne dovrebbe chiedersi se, in alcuni casi, la difesa dei diritti si sia trasformata in intolleranza o censura. Chi le ha criticate dovrebbe domandarsi se, dietro la denuncia degli eccessi, non abbia finito per ignorare ingiustizie reali. Nessuno dovrebbe giudicare dall’alto di una presunta superiorità morale.

L’autocritica sarebbe utile non solo per giudicare il passato, ma anche per affrontare il futuro. Prima o poi lo stesso processo potrebbe riguardare altre ideologie, altre parole d’ordine e altre battaglie considerate intoccabili.

La lezione è semplice. Il tempo spesso smaschera gli eccessi. Sarebbe però preferibile riconoscerli prima, senza aspettare che sia qualcun altro a dirci che è arrivato il momento di cambiare.

Il 6 settembre 2026, nella Chiesa di Calò, una frazione del comune di Besana in Brianza (MB), si terrà un concerto di mu...
28/08/2026

Il 6 settembre 2026, nella Chiesa di Calò, una frazione del comune di Besana in Brianza (MB), si terrà un concerto di musica classica a libero accesso, proposto dal gruppo ARPARLA PLUS e organizzato dal Co‑housing Il Convivio, dalla Comunità Pastorale Santa Caterina e dal Gruppo ARPARLA.

In programma «Salutano gli uccelli col proprio canto il Sole», raffinata composizione per due violini e basso di don Marco Uccellini (1603‑1680), Opera n. 4 del 1645.
A eseguirla saranno musicisti di livello internazionale: Davide Monti e Ulrike Engel ai violini barocchi, Mime Brinkmann alla viola da gamba e Maria Christina Cleary all’arpa doppia.

Un appuntamento culturale di qualità, certo. Ma anche un segno: un gesto che parla di comunità, di bellezza condivisa, di un modo diverso di abitare i luoghi e le relazioni.

Il concerto arriva in un momento in cui il problema della crisi abitativa, in Italia come in buona parte d’Europa, è drammaticamente reale.

Il Piano Casa è ora legge dello Stato. L’obiettivo dichiarato dal Governo è arrivare a 100.000 alloggi in dieci anni, combinando risorse pubbliche, capitali privati e fondi europei. Secondo le stime ufficiali, il provvedimento potrebbe generare 10 miliardi di euro di investimenti nel prossimo decennio.

Pur muovendo risorse ingenti e intervenendo su nodi strutturali, il Piano Casa continua a suscitare interrogativi: riuscirà davvero a incidere sulle cause profonde della crisi abitativa o rischia di limitarsi a un aumento dell’offerta immobiliare senza affrontare le fragilità sociali che attraversano il Paese?

In questo scenario, l’abitare collaborativo – termine che raccoglie esperienze come cohousing, coliving, vicinato solidale e social housing intenzionale – si presenta come un laboratorio sociale.

Le esperienze più autentiche mostrano che l’abitare collaborativo funziona quando si fonda su relazioni reali, quando mette al centro la cura reciproca e la responsabilità condivisa. Non sostituisce le politiche pubbliche, ma può rigenerare legami, ridurre solitudini, creare spazi di vita più umani.

Il concerto di Calò si inserisce proprio in questa visione: non solo un evento musicale, ma un modo di abitare il territorio in maniera generativa. Portare musica barocca in una chiesa di paese, aprire le porte a tutti, costruire un’occasione di incontro: sono gesti che parlano di comunità che si prende cura di sé, che crea bellezza, che immagina un futuro condiviso.

In un tempo in cui la casa rischia di diventare un bene sempre più inaccessibile, iniziative come questa ricordano che abitare non è solo avere un tetto, ma vivere relazioni, condividere spazi, coltivare cultura, sentirsi parte di un luogo.

Il 6 settembre, dunque, non sarà soltanto un concerto. Sarà un invito: a ritrovarsi, a pensare insieme, a immaginare forme nuove di comunità. Perché la musica – come l’abitare – è un’arte che si fa insieme.

Dagli albori della civiltà esistono riti comunitari che prevedono il compimento di un determinato percorso. Quando si sv...
27/08/2026

Dagli albori della civiltà esistono riti comunitari che prevedono il compimento di un determinato percorso. Quando si svolgono in ambito profano, possono essere definiti cortei; quando, invece, sono collegati a riti sacri, assumono il nome di processioni. In essi, le persone coinvolte esprimono in modo concreto e visibile il loro essere comunità.

La processione è un rito nel quale una comunità si muove ordinatamente lungo un percorso, accompagnando spesso un simbolo, un’immagine, una reliquia o un oggetto sacro. Può esprimere adorazione, supplica, penitenza, ringraziamento, memoria e comunione; nello stesso tempo, rafforza l’identità religiosa e sociale del gruppo.

All’alba di ogni primo sabato e nel pomeriggio della prima domenica di settembre, subito dopo la celebrazione eucaristica, principia la Processione degli Uomini con su Santu, uno dei gesti più significativi e profondi della religiosità popolare cabrarese. Is curridoris, vestiti con la tradizionale clamide bianca, portano di corsa il simulacro del Santissimo Salvatore fino al villaggio omonimo del Sinis, dove sono accolti dalla comunità dei Noveranti, con profonda intensità di fede e devozione.

Da anni, purtroppo, circolano definizioni improprie. In alcuni materiali turistici e promozionali, questa processione è indicata come «galoppata a piedi nudi» o con espressioni analoghe. Un’espressione nata non dalla tradizione viva della comunità, ma da una narrazione esterna, funzionale a presentare l’evento come attrazione folkloristica, lasciando in ombra la sua dimensione religiosa.

Per dirla con il filosofo Harry Frankfurt (1929–2023), si tratta di un tipico esempio di bu****it. Una rappresentazione superficiale, che non si preoccupa della verità profonda del fenomeno e non considera la storia, la ritualità e la fede che animano questo gesto. Non è stricto sensu una menzogna. È, piuttosto, una definizione sbrigativa, incapace di restituire il significato autentico della tradizione.
La Processione di San Salvatore non è una semplice «corsa», né un evento sportivo o turistico. È un atto rituale che affonda le proprie radici nella memoria collettiva, nella devozione popolare e nella relazione viva tra la comunità e il Santissimo Salvatore. È un gesto che si rinnova ogni anno con la stessa intensità e che viene custodito da generazioni di uomini, i quali lo vivono come devozione, servizio, offerta e appartenenza. La velocità del cammino non ne cancella il carattere processionale, ma ne costituisce, piuttosto, una modalità particolare, profondamente legata alla storia e alla cultura di Cabras.

Chiamarla «processione» significa riconoscerne il senso religioso e la valenza cultuale. Significa rispettare la comunità che la custodisce e la fede che la sostiene. Significa, soprattutto, evitare di trasformare il rito dell’«andare a portare il Santo» - “andai anchi pottai su Santu”, secondo la definizione storica - in un’etichetta vuota o in una narrazione estranea alla vita religiosa cabrarese.

Questo patrimonio spirituale e culturale merita di essere raccontato con le parole giuste, tramandato con rispetto e vissuto con consapevolezza. Ogni gesto, ogni passo e ogni clamide bianca sono segni di una fede che precede e accompagna.

La processione è una preghiera comunitaria in movimento. Attraverso il cammino, i simboli e la partecipazione dei fedeli, rende visibile la verità che la vita trova senso e compimento nella dimensione spirituale, vissuta nella comunione del popolo di Dio.

Mercoledì 26 agosto 2026, nell’udienza generale nella Basilica di San Pietro, papa Leone XIV ha tenuto l’ultima cateches...
26/08/2026

Mercoledì 26 agosto 2026, nell’udienza generale nella Basilica di San Pietro, papa Leone XIV ha tenuto l’ultima catechesi sulla costituzione Sacrosanctum Concilium, approfondendo le ragioni per cui i Padri conciliari vollero promuovere una riforma della liturgia.
È illuminante, in tal senso, la terza Lettera dal Concilio che il cardinale Giovanni Battista Montini, allora arcivescovo di Milano, inviò il 28 ottobre 1962 ai fedeli della propria Chiesa. La liturgia – scriveva – «è espressione sincera sia del divino che dell’umano. È linguaggio. È veicolo d’insegnamento divino da un lato, è voce di colloquio con Dio. È chiaro che essa non può rinunciare alla sua funzione didattica, e non può non offrire alla fede e alla pietà la possibilità di esprimersi con spontanea intelligibilità». [1] Mosso da queste convinzioni, il futuro papa san Paolo VI affermava che i fedeli «non possono e non devono più rimanere muti e passivi. La loro materiale presenza non può accordarsi con la loro spirituale assenza».
….
La liturgia, spiega papa Leone, essendo una realtà viva, è sempre stata soggetta lungo i secoli a sviluppi e cambiamenti. Il Magistero ne ha adattato le forme alle esigenze delle diverse epoche. Non sorprende allora che anche il Concilio Vaticano II, con il massimo rispetto per il patrimonio della tradizione, e proprio al fine di renderlo maggiormente fruibile, abbia ritenuto necessaria una revisione dei libri liturgici.
….
testo completo su
https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/audiences/2026/documents/20260826-udienza-generale.html?utm_id=97757_v0_s00_e0_tv2_a1dennhb49xqqr&fbclid=IwY2xjawT75iJwZG9mBWV4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkEDIyMjAzOTE3ODgyMDA4OTIAAR6YOumpujkIevsSRYD81_ovf5UE6gqZzuEbSu6XqRwBMxJBLyQ-Ft4PEXagRg_aem_cWCfUGFsPwPBZ-rUefWfkA

Nella letteratura organizzativa, la leadership è senza dubbio il tema più esplorato: rappresenta la qualità più ricercat...
25/08/2026

Nella letteratura organizzativa, la leadership è senza dubbio il tema più esplorato: rappresenta la qualità più ricercata nei profili gestionali e la competenza maggiormente coltivata nei programmi di formazione manageriale. Manuali, corsi e modelli operativi insistono sul ruolo del leader come figura capace di orientare, motivare e guidare gruppi di lavoro sempre più complessi.

Molto meno attenzione, invece, è stata dedicata alla followership, nonostante essa costituisca l’altra metà della relazione organizzativa. La dinamica tra leader e follower non è mai unidirezionale: i comportamenti di chi guida dipendono in larga misura dalle risposte, dalle aspettative e dalle pratiche di chi segue, e viceversa. La qualità della relazione non è quindi determinata solo dal carisma o dalle competenze del leader, ma dal modo in cui l’intero gruppo interpreta il proprio ruolo all’interno dell’organizzazione. Questa asimmetria di attenzione – leader al centro, follower sullo sfondo – ha prodotto una visione parziale delle relazioni lavorative, spesso ridotte a un gioco di influenze verticali.

È proprio su questo punto che interviene il saggio Fraternity in the Workplace: An Alternative to Positive Leadership and Followership (Fraternità nel luogo di lavoro: un’alternativa alla leadership e alla followership positive), nel quale gli accademici Luigino Bruni (Dipartimento di Giurisprudenza, Economia, Politica e Lingue moderne, Università LUMSA di Roma) e Paolo Santori (Department of Philosophy, Tilburg University) propongono di ripensare in profondità le relazioni organizzative.

La loro tesi centrale è che la qualità della vita lavorativa non possa essere affidata soltanto a una buona leadership, né alla disponibilità dei collaboratori a seguire ragionevolmente il leader. Essa va invece sviluppata attraverso un modello alternativo – la “struttura del noi” – che interpreta la fraternità come collaborazione intenzionale tra i membri dell’organizzazione impegnati in obiettivi condivisi. La fraternità, in questa prospettiva, non è un sentimento vago né un correttivo morale, ma una categoria organizzativa che ridefinisce il modo stesso di lavorare insieme.

Il tema si inserisce nella tradizione dell’economia civile, particolarmente attenta alla fiducia, alle virtù civiche, alla reciprocità e al bene comune. In questa visione, il mercato e l’organizzazione non sono soltanto luoghi di scambio o di interesse individuale, ma anche spazi nei quali le persone possono esercitare responsabilità, costruire relazioni e contribuire al bene collettivo. Bruni e Santori hanno già evidenziato, a proposito dell’economia civile, che il bene comune non nasce automaticamente dai meccanismi del sistema, ma dipende anzitutto dal comportamento virtuoso degli attori coinvolti.¹

In questa prospettiva, la fraternità non è un elemento decorativo, utile soltanto a migliorare il clima aziendale. Essa riguarda la forma stessa dell’organizzazione. Una struttura fraterna non si limita a chiedere: «Come possiamo ottenere risultati migliori?». Chiede anche: «Che tipo di persone e di relazioni stiamo formando attraverso il nostro modo di lavorare?». È una domanda che sposta l’attenzione dal “chi guida” al “come stiamo insieme”, e che invita a considerare il lavoro come luogo di crescita reciproca, non solo di performance.

Per leggere o scaricare il saggio Open Access di Bruni e Santori: https://onlinelibrary.wiley.com/share/UHMENXJXDRFP2IVSBD84?target=10.1111/kykl.70083

¹ The other invisible hand. The social and economic effects of theodicy in Vico and Genovesi https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/09672567.2022.2048677

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