ComunicazioneOsteopatica

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Imparare a migliorare e facilitare la relazione col paziente e la famiglia. Utilizzare in modo inten

24/10/2020

ASCOLTARE NON SEMPRE È FACILE❗️❗️

Nella pratica clinica quotidiana gli osteopati, si trovano spesso ad affrontare problematiche emozionali legate ad un trauma fisico o relazionale... 🌿
Si ha a che fare con il DOLORE, bisogna prenderne CONSAPEVOLEZZA e porsi in una condizione di ASCOLTO profondo, professionale e sincero.

23/10/2020

OSTEOPATIA ❓ DI COSA SI TRATTA❓

Le mani dell'Osteopata aiutano e comprendono il paziente attraverso il corpo,
Questo trattamento pone al centro la persona e si concentra sul riportare la persona ad uno stato di BENESSERE. 🌿

In primo luogo l’osteopata, grazie ad un’accurata VALUTAZIONE, ricerca le alterazioni funzionali del corpo che portano al manifestarsi di segni e sintomi per poi proseguire con il TRATTAMENTO della patologia. 👨🏼‍⚕️

18/10/2020

LA RELAZIONE CON IL PAZIENTE HA BISOGNO DI EMPATIA E ALLEANZA

Empatia: mettersi nei panni dell’altro, comprendere le sue emozioni e i suoi sentimenti
Alleanza: stabilire un legame con l’altro 🗣👥

Queste due componenti sono fondamentali per ottenere migliori risultati durante il percorso terapeutico.
È importante comprendere il più possibile la prospettiva del paziente e capire favorire la comunicazione e la fiducia. 💬
Se il paziente si sente capito e ascoltato sarà più collaborativo all’interno del percorso che ha deciso di iniziare e si otterranno maggiori risultati.

16/10/2020

SINDROME DELLA CAPANNA COVID-19

Il COVID-19 ha creato problemi e difficoltà sempre più frequenti a livello emotivo e relazionale: “LA SINDROME DELLA CAPANNA” fa parte di queste, ed è la paura di uscire di casa.
I sintomi possono essere
🛑 Ansia
🛑 Frustrazione
🛑 Depressione
🛑 Disturbi del sonno
🛑 Eccessiva paura di contrare il virus

È importante, per intervenire al meglio sui sintomi, collegare quanto accade al paziente a questo particolare momento storico in cui viviamo.

10/10/2020

MODELLO BIOPSICOSOCIALE ❗️
George Engel, psichiatra statunitense, sostiene che per comprendere al meglio il benessere di una persona è necessario considerare tre aspetti:

🔹BIOLOGICO
🔹PSICOLOGICO
🔹 SOCIALE

Si passa da un modello biomedico, focalizzato solo sull’aspetto biologico, a un modello BIOPSICOSOCIALE.

09/10/2020

TOCCO TERAPEUTICO❗️

Il TOCCO TERAPEUTICO è una pratica olistica sostenuta da studi scientifici, che utilizza le mani per orientare una serie di ENERGIE umane che attivano l’organismo.🔹🌿

Non è una terapia sostitutiva, ma una pratica che va ad INTEGRARE il trattamento medico, osteopatico e fisioterapico.

28/06/2020

Come cuccioli di canguro 🦘
Questo bambino nato prematuro viene posto sul petto del padre, invece che nell’incubatrice, immediatamente dopo la sua nascita. La madre, in sala, recupera in seguito a delle complicanze dovute al taglio cesareo.
Il petto del papà regola la temperatura addirittura meglio dell’incubatrice.
Come è possibile❓

🔴 DI COSA SI TRATTA?
La canguro (o marsupio) terapia è una pratica sviluppata in Colombia nel 1970 per diminuire i tassi di mortalità infantile.
Consiste nel tenere il bebè appena nato in braccio in un contatto pelle a pelle continuo e prolungato, favorendo nel contempo anche l’allattamento al seno, la dimissione precoce e il follow-up a domicilio.
Visti gli effetti benefici, è stata poi consigliata per tutti i neonati, sia prematuri che a termine.

🔴 Quali sono i vantaggi per il neonato? 👶🏼
1. Aiuta a stabilizzare il neonato. In particolare per i prematuri questa tecnica può aiutare a migliorare i livelli di saturazione di ossigeno e quindi a stabilizzare il cuore e la respirazione.
2. Migliora il sonno del bambino.
3. Migliora la crescita e l’aumento di peso. Il contatto pelle a pelle aiuta a regolare la temperatura corporea del bambino.
4. Facilita l’allattamento al seno.
5. Favorisce lo sviluppo neurologico e cerebrale

🔴 E per i genitori? 🤱
I bambini non sono gli unici a beneficiare di questa tecnica.
🤱Per la madre: con l’allattamento al seno, questa pratica può aumentare il livello di ossitocina. Inoltre può migliorare il legame con il bambino e aumentare la fiducia nelle proprie capacità genitoriali.
👨‍👦 Per il padre: condivide con la neo- mamma le cure, spesso spossanti, che occorre prodigare al fragile neonato e si rende conto, almeno in parte, di quanto sia gravosa la maternità aumentando la sensibilità verso i bisogni del neonato.

♾ Gli effetti sono duraturi e si osservano fino a 20 anni dopo❗️
È quanto emerge da una ricerca guidata da Nathalie Charpak, della Kangaroo Foundation di Bogotá, in Colombia, pubblicata sulla rivista Pediatrics.
📊Gli studiosi hanno esaminato ragazzi di età compresa tra i 18 e i 20 anni: 228 erano stati sottoposti alla "canguro-terapia" da neonati e riarruolati da un precedente studio e sono stati confrontati con altri 213 per i quali invece si era fatto ricorso quasi esclusivamente all'incubatrice.
Dai risultati è emerso che:
📉 coloro che avevano sperimentato il contatto pelle a pelle con mamma e papà avevano il 61% in meno di probabilità di morire durante l'infanzia rispetto ai neonati che non avevano ricevuto questo tipo di cura.
📈 Il tasso di allattamento era inoltre più alto e avevano un minor numero di infezioni gravi che richiedevano il ricovero in ospedale.
🧠 Un test del quoziente intellettivo ha rilevato inoltre un piccolo ma significativo vantaggio di chi aveva sperimentato la 'canguro-terapia' del 3,6 % e la tendenza a sviluppare un cervello più grande, con volumi significativamente maggiori di materia grigia.
Un ultimo beneficio❓
Coloro che da neonati erano stati a contatto diretto con mamma e papà avevano un salario orario medio del 53% più alto.

📸: amomedicina_
✍🏼: , editor per “Il Corpo Umano”

10/06/2020

Excellent Communication Skills are so essential for your career development

08/06/2020

Io penso e il computer parla per me

Un decodificatore in grado di tradurre l’attività cerebrale in linguaggio parlato potrebbe sembrare fantascienza. Invece gli studi in questa direzione stanno facendo passi da gigante, come dimostra il dispositivo descritto su “Nature” da Edward Chang e colleghi dell’Università della California a San Francisco.

Parlare è un'operazioni tra le più complesse, perché richiede una precisa coordinazione dell’attivazione di muscoli nelle strutture anatomiche che servono ad articolare i suoni, e cioè la mandibola, le labbra, la lingua e la laringe.

Per arrivare a un’interfaccia in grado di tradurre i segnali nervosi in linguaggio vocale sintetizzato da un computer, gli autori hanno adottato un approccio a due fasi, entrambe basate su reti neurali, modelli di calcolo automatico particolarmente adatti a gestire e trasformare dati che hanno una struttura temporale di elevata complessità.

La prima fase è consistita nel tradurre i segnali neurali in una sequenza precisa di attività muscolari finalizzate alla fonazione. Per farlo, Chang e colleghi hanno coinvolto cinque volontari a cui erano stati impiantati alcuni elettrodi nell’ambito di un trattamento terapeutico per l’epilessia. Usando una tecnica chiamata elettrocorticografia ad alta densità, hanno registrato l’attivazione delle diverse regioni della corteccia cerebrale dei volontari mentre pronunciavano alcune centinaia di frasi a voce alta. La seconda fase è stata dedicata alla trasformazione dei movimenti del tratto vocale decodificati nella prima fase in una voce sintetizzata.

Questo approccio, in realtà, è più contorto rispetto a quello di altri studi condotti in passato da altri gruppi di ricerca con lo stesso obiettivo, che hanno correlato direttamente gli schemi di attivazione corticale ai suoni pronunciati. Ma l’idea di Chang e colleghi è stata premiata: la via indiretta permette di ottenere una distorsione acustica minore rispetto ad altre realizzazioni dello stesso tipo. Ciò è emerso in una serie di test in cui un gruppo di volontari è riuscito a riconoscere correttamente un centinaio di frasi sintetizzate dal dispositivo sulla base dell'addestramento precedente e quelle sintetizzate in tempo reale decodificando l'attività neurale di un soggetto a cui era richiesto di mimare l'articolazione di una frase senza pronunciarla

Complessivamente, il risultato è incoraggiante. Tuttavia,, come sottolineano in un articolo di commento pubblicato sullo stesso numero di “Nature” Chethan Pandarinath e Yahiaa Ali, del Georgia Institute of Technology di Atlanta, ci sono ancora problemi tecnologici da superare prima che il dispositivo di Chang e colleghi possa diventare un’interfaccia neurale da utilizzare in soggetti con un deficit del linguaggio dovuto a una patologia neurofunzionale.

La prima limitazione è che la comprensibilità del linguaggio sintetizzato dal dispositivo, per quanto soddisfacente, è ancora molto lontana da quella del linguaggio naturale. La seconda è che il dispositivo ha bisogno di un lungo periodo di addestramento con frasi pronunciate da una o più persone, e non potrebbe quindi essere applicato direttamente su soggetti che hanno perso la capacità di parlare. Rimediare a questi inconvenienti per arrivare a un dispositivo di utilità pratica sarà il compito di ricerche future.

08/06/2020

SINCRONIZZIAMOCI TENENDOCI PER MANO

L’EMPATIA è uno dei temi più frequentemente dibattuti nell’ambito delle NEUROSCIENZE contemporanee.
Avendo allargato il concetto dell’empatia a STATI come quelli DOLOROSI, le neuroscienze hanno potuto avviare un’interessante esplorazione sperimentale di cosa succeda nel funzionamento cerebrale quando una persona prova “empatia” per il dolore altrui. In quest’ambito, un ESPERIMENTO estremamente importante è quello di Singer (2004): lo studio ha confrontato in 16 donne volontarie sane le differenze nell’attivazione cerebrale durante due condizioni sperimentali. In una situazione la donna riceveva uno stimolo doloroso mentre con la risonanza magnetica funzionale (fMRI) veniva studiata l’attività cerebrale relativa. Nell’altra condizione, la donna veniva “avvisata” da un segnale che in quel momento il suo PARTNER stava ricevendo uno stimolo doloroso come il proprio (e anche qui si studiava la corrispondente attività cerebrale). Lo studio riuscì a segnalare delle importanti somiglianze tra le due condizioni. In particolare, l’insula anteriore bilaterale, la corteccia cingolata rostrale anteriore, il tronco cerebrale e il cervelletto si attivavano sia quando il soggetto provava dolore, sia quando sapeva che in quel momento il proprio partner lo stava provando (e le prime due aree correlavano con le scale di misurazione delle tendenze empatiche del soggetto). Al contrario, vi erano delle aree attivate solo quando il dolore era sentito in prima persona (insula posteriore, corteccia somatosensoriale secondaria, corteccia sensomotoria), per cui gli autori conclusero che la risposta empatica al dolore potesse essere mediata dall’attivazione di una parte delle aree coinvolte nella percezione del proprio dolore, in particolare quelle affettive, mentre quelle sensomotorie non sembravano essere coinvolte nel fenomeno empatico. Studi successivi hanno sostanzialmente confermato l’importanza della parte anteriore dell’INSULA e della CORTECCIA CINGOLATA ANTERIORE nel mediare le risposte empatiche al dolore (Rütgen et al 2015).

L’evidenza scientifica che alcune aree del nostro cervello si attivino in modo simile sia quando proviamo dolore che quando EMPATIZZIAMO col DOLORE ALTRUI può essere vista come una forte indicazione di un funzionamento “MIRROR” del nostro cervello quando noi proviamo empatia: le stesse aree che ci servono per sentire dolore ci servono per “comprendere” il dolore dell’altro in modo “empatico”.

Uno STUDIO pubblicato un paio di anni fa (Goldstein et al, 2016) ha voluto invece indagare gli effetti analgesici del cosiddetto "SOCIAL TOUCH" sul dolore.
I ricercatori, partendo dal presupposto che il tocco sia in grado di comunicare emozioni ed empatia, hanno valutato se un gruppo di donne sottoposte ad una fonte di forte calore esterno percepissero differentemente il livello del dolore nelle seguenti condizioni:
1. il partner maschile poteva solamente osservare quanto accadeva alla propria compagna durante al sperimentazione
2. il partner maschile toccava la mano della propria compagna
3. uno sconosciuto toccava la mano della donna sottoposta all'esperimento
4. la donna sottoposta all'esperimento veniva lasciata sola.
In sintesi, i risultati dimostrarono una diminuzione del dolore percepito nella "condizione 2" rispetto a tutte le altre situazioni sperimentali; ciò lascerebbe dunque ipotizzare che l'empatia tra i partners sia in grado di aumentare il potere analgesico del reciproco tocco (probabilmente dovuto alla liberazione di oppioidi endogeni).

L’essere umano è capace di generare EVENTI SINCRONICI con altri individui. Nonostante i meccanismi sottostanti siano ancora in gran parte sconosciuti, diverse ricerche tra cui una recente di Goldstein (2017) ha dimostrato che la SINCRONIZZAZIONE INTERPERSONALE fisiologica può essere alla base della sincronia comportamentale.
I ricercatori, analizzando 22 coppie di innamorati, sono giunti a constatare come il contatto con il partner aumenti la loro sincronizzazione respiratoria e la correlazione con la frequenza cardiaca in particolare in condizioni di dolore e come a ció conseguano effetti analgesici (verosimilmente attraverso il sistema nervoso autonomo).

Il TOCCO INTERPERSONALE ha importanti valori sociali e affettivi: contribuisce allo sviluppo di neonati prematuri, regola le loro risposte allo stress, offre comfort e benessere emotivo, ha un effetto analgesico ecc ecc.
Chi si occupa di TERAPIA MANUALE ha quotidiana esperienza della potenza che il contatto fisico è in grado di donare al proprio prossimo, non a caso si parla spesso di “tocco terapeutico”.
Toccare una persona dedicandole attenzione può significare sincronizzarsi con essa, influenzando positivamente sia la sfera biologica/corporea che quella psicoemotiva.

A PRESCINDERE dalla tecnica “iper-specifica” utilizzata, a prescindere essa sia di matrice allopatica, occidentale, orientale, extraterrestre, egizia, sciamanica o interplanetaria, una MANO e un CUORE accoglienti sono in grado di apportare benefici così trasversali che, giunti al 2018, anche grazie alle neuroscienze non serve più scomodare assurde teorie pseudo-scientifiche (quasi sempre prive di fondamento) per darne giustificazione alla comunità medico-scientifica……. Nonostante qualcuno ne sentisse e continui a sentirne così gran bisogno 🙃😝

BIBLIOGRAFIA
- Aragona M, Puzella A. How empathy for pain changes in the neurosciences: reciprocal influences between conceptual and experimental issues. A critical review of functional neuroimaging studies. Journal Psychopathology 2010;16:309-320
- Goldstein P, Shamay-Tsoory SG, Yellinek S, Weissman-Fogel I. Empathy predicts an experimental pain reduction during touch. J Pain. 2016 Jun 27.
- Goldstein P, Weissman Fogel I, Shamay-Tsoory S. The role of touch in regulating inter-partner physiological coupling during empathy for pain. 2017. Scientific Reports. 7. 10.1038/s41598-017-03627-7.
- Rütgen M, Seidel EM, Silani G, Riečanský I, Hummer A, Windischberger C, Petrovic P and Lamm C. Placebo analgesia and its opioidergic regulation suggest that empathy for pain is grounded in self pain PNAS 2015 112 (41) Sept 28, 2015.
- Singer T, Seymour B, O’Doherty J, et al. Empathy for pain involves the affective but not sensory components of pain. Science 2004;303:1157-62.

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