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GIOVANNI ALDINI: IL FRANKENSTEIN BOLOGNESE 🧟

«Mi risvegliai trasalendo d’orrore; un sudore freddo mi imperlava la fronte, battevo i denti e le membra erano in preda a un tremito convulso quando - al chiarore velato della luna che si insinuava attraverso le persiane chiuse - scorsi la miserabile creatura, il mostro da me creato. Teneva sollevate le cortine del letto e i suoi occhi, se di occhi si può parlare, erano fissi su di me. Aprì le mascelle emettendo dei suoni inarticolati mentre un sogghigno gli raggrinziva le guance. Forse aveva parlato, ma non udii; aveva allungato una mano, come per trattenermi, ma gli sfuggii precipitandomi giù per le scale.»
[Mary Shelley, da “Frankenstein ovvero il moderno Prometeo”, traduzione di Maria Paola Paci e Paolo Troncarelli]

Il 10 aprile del 1762 nasceva a Bologna il fisico Giovanni Aldini, famoso soprattutto per i suoi studi sul “galvanismo”, ovvero gli effetti delle correnti elettriche sugli esseri viventi (quella che oggi viene chiamata “bioelettricità”).

La madre era Caterina Galvani, sorella del famoso fisico e fisiologo Luigi Galvani, scopritore dell’elettricità biologica e fondatore dell’elettrofisiologia: Aldini ne fu discepolo, proseguendone gli studi e divulgandone l’opera.

La famiglia Aldini era facoltosa: il padre Giuseppe era professore di diritto all’Università di Bologna così come il fratello maggiore Antonio, il quale fu anche ministro di Stato del Regno d’Italia.

Giovanni si laureò in fisica all’Università di Bologna nel 1782 e cominciò subito a lavorare nel laboratorio dello zio Luigi Galvani, dove si eseguivano esperimenti sugli effetti che aveva l’elettricità sui corpi di rane morte. In particolare Galvani studiava le contrazioni manifestate dai muscoli delle rane quando questi venivano sollecitati con archi metallici o altri oggetti.

All’epoca era largamente accettato che i tessuti costituenti nervi e muscoli reagissero al passaggio di correnti elettriche ma la maggior parte degli scienziati, diversamente da Galvani, non riteneva che l’elettricità giocasse un ruolo fondamentale anche nel loro funzionamento. Tra i principali oppositori di Galvani c’era Alessandro Volta, l’inventore della pila, il quale non credeva ad un’elettricità intrinseca dei corpi e riteneva che Galvani avesse interpretato i risultati dei suoi esperimenti in modo errato.

Aldini, di carattere caparbio ed irascibile, prese immediatamente le difese del più mite e riservato zio, adoperandosi per condurre esperimenti anche su animali a sangue caldo, quali uccelli, pecore e bovini, e pubblicando i suoi risultati con il titolo “De animali electricitate dissertationes duae” (Due dissertazioni sull’elettricità animale).

In quest’opera e nel supplemento di Aldini al “Trattato dell’arco conduttore” di Galvani si descrivono esperimenti in cui vengono ottenute le contrazioni dei muscoli senza l’uso di alcun metallo ma semplicemente connettendo l’estremità tagliata del nervo femorale ai muscoli delle gambe. Questi risultati supportano la tesi che l’elettricità animale sia coinvolta direttamente nella fisiologia del sistema nervoso.

Nel 1798, anno della morte di Luigi Galvani, Aldini ottenne la cattedra di fisica all’Università di Bologna ma continuò a sperimentare alacremente sul galvanismo, conducendo esperimenti che coinvolgevano varie parti del cervello degli animali.

Fu in quest’epoca che Aldini cominciò a considerare la possibilità di usare il galvanismo come strumento terapeutico e ne valutò la fattibilità applicando correnti elettriche a cadaveri umani.

Tra il gennaio e il febbraio del 1802 presso il Palazzo di Giustizia di Bologna, tre criminali erano stati giustiziati per decapitazione e Aldini, con l’aiuto di alcuni medici, allestì una dimostrazione macabra e spettacolare. Applicando correnti elettriche a diverse parti dei cadaveri ottenne contrazioni muscolari di vario tipo lungo l’intero corpo, compreso il volto.

In queste occasioni Giovanni Aldini dimostrò di avere talento non solo come scienziato ma anche come showman. Le sue dimostrazioni erano infatti dei veri e propri spettacoli e i giornali dell’epoca erano colmi di resoconti delle sue performance.

La dimostrazione più celebre fu quella svoltasi il 17 gennaio del 1803 al Royal College of Surgeons di Londra, dove Aldini collegò gli elettrodi di una pila rame-zinco da 120 volt al corpo senza vita George Foster, giustiziato mediante impiccagione per l’omicidio di moglie e figlio.

Il ca****re, come una marionetta, inarcò la schiena, agitò le gambe e batté un braccio sul tavolo; i muscoli del volto ebbero uno spasmo e l’espressione dell’assassino assunse l’aspetto di una smorfia di dolore; l’occhio sinistro si aprì.

La dimostrazione di Aldini lasciò una forte impressione nelle menti degli astanti e qualcuno pensò che l’elettricità fosse una sorta di “forza vitale” e che, grazie ad essa, sarebbe stato possibile sovvertire le leggi della vita e della morte.

Il tema era molto dibattuto in Inghilterra e fu così che la giovane scrittrice Mary Shelley, dopo una serata passata a discutere sul galvanismo, ebbe un sogno ad occhi aperti che fu la scintilla per la stesura del suo capolavoro nonché pietra miliare della letteratura gotica: “Frankenstein ovvero il moderno Prometeo”.

Il dottor Victor Frankenstein è un brillante e ambizioso scienziato che vuole spingersi oltre i limiti della scienza e, grazie alle sue conoscenze di chimica e anatomia oltre ovviamente al decisivo uso dell’elettricità, riesce a dare la vita ad una “creatura” ottenuta assemblando parti del corpo provenienti da vari cadaveri trafugati.

L’obiettivo di Aldini era in realtà più umile, ovvero di dimostrare che l’elettricità avrebbe potuto essere uno strumento utile nelle procedure di rianimazione, in particolare nei casi di asfissia.

Ad ogni modo gli esperimenti del “Frankenstein bolognese” hanno posto le basi per varie forme di elettroterapia oggi in uso compresa la stimolazione cerebrale profonda, utilizzata per trattare pazienti che soffrono della malattia di Parkinson.

Giovanni Aldini morì il 17 gennaio del 1834 a Milano all’età di settantadue anni, dopo aver deciso di lasciare in eredità al Comune di Bologna un cospicuo capitale destinato alla fondazione di una scuola di fisica e chimica con l’obiettivo di formare artigiani di alto livello.

Questo lascito, insieme a quello di un altro professore, l’economista Luigi Valeriani, permise la fondazione dell'Istituto Tecnico Aldini-Valeriani, oggi il più rinomato del capoluogo emiliano.

Qui parlo dello zio e mentore di Aldini, Luigi Galvani: https://www.facebook.com/stefanofortini86/posts/10158763603828191

Bibliografia:
Mary Shelley, Frankenstein ovvero il moderno Prometeo, Garzanti, 1991;
André Parent, Giovanni Aldini: from animal electricity to human brain stimulation, Canadian Journal of Neurological Sciences, 2004;
Alessandro Goldoni, Storia di Bologna: dalle origini ai giorni nostri, EBI, 2018.

Immagine: A sinistra, ritratto di Giovanni Aldini (Collezioni Fondazione CaRisBo); a destra, l’attore Boris Karloff nei panni del mostro di Frankenstein nel film del 1931.

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