24/07/2025
Continuare a pubblicare?
Lo conosciamo tutti, lo straniamento, anzi, il senso di orrore, che si prova nel vedere avvicendarsi sullo schermo immagini di vita ordinaria, del quotidiano che ci è familiare, notizie locali, e poi, regolarmente, le foto dall'inferno, dal genocidio di G. Stanno dentro questo stesso social come dentro questa stessa Terra e sembra, ed è, assurdo.
E come non sentire che tutto il resto perde di dignità di fronte alle dimensioni sproporzionate e inimmaginabili del dolore di un popolo distrutto, brutalizzato, vessato, ridotto a ombra? Di bambini ai quali puoi contare le costole, dei loro piedini resi giganti da quant'è poca la carne nelle gambe, di neonati che si spengono nelle incubatrici senza corrente, di ragazzi mutilati, orfani, disperati, che sorreggono il corpo di un fratello m*rto o che mangiano la sabbia e bruciano nel fuoco?
Può ancora avere senso dare spazio a tutto il resto, nella vita, anzitutto, e poi nella condivisione che ne facciamo? Ho riflettuto, in queste settimane, sull'uso dei social in questo momento storico. Non so cosa sia giusto, se ci sia una strada giusta: che il dolore trovi sempre un limite non è un'offesa alla vita, alla morte, alla dignità degli oppressi? Quello che so è che ho sempre meno voglia di condividere in questo spazio altro dall'innocenza e dall'intelligente serietà dei bambini che incontro. È vero ciò che ha scritto Luciano Bianciardi, che nel lavoro culturale è tutto un sollevare polvere per mostrarsi, per dimostrare di esserci, proprio come in politica, e a me sembra che questi bambini operosi, invece, posino una polvere pietosa sopra l'orrore, che in qualche misterioso modo lo asciughino un po', per un po'.