30/08/2026
“Cetta, ascolta, ora tu devi scegliere con chi stare: o cu nui o cu iddi. O cu nui o cu iddi”. E’ così che Rosalba Lazzaro ripete alla propria figlia, Maria Concetta Cacciola, 31 anni, cercando di farle capire che non ha altra strada. O sta con loro, con la sua famiglia legata alla ‘Ndrangheta o con lo Stato, a cui ha chiesto aiuto. Una scelta che Maria Concetta non sa prendere. Da un lato, infatti, c’è la sua vita, la voglia di libertà, il sogno di camminare a testa alta felice; dall’altra ci sono i suoi figli, rimasti con i nonni, a Rosarno, in Calabria, dopo che lei ha scelto di collaborare con la giustizia, mettendo nei guai la sua stessa famiglia.
Maria Concetta non ha mai avuto la possibilità di scegliere . A soli 13 anni, per evadere da un contesto familiare opprimente, si sposa con Rosario Figliuzzi. Lui non l’amava, voleva solo entrare a far parte delle famiglie di mafia che contano. La tratta male ma i suoi le dicono “questo è il tuo matrimonio e te lo tieni”. Così Maria Concetta va avanti, cade e si rialza, cresce con amore i suoi tre figli nonostante le tensioni e le tante difficoltà quotidiane. Dopo qualche tempo però suo marito viene arrestato e quindi lei rimane sola. Sorvegliata dal fratello e dal padre, che le impediscono di uscire. Cerca rifugio su internet. Sui social Maria Concetta inizia a scriversi con un uomo. I suoi la scoprono e l’ammazzano di botte. Le rompono le costole, ma non la portano nemmeno in ospedale. E così, in preda alla disperazione per un destino a cui è costretta e che non ha scelto, un giorno Maria Concetta si reca in caserma. E’ l’11 maggio 2011. Ai carabinieri racconta tutto della sua famiglia e chiede protezione, se ne vuole andare lontano da Rosarno, vuole salvarsi. Nella notte tra il 29 e 30 maggio 2011 Maria Concetta viene prelevata da Rosarno e portata in una struttura di Cassano allo Ionio dove comincia la sua nuova vita come testimone di giustizia. Fornisce un prezioso contributo alle indagini, pur non essendo mai stata affiliata, svelando i segreti in merito a fatti di sangue e consentendo agli investigatori di ritrovare due bunker. Tutto sembra andare per meglio, ma la donna sente il peso della lontananza dai suoi figli. Nel frattempo per ragioni di sicurezza la donna viene trasferita in una località segreta della Liguria. È qui che la sua vita inizia a essere seriamente in pericolo. Il 2 agosto 2011, i genitori di Maria Concetta si recano dalla figlia, riescono a prelevarla. Hanno intenzione di riportarla a Rosarno. Durante il viaggio di ritorno, quando i Cacciola si fermano per fare una sosta a Cerredolo (in provincia di Reggio Emilia), gli uomini del Servizio di Protezione e del Ros, allertati da Maria Concetta, riescono a raggiungerla e la riportano indietro. Dalle intercettazioni gli investigatori capiscono che, durante il viaggio, la giovane donna ha cominciato a riferire ai genitori il contenuto di alcune dichiarazioni che ha reso ai magistrati. Suo padre, Michele Cacciola e Rosalba Lazzaro cominciano così a pressarla affinché ritrattasse tutto. Sulla scena, a questo punto, irrompono due avvocati: Gregorio Cacciola, cugino di Michele Cacciola e Vittorio Pisani, il quale successivamente collaborerà con gli inquirenti. I due legali hanno il compito di convincere la ragazza a ritrattare per tutelare gli interessi delle famiglie mafiose che Maria Concetta sta accusando con le sue dichiarazioni. Così la sua famiglia comincia a chiamarla in continuazione: “o cu nui o cu iddi a stari”. O con noi, o con loro, le ripetono in continuazione. Durante le telefonate Maria Concetta sente i figli piangere. I suoi la minacciano, le fanno capire che non li rivedrà più. Non ce la fa. Nella notte tra l’8 e il 9 agosto 2011 torna a Rosarno, consapevole che sta rischiando la vita. Ha osato colpire l’onore della sua famiglia, ha tradito. La sua punizione sarà esemplare. Infatti, una volta a casa, inizia la sua discesa verso gli inferi. Già qualche giorno prima, il 6 agosto 2011, confida alla sua cara amica Emanuela di vivere schiacciata tra la paura di essere uccisa al suo ritorno e il timore di non vedere più i suoi figli. “Io vorrei tornare a casa per i miei figli. I miei non me li hanno mandati perché loro hanno capito che se me li mandano io non ritorno più”. E quando Emanuela la invita pensarci su, Maria Concetta risponde: “Sono tre mesi che penso, penso…però la ruota mi gira sempre da una parte, ai figli. Chi me lo fa fare a ritornare, se vivo un anno, un altro anno e mezzo”. Era consapevole, Maria Concetta, che al suo rientro a Rosarno sarebbero riprese le vessazioni perché i familiari le avrebbero nuovamente impedito qualsiasi contatto con l’esterno. E continuava a manifestare le sue preoccupazioni e le sue angosce all’amica del cuore: “Mi ha detto che mi perdonano che…basta che ritorno a casa che per loro sono perdonata…Io posso capire in questo momento che lo dicono…Che vuoi, a mio padre gli manco, a mia mamma gli manco, però io penso tempo ci vuole però…Loro lo fanno a posta per farmi tornare, hai capito? Questo è quello che mi spaventa, Emanuela”. Quindi la consapevolezza: “Lo sappiamo queste cose come vanno nelle famiglie nostre, no?! Almeno nella mia famiglia”. Maria Concetta sperava di poter contare almeno sul cuore di sua mamma. Ma la sentenza era già scritta. L’onta che le sue dichiarazioni avevano provocato ai suoi andava punita con il sangue.
Il 20 agosto 2011 Maria Concetta viene ritrovata moribonda nella sua abitazione. Aveva ingerito acido muriatico. Con la bocca aveva parlato e quella bocca le è stata cancellata. A nulla è valsa la corsa presso il Pronto Soccorso di Polistena dove si constatava il suo decesso. È stata uccisa, anche se i suoi parlarono di suicidio. E ancor più vergognoso è quello che è successo dopo la morte della ragazza. Il 23 agosto 2011, infatti, prima ancora che fossero celebrati i suoi funerali, i coniugi Cacciola depositavano un esposto in procura a cui veniva allegata un’audiocassetta con la relativa trascrizione della ritrattazione che Maria Concetta era stata costretta a registrare e una sua lettera scritta quando aveva deciso di collaborare. Il materiale è stato inviato anche ad alcuni giornali. La famiglia voleva far ricadere ogni responsabilità sullo Stato, facendo anche capire che Maria Concetta era fragile, psicologicamente instabile. Non era vero. Nessuno però saprà mai quello che questa giovane donna ha passato nelle sue ultime ore di vita. La madre di Maria Concetta è stata condannata, insieme al marito Michele Cacciola ed al figlio Giuseppe, per maltrattamenti ai danni della donna, per averla indotta a ritrattare le accuse fatte ai magistrati della Dda contro la sua famiglia e la famiglia Bellocco, imparentata con i Cacciola. Il suo volto di Maria Concetta rimane simbolo della lotta contro la ‘Ndrangheta.