22/01/2026
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Lo spettacolo di Antonio Rezza e Flavia Mastrella si presenta come un’esperienza che sfugge a ogni classificazione consueta del teatro, collocandosi in una zona liminale tra forma artistica ed evento. Metadietro non mira a rinnovare il linguaggio scenico per accumulo o per variazione stilistica, ma procede per scarti, disarticolazioni, cancellazioni, mettendo in crisi il patto percettivo che abitualmente lega scena e platea. Lo spettatore non è accompagnato, ma esposto a un attraversamento che ne sollecita le certezze più elementari circa ciò che “sa” del teatro.
L'opera costruisce un setting intenzionalmente instabile, che non protegge dall’esperienza ma la mantiene aperta. Il disorientamento prodotto non è effetto collaterale, bensì condizione di lavoro: una tenuta minima che consente il contatto con aree dell’esperienza non ancora organizzate simbolicamente. In questo senso, Metadietro opera in prossimità di ciò che Bion ha descritto come esperienza non trasformata in pensiero, chiedendo allo spettatore di tollerare l’assenza di garanzie e di rinunciare a una comprensione immediata.
L’habitat scenico ideato da Mastrella non svolge la funzione di fondale né di cornice simbolica. Si configura piuttosto come un organismo scenico mutante, capace di riconfigurarsi continuamente sotto lo sguardo dello spettatore. Le grandi superfici mobili, le strutture che si dispiegano e si ritraggono, i cromatismi che oscillano tra profondità marine e luminosità artificiali producono uno spazio anfibio, né interamente naturale né pienamente tecnologico. È uno spazio che non rappresenta, ma accade, e che introduce una sospensione del senso piuttosto che una sua organizzazione. In termini greeniani, la scena lavora sul negativo come condizione operativa, mantenendo aperto il processo di simbolizzazione senza saturarlo.
Su questo territorio instabile si muove Rezza, il cui corpo diventa strumento di una grammatica scenica radicale. La sua presenza non si struttura come personaggio, ma come vettore di attraversamento: il corpo corre, si contrae, scompare, riemerge, seguendo una logica che non obbedisce alla linearità narrativa ma a una dinamica pulsionale. Il linguaggio verbale si frammenta in flussi, scarti, ripetizioni che non informano ma incidono. Nei suoi enunciati, che funzionano più come scie che come discorsi, affiorano frammenti dell’attuale — la violenza normalizzata, l’ipocrisia del discorso morale, la riduzione dell’umano a dato o a numero — senza mai organizzarsi in denuncia o giudizio esplicito. Il reale appare deformato quel tanto che basta per diventare riconoscibile.
Accanto a Rezza, la presenza di Daniele Cavaioli è decisiva nella costruzione della relazione scenica. Tra i due non si stabilisce una dinamica di conduzione o di controllo, né una complementarità rassicurante. La relazione prende forma attraverso disallineamenti, pause, scarti e riprese che non possono essere interamente governati. Cavaioli non attenua l’energia di Rezza, ma la rifrange, introducendo un controtempo che mantiene aperto il campo. La scena si costituisce così come spazio del tra, in cui la relazione non mira all’armonia ma alla coesistenza di differenze non ricondotte a unità.
La relazione tra i due attori non neutralizza la differenza né la addomestica; al contrario, la mantiene come elemento vivo del dispositivo, accettando l’imprevedibilità dell’incontro. In questo senso, Metadietro afferma una posizione politica non dichiarata ma agita: quella di un teatro che rinuncia al controllo totale e si espone alla possibilità che l’altro non risponda secondo le attese.
Il trattamento del linguaggio resta un punto decisivo dell’esperienza scenica. La frammentazione, la reiterazione, la perdita di coerenza semantica non vanno intese come collasso del senso, anche se a tratti possono essere vissute come tali, quanto come un movimento regressivo funzionale, che espone il soggetto a una zona dell’esperienza in cui il pensiero non è ancora disponibile ma non per questo assente. In questa direzione, il lavoro sulla parola può essere accostato a una concezione ferencziana della regressione come possibilità trasformativa: un ritorno a livelli più primitivi dell’esperienza che consente la riattivazione della simbolizzazione là dove il linguaggio ordinario risulta insufficiente o evacuativo.
Metadietro mette così in scena un attraversamento del reale per sottrazione. Non c’è eroismo né approdo, ma una traversata che procede senza meta, in cui lo spazio si dilata mentre la volontà dell’uomo si assottiglia. Il naufragio evocato non è soltanto marittimo o cosmico, ma sociale, linguistico, identitario. La scena diventa luogo di collisione più che di rappresentazione: immagini marine e siderali, sparizioni improvvise, ritorni inattesi producono un campo in cui la realtà si deposita come detrito, senza essere ricomposta in figura stabile.
Nel suo insieme, Metadietro rinuncia consapevolmente a ogni funzione consolatoria o riparativa. Non offre risposte né chiusure di senso, ma costruisce un’esperienza che modifica la posizione soggettiva di chi vi è coinvolto.
In un contesto culturale segnato dalla saturazione dei significati e dalla semplificazione dell’esperienza, l’opera di Rezza e Mastrella restituisce valore alla sospensione, allo smarrimento, alla possibilità di non capire subito. Metadietro non chiede di essere compreso, ma attraversato. È in questa capacità di sostenere l’assenza di garanzie simboliche la sua forza politica: non come rappresentazione del disagio, ma come esperienza che rende nuovamente possibile il lavoro del pensiero, anche a costo di procedere — paradossalmente — all’indietro.
Matteo De Simone psichiatria psicoanalista didatta Associazione Italiana di Psicoanalisi AIPsi/I.P.A docente Istituto di Formazione AIPsi docente ASNEA socio onorario ASSIA (associazione siciliana per lo studio dell'infanzia e dell'adolescenza)