11/09/2026
Venerdì scorso vi ho chiesto cosa salvereste se foste un aedo, se dalla vostra voce dipendesse la sopravvivenza di ‘ciò che non si può dimenticare’.
Provate a farlo. Prendete quel ricordo e scrivetelo mettendo in fila i fatti.
Cosa resta della verità?
Abbiamo escluso Dioniso dalla nostra idea di verità. Le cose sono vere se governate da Apollo, se stanno a distanza, se vengono private del corpo.
“Dimmi come stanno le cose”, chiediamo. Ma quali cose?
Ci sono cose che vivono soltanto grazie ai suoni, al movimento, al ritmo.
Per farsi canale della dea Mnemosine, l’aedo si affidava alla musica, che non era un’aggiunta marginale - come è in un mondo ostaggio di un sapere disincarnato -, ma partecipava direttamente alla costruzione della verità.
Omero era immaginato cieco: il suo sguardo sapeva vedere anche ciò che non era esposto alla luce del sole.
L'occhio giudica, misura, separa (apollineo); l'orecchio accoglie, risuona, unisce (dionisiaco).
Dioniso — il vivente, il caos, il mistero — non si lascia afferrare dal linguaggio alfabetico (apollineo), ma parla se c’è vibrazione, corpo, emozione, relazione.
Provate a chiedere a un familiare: “com’ero io da piccolo?”. Quanto conta sapere come stanno le cose, e quanto scoprire chi siamo stati agli occhi degli altri attraverso il timbro unico di una voce? La nostra identità si esaurisce davvero nell’apparenza di una foto o è piuttosto un’apparizione che accade quando ascoltiamo le storie raccontate dalle persone della nostra vita?
Mnemosine non si preoccupa dei fatti: il suo scopo non è descrivere, ma evocare.
Il vero che si mescola al falso non è un errore. È la realtà del ricordo.
“Cercare un’informazione significa cercare la persona in grado di raccontarla (…) La memoria è una voce divina che parla o non parla (…) Il greco che sapeva a memoria i poemi omerici non doveva cercare nella sua memoria; le parole gli venivano alle labbra come se una voce gliele insufflasse al momento propizio, senza sforzo, per grazia di Mnemosine”. (G.Paris, La grazia pagana)
Noi abbiamo sostituito quella voce con un video. E pur di documentare e trattenere abbiamo smesso di cantare, di danzare, tenere il ritmo.
Di provarci insieme.
A tenere vivo. A salvare le cose.