La Via del Cambiamento

La Via del Cambiamento Viaggio interiore, condivisione, trasformazione. Ritornare a sé.

04/09/2026

A volte una questione rimane aperta per mesi e continua a consumare energia.
Che si tratti di una decisione personale o di un confronto con gli altri, proviamo a ragionarci su e cerchiamo risposte, ma ogni tentativo di soluzione va subito a scontrarsi con la paura di sbagliare, il timore di perdere qualcosa o il peso del giudizio.
Spesso finisce che ci irrigidiamo, rinviamo la scelta e tutto torna fermo.
È successo anche a noi davanti a una scelta concreta della vita comunitaria: la gestione delle nostre capre.
Intorno a quella decisione si muovevano piani molto diversi: l’affetto, la fatica, il senso di colpa e l’immagine di ciò che una comunità “dovrebbe” fare.
C’era chi sentiva di dover tenere insieme ogni cosa, chi temeva le conseguenze e chi aveva già raggiunto il proprio limite, ma faticava a dirlo.
Quando queste dinamiche agiscono senza essere viste, prendono il volante. Crediamo di essere lì, a discutere di un problema attuale, mentre in realtà stanno parlando paure, bisogni insoddisfatti e vecchi meccanismi di difesa.
La svolta è arrivata quando abbiamo smesso di cercare LA soluzione perfetta e ci siamo fatti una domanda diversa:
cosa sentiamo sinceramente di poter mettere in campo, oggi, con quello che siamo e con le energie che abbiamo?
Quando abbiamo trovato il coraggio di dire fino in fondo ciò che provavamo e ciò che ciascuno poteva davvero sostenere, qualcosa ha iniziato a muoversi anche intorno a noi.
L’energia rimasta incastrata nei tentativi di far quadrare una situazione che non poteva più funzionare ha trovato un’altra strada.
Quasi subito la Vita ci ha portato una possibilità persino migliore di quelle che stavamo pensando di mettere in campo: una famiglia che vive a un'ora da qui e alleva capre ha scelto di accogliere alcune delle nostre. Continueranno a stare insieme, amate e curate. Una soluzione che rispetta loro e noi, e che ha dato vita a una nuova relazione e a una piccola rete locale.
Se vi ci soffermate, funziona proprio così: quando si svuota lo spazio occupato dal controllo e dalle aspettative, qualcos'altro trova posto. Un sentire più chiaro, una sincronicità, una direzione concreta che risuona con ciò che si è mosso dentro.
Nella Via del Cambiamento lavoriamo proprio su questi passaggi.
Impariamo a riconoscere le parti che entrano in scena nei momenti critici: quella che vuole controllare tutto, quella che si carica di troppi pesi, quella che teme di deludere o che evita il conflitto. Ognuna si fa sentire nei pensieri ricorrenti, nelle reazioni impulsive o nel corpo che si tende e si appesantisce.
È a quel punto che funziona il fermarci e chiederci:
• Quale parte di me sta parlando?
• Che cosa teme di perdere?
• E io, cosa voglio davvero, al di là di ciò che questa paura mi suggerisce?
Portare consapevolezza a questi meccanismi permette loro di allentare la presa e crea uno spazio nuovo tra lo stimolo e la risposta abituale.
Recuperiamo l'energia usata per difenderci e possiamo finalmente scegliere un’azione più aderente a chi siamo oggi.
La consapevolezza apre la porta, ma il cambiamento prende corpo quando iniziamo ad attraversarla: quando parliamo con sincerità, mettiamo un confine, chiediamo aiuto o lasciamo andare quell'immagine di noi che non ci appartiene più.
E tu?
Quale questione della tua vita è ferma perché la stai guardando attraverso la paura di sbagliare o di essere giudicato?
E cosa emergerebbe se ti chiedessi, con spietata onestà:
cosa posso e voglio davvero mettere in campo, oggi?

A volte una questione rimane aperta per mesi e continua a consumare energia. Che si tratti di una decisione personale o ...
04/09/2026

A volte una questione rimane aperta per mesi e continua a consumare energia.
Che si tratti di una decisione personale o di un confronto con gli altri, proviamo a ragionarci su e cerchiamo risposte, ma ogni tentativo di soluzione va subito a scontrarsi con la paura di sbagliare, il timore di perdere qualcosa o il peso del giudizio.
Spesso finisce che ci irrigidiamo, rinviamo la scelta e tutto torna fermo.
È successo anche a noi davanti a una scelta concreta della vita comunitaria: la gestione delle nostre capre.

Intorno a quella decisione si muovevano piani molto diversi: l’affetto, la fatica, il senso di colpa e l’immagine di ciò che una comunità “dovrebbe” fare.
C’era chi sentiva di dover tenere insieme ogni cosa, chi temeva le conseguenze e chi aveva già raggiunto il proprio limite, ma faticava a dirlo.

Quando queste dinamiche agiscono senza essere viste, prendono il volante. Crediamo di essere lì, a discutere di un problema attuale, mentre in realtà stanno parlando paure, bisogni insoddisfatti e vecchi meccanismi di difesa.

La svolta è arrivata quando abbiamo smesso di cercare LA soluzione perfetta e ci siamo fatti una domanda diversa:
cosa sentiamo sinceramente di poter mettere in campo, oggi, con quello che siamo e con le energie che abbiamo?

Quando abbiamo trovato il coraggio di dire fino in fondo ciò che provavamo e ciò che ciascuno poteva davvero sostenere, qualcosa ha iniziato a muoversi anche intorno a noi.
L’energia rimasta incastrata nei tentativi di far quadrare una situazione che non poteva più funzionare ha trovato un’altra strada.
Quasi subito la Vita ci ha portato una possibilità persino migliore di quelle che stavamo pensando di mettere in campo: una famiglia che vive a un'ora da qui e alleva capre ha scelto di accogliere alcune delle nostre. Continueranno a stare insieme, amate e curate. Una soluzione che rispetta loro e noi, e che ha dato vita a una nuova relazione e a una piccola rete locale.

Se vi ci soffermate, funziona proprio così: quando si svuota lo spazio occupato dal controllo e dalle aspettative, qualcos'altro trova posto. Un sentire più chiaro, una sincronicità, una direzione concreta che risuona con ciò che si è mosso dentro.

Nella Via del Cambiamento lavoriamo proprio su questi passaggi.

Impariamo a riconoscere le parti che entrano in scena nei momenti critici: quella che vuole controllare tutto, quella che si carica di troppi pesi, quella che teme di deludere o che evita il conflitto. Ognuna si fa sentire nei pensieri ricorrenti, nelle reazioni impulsive o nel corpo che si tende e si appesantisce.

È a quel punto che funziona il fermarci e chiederci:
• Quale parte di me sta parlando?
• Che cosa teme di perdere?
• E io, cosa voglio davvero, al di là di ciò che questa paura mi suggerisce?

Portare consapevolezza a questi meccanismi permette loro di allentare la presa e crea uno spazio nuovo tra lo stimolo e la risposta abituale.
Recuperiamo l'energia usata per difenderci e possiamo finalmente scegliere un’azione più aderente a chi siamo oggi.

La consapevolezza apre la porta, ma il cambiamento prende corpo quando iniziamo ad attraversarla: quando parliamo con sincerità, mettiamo un confine, chiediamo aiuto o lasciamo andare quell'immagine di noi che non ci appartiene più.

E tu?
Quale questione della tua vita è ferma perché la stai guardando attraverso la paura di sbagliare o di essere giudicato?

E cosa emergerebbe se ti chiedessi, con spietata onestà:
cosa posso e voglio davvero mettere in campo, oggi?

Vedere cosa ci guidaIn questi giorni sono lontana da Tempo di Vivere, in una piccola casa di montagna dove tutto sembra ...
23/08/2026

Vedere cosa ci guida

In questi giorni sono lontana da Tempo di Vivere, in una piccola casa di montagna dove tutto sembra rallentare con facilità.
Mi accorgo che qui lascio più vuoti nelle giornate, seguo quello che arriva, faccio una cosa alla volta.
A casa non è così, anche se la realtà in cui vivo me lo permetterebbe, e mi sto soffermando su cosa si mette in moto dentro di me quando torno alla mia quotidianità.

Spesso sappiamo già come vorremmo vivere: vorremmo avere più tempo, ascoltarci di più, alleggerire le giornate, scegliere con maggiore libertà. Quando siamo in vacanza ci riusciamo, poi rientriamo nei luoghi conosciuti, nelle relazioni, nei ruoli, nelle responsabilità e qualcosa comincia ad agire quasi da solo.

Ricominciamo ad accelerare, a riempire, a prenderci più carichi del dovuto.... torniamo a fare ciò che abbiamo sempre fatto.

Prima ancora di cercare una soluzione possiamo imparare a vedere il momento in cui l’automatismo entra in scena.

Che cosa lo attiva?
Quale parte di me prende il comando?
Quale bisogno sto cercando di soddisfare?
Quale vecchia regola sto seguendo senza accorgermene?

È solo quando il nostro movimento interiore diventa visibile che abbiamo la possibilità di aprire uno spazio nuovo.

La cosa utile da fare è fermarci abbastanza da osservare ciò che sta accadendo, lasciarlo emergere con un po’ più di chiarezza, accoglierlo e iniziare a comprenderne il funzionamento. Solo allora possiamo accorgerci se stiamo seguendo ancora una volta la strada abituale oppure se, questa volta, vogliamo provare a muoverci diversamente.

È il modo in cui lavoriamo nella Via del Cambiamento: partire da ciò che accade davvero, osservarlo per quello che è, caccoglierlo, omprenderlo e poi sperimentare nuove possibilità.

OSSERVO → ACCOLGO → COMPRENDO → SCELGO → AGISCO DIVERSAMENTE
↻ ripeto, sperimento, aggiusto, torno a scegliere

INTEGRO

Osservare e comprendere ci permette di accorgerci di quel momento in cui stiamo per fare, ancora una volta, ciò che abbiamo sempre fatto, ci permette di scegliere un'azione e non una reazione.

A forza di osservare, provarci, correggere, ricaderci e riprovare, quella possibilità diversa smette poco alla volta di essere uno sforzo immane e comincia ad alimentare la parte di noi finalmente libera di scegliere davvero.

29 luglio 2026 – Ecovillaggio Tempo di VivereCalenzano di Bettola (PC)«È tempo per noi di andare oltre la colpa e il bia...
29/07/2026

29 luglio 2026 – Ecovillaggio Tempo di Vivere
Calenzano di Bettola (PC)

«È tempo per noi di andare oltre la colpa e il biasimo. Non sono utili. Non ci guariscono. Ci siamo dentro tutti, dobbiamo prenderci cura gli uni degli altri e prenderci cura di noi stessi. È tempo per noi di andare oltre le nostre prospettive individuali. È tempo di liberarci dalle catene delle nostre storie personali, per essere liberi e per creare di nuovo noi stessi.»
Manitonquat (Medicine Story) "Ritorno alla Creazione"

C'è una trappola sottile in cui rischiamo di cadere quando immaginiamo la vita in ecovillaggio: pensare che per stare insieme si debba essere già "pronti", risolti, sempre calmi o capaci di gestire ogni cosa nel migliore dei modi.

Era quello che sognavo anch'io 12 anni fa... prima di iniziare a viverci davvero in ecovillaggio.
Oggi vedo chiaramente che la comunità non è il luogo della perfezione, ma quello della verità.
Perchè, ragazzi, è inutile negarlo, in comunità arriviamo con tutto ciò che siamo: il desiderio di costruire relazioni profonde e la paura di perdere il nostro spazio, la voglia di collaborare e la fatica di lasciare andare il controllo, la capacità di amare e quelle parti che, quando si sentono minacciate, reagiscono, si chiudono o feriscono.
Nelle nostre giornate capita di sbagliare. Rispondiamo con durezza perché siamo stanchi, perdiamo la pazienza mentre cerchiamo di organizzare un evento o interpretiamo una parola attraverso una vecchia ferita.
A volte difendiamo così intensamente il nostro punto di vista da smettere di vedere la persona che abbiamo davanti.
CI hanno insegnato a cercare la perfezione. L'errore porta spesso con sé il giudizio, la colpa o la necessità di difendersi.

Impariamo a nascondere le nostre crepe pur di apparire sempre impeccabili e autonomi.
Ma, ve lo confesso, non dev'essere sempre così, perché, se lo vogliamo davvero, possiamo imparare a fare ogni giorno un passo diverso e iniziare a guardare l'imperfezione non come un fallimento, ma come una porta che si apre sull'umanità dell'altro e sulla nostra.

Quando qualcuno ha il coraggio di dire "oggi ho sbagliato, mi sono sentito sopraffatto", succede l'impensabile, la tensione si scioglie e il giudizio non ha più motivo d'essere, perché anche gli altri si danno il permesso di provare quella stessa fragilità.
È da questo scoprire che non dobbiamo essere "perfetti" per essere accolti e che possiamo finalmente smettere di puntare il dito o di sentirci in colpa che nasce la fiducia, quella vera.

Andare oltre le nostre storie individuali e il doverci difendere a ogni costo significa darci il permesso di essere umani, con tutte le nostre luci e le nostre ombre.
Significa creare lo spazio perché ognuno possa guardare ciò che ha fatto senza doversi giustificare.
Significa riconoscere l'origine della propria reazione e le conseguenze che ha provocato e assumersi la propria responsabilità senza essere ridotti al proprio errore.

Perdonare non vuol dire dimenticare, giustificare tutto o far finta che nulla sia accaduto.
È, semplicemente, lasciare aperta la possibilità che una persona sia altro dal comportamento che ha avuto in un momento di rabbia, paura o stanchezza.
È volerla incontrare oltre l’immagine che ci siamo costruiti di lei.
E tutto questo vale anche e soprattutto nel rapporto con noi stessi.
Possiamo restare a lungo intrappolati nel senso di colpa, continuando a ripeterci ciò che avremmo dovuto o potuto dire o fare, ma giudicarci duramente raramente ci rende più capaci di amare e amarci.
Più spesso ci porta a difenderci, a nascondere ciò che è accaduto o a convincerci che cambiare sia impossibile.
Prenderci cura di noi stessi significa riuscire a guardarci con sincerità e compassione.
Dire: “Ho sbagliato” senza trasformarlo in “sono sbagliata”.
Riconoscere la nostra parte, provare a riparare e scegliere chi desideriamo essere nel passo successivo.

Essere Cerchio, e non solo "essere in un cerchio", avviene nel momento in cui riusciamo a parlare della nostra ferita senza usarla per ferire. Quando lasciamo all’altro la libertà di mostrarci qualcosa di diverso da ciò che ci saremmo aspettati.

Mancano quattro giorni all’inizio del SummerCamp, il Campo ragazzi è finito solo ieri e noi siamo già ripartiti per preparare Tempo di Vivere ad accogliere chi arriverà.
Questo per noi vuol dire custodire uno spazio in cui ciascuno possa portare la propria storia, senza essere costretto a rimanerne prigioniero.
Uno spazio in cui far cadere, almeno per qualche giorno, le maschere e sentire che possiamo essere accolti nella nostra intera umanità, con le sua parti luminose e con quelle ancora in cammino.

SUMMERCAMP LA VIA DEL CERCHIO – VIVERE LA TRIBÙ
con Ellika Linden e Simon Jamnik
3–9 agosto 2026
Ecovillaggio Tempo di Vivere - Calenzano di Bettola (PC)

Per sapere come si svolgerà questa settimana insieme:
Katia 329 0218941 - Ermanno 333 5772199

EVENTO CON IL PATROCINIO DI RIVE Rete Italiana Villaggi Ecologici

27 luglio 2026 – Ecovillaggio Tempo di VivereCalenzano di Bettola (PC)«La forma che useremo deve provvedere a renderci p...
27/07/2026

27 luglio 2026 – Ecovillaggio Tempo di Vivere
Calenzano di Bettola (PC)

«La forma che useremo deve provvedere a renderci più uniti, come eguali, ad ascoltarci e sostenerci, a cooperare e realizzare insieme il nostro sogno comune.»
Manitonquat (Medicine Story), Cambiare il mondo

Domani si conclude il campo estivo dei ragazzi e l’ecovillaggio è ancora pieno delle loro voci, dei loro passi e dell’energia vivace che hanno portato in questi giorni, eppure, quasi senza accorgercene, una parte di noi è già proiettata verso gli ultimi preparativi del SummerCamp.

Mentre viviamo gli ultimi momenti con i ragazzi, la mente rischia di correre agli spazi da sistemare, all’erba da tagliare, ai turni da organizzare e a tutti quei piccoli dettagli che aspettano di trovare il proprio posto.

È una trappola sottile: quando lasciamo che la fretta del "dopo" occupi lo spazio di "adesso", rischiamo di perdere la bellezza dei saluti, delle ultime risate e di consumare proprio quell'energia di cui avremo bisogno nei prossimi giorni.

Anche questo fa parte della vita in comunità: imparare a riconoscere quando la testa è già arrivata altrove e aiutarci a ritrovare il ritmo del presente. Alle persone che sono ancora con noi. A ciò che merita di essere concluso con presenza e gratitudine, prima di aprire qualcosa di nuovo.

Quando la fatica cresce e la lista delle cose da fare sembra allungarsi, nella mia mente compare facilmente l'illusione di dover tenere tutto sotto controllo da sola. Poi alzo lo sguardo: vedo qualcuno che sta facendo una cosa a cui io non avevo pensato, qualcun altro che trova una soluzione diversa dalla mia.
Una persona si accorge che sto perdendo energia e si avvicina, magari senza dire nulla, e inizia semplicemente a starmi accanto.
La vita a Tempo di Vivere ci ricorda continuamente che nessuno possiede da solo l’intera visione.

In una società che ci educa a dimostrare quanto valiamo individualmente, a correre da soli e a considerare la richiesta di aiuto come una debolezza, la comunità offre un’altra possibilità.
Ci insegna che il nostro valore rimane intero anche quando abbiamo bisogno degli altri e che la fatica comune, condivisa con chi hai accanto, si trasforma in risate e sollievo.

Questo, per noi, è vivere il Cerchio.
Significa ricordare che la cura del futuro nasce dal modo in cui abitiamo il presente.
Significa lasciare spazio alla voce di ciascuno, cooperare senza chiedere a tutti di essere uguali e scoprire che ciò che sembrava un peso troppo grande diventa un compito leggero e condiviso.
Significa preparare, organizzare e lavorare insieme, continuando a vedere le persone, i passaggi e la vita che scorre mentre siamo occupati a costruire ciò che verrà.

Preparare gli spazi all’aperto, il gazebo e la casa per accogliere chi sceglierà di fare questo pezzo di strada con noi è un atto di cura. E quella cura acquista senso quando conserva respiro, presenza e la capacità di danzare insieme a ciò che accade.

Durante il SummerCamp creeremo una tribù temporanea dove potersi adagiare, far cadere le difese e ricordarsi che possiamo finalmente smettere di affrontare la vita come se tutto dipendesse soltanto da noi.
Mancano pochissimi giorni.
Tra poco saremo qui, pronti ad accogliere nuove mani, nuove voci e nuove storie.

SUMMERCAMP LA VIA DEL CERCHIO – VIVERE LA TRIBÙ
con Ellika Linden e Simon Jamnik
3–9 agosto 2026
Ecovillaggio Tempo di Vivere – Calenzano di Bettola (PC)

Per sapere come si svolgerà questa settimana insieme:
Katia 329 0218941
Ermanno 333 5772199

EVENTO CON IL PATROCINIO DI RIVE – RIVE Rete Italiana Villaggi Ecologici

CAMPO RAGAZZI RESIDENZIALE ALL'ECOVILLAGGIO TEMPO DI VIVERE Calenzano (Bettola - PC)«No, non vengo. Tanto non conosco ne...
16/07/2026

CAMPO RAGAZZI RESIDENZIALE ALL'ECOVILLAGGIO TEMPO DI VIVERE
Calenzano (Bettola - PC)

«No, non vengo. Tanto non conosco nessuno.»
«Io questa cosa non la faccio, fa schifo e non sono nemmeno capace.»
«Se dico qualcosa poi ridono.»
«Lascia stare. Tanto non cambia niente.»

Ti è capitato di sentire tuo figlio o tua figlia parlare così?

Durante l’adolescenza può diventare difficile fidarsi delle proprie capacità, comunicare ciò che si prova, entrare in relazione e prendere decisioni senza essere travolti dal timore del giudizio.
Il Campo Ragazzi all'ecovillaggio Tempo di Vivere offre una settimana in cui allenare autonomia, fiducia, collaborazione e capacità di esprimersi attraverso esperienze concrete, fatte in un contesto protetto.

>> Ci sono tanti campi per ragazzi, perché vivere quest'esperienza in un ecovillaggio?

Cosa ne pensate?" 'Lo faccio per risvegliarti.' No. Spesso lo fai per sentirti sveglio tu.Quasi sempre questa giustifica...
05/02/2026

Cosa ne pensate?

" 'Lo faccio per risvegliarti.' No. Spesso lo fai per sentirti sveglio tu.

Quasi sempre questa giustificazione -piuttosto diffusa- arriva dopo un giudizio espresso con assoluta sicurezza, spacciato per intuizione superiore. Ma se davvero l’obiettivo è il risveglio, questa è una delle modalità meno efficaci che esistano.

Da psicologo, posso dirlo chiaramente: la consapevolezza non si impone, ma si accompagna. La presa di consapevolezza è un processo delicato. È come svegliare una persona che dorme: puoi farlo con rispetto e gentilezza, permettendole di orientarsi, oppure puoi prenderla a padellate dicendole che lo fai per il suo bene. Nel secondo caso, non ottieni consapevolezza. Ottieni disorientamento. Oppure obbedienza.
Quando una persona arriva a vedere qualcosa con i propri tempi -anche attraversando resistenze e difese, che non sono nemici ma protezioni- allora ciò che scopre diventa parte di lei. La rende più autonoma, più stabile, più libera anche quando ha chiesto aiuto a qualcuno, perché il suo ruolo è stato fondamentale.
Quando invece qualcuno le consegna “la verità”, spesso succede altro: si crea dipendenza, si crea inferiorità. Si rimane legati a qualcuno che ti dice come stanno realmente le cose (ammesso che lo sappia veramente). Non è risveglio. È delega. Magari a parole è d’accordo, ma questo non significa reale integrazione. Spesso non significa neanche maggiore consapevolezza.

E vale la pena dirlo: atteggiamenti del genere raccontano spesso molto più dell’insegnante che dell’allievo. Possono nascondere aggressività non riconosciuta, bisogno di sentirsi speciali, difficoltà a tollerare la complessità o a rispettare i confini degli altri. Quello che oggi viene elegantemente chiamato “ego spirituale”. Naturalmente non è sempre così. Ma succede abbastanza spesso da meritare attenzione.
Se qualcuno si giustifica dicendo che ti sta risvegliando… forse sta facendo tutt’altro. La reale consapevolezza porta con sé maggiore autonomia e potere. Non maggiore dipendenza da chi dice di vedere più lontano.

Buon “risveglio”, graduale e nel rispetto dei tuoi tempi.
O anche buon addormentamento: anche questo a volte serve.'

Dott. Luca Bertoni

Il sintomo è il punto in cui ciò che non vediamo di noi si fa materia.È una risposta biologica intelligente a qualcosa c...
28/01/2026

Il sintomo è il punto in cui ciò che non vediamo di noi si fa materia.
È una risposta biologica intelligente a qualcosa che non stiamo guardando.

La Decodifica Psicosomatica Analogica Integrata (DPAI) è il risultato di un lungo percorso, fatto di studio, ricerca e, soprattutto, di esperienza vissuta.

Anni di formazione in ambito medico e naturopatico, corsi di approfondimento, studio del linguaggio del corpo e del pensiero analogico si sono intrecciati al mio percorso personale e al lavoro con le persone che accompagno nei loro processi di consapevolezza e crescita.
Nel tempo ho imparato che non esistono sintomi da interpretare in astratto, ma persone da ascoltare attraverso ciò che il corpo manifesta.

La teoria, a un certo punto, non mi è più bastata.
Avevo bisogno di un metodo che tenesse insieme rigore, visione olistica ed esperienza reale.
Per questo, passo dopo passo, è nata la DPAI: un modo di leggere il sintomo come un'indicazione preziosa e il corpo come una mappa che ci indica il cammino per tornare a essere chi davvero siamo.

Domani sera aprirò uno spazio online per portare le basi di questo approccio.
Non sarà un incontro solo frontale, ma un momento di condivisione e confronto, in cui le domande, le risonanze e le esperienze potranno trovare spazio.
Un tempo per ascoltare, riflettere insieme e iniziare a guardare il corpo da una prospettiva diversa, più ampia e integrata, perché ogni disagio fisico prende senso solo dentro la storia di chi lo vive.

Seminario online gratuito
Dal sintomo al senso – le basi della DPAI
29 gennaio ore 20,00 (via Zoom)

Partecipazione gratuita
Per partecipare: https://forms.gle/o654Z316XVPWfbhz8

Oggi ho ricevuto una telefonata da una persona interessata al Weekend del Cambiamento.Nel raccontarmi la sua storia è em...
28/01/2026

Oggi ho ricevuto una telefonata da una persona interessata al Weekend del Cambiamento.
Nel raccontarmi la sua storia è emerso che lavora per una multinazionale e che sta iniziando a rendersi conto di quanto il lavoro la stia, poco a poco, fagocitando.
Mentre la ascoltavo mi sono accorto di quanto quelle parole mi stessero facendo da specchio.
È bastato un attimo, un vero e proprio click, per ritrovarmi vent’anni indietro.
Ho vissuto anch’io una situazione molto simile.

Per molti anni ho lavorato in grandi aziende editoriali. Era un lavoro che mi piaceva, che mi nutriva e nel quale mi sentivo riconosciuto.
Col passare del tempo, però, ho iniziato a comprendere che insieme alla passione stava crescendo anche un’identificazione profonda con quel ruolo.
Lavorare per una grande azienda appagava il mio bisogno di riconoscimento. Poco a poco ero diventato quello che oggi definisco “aziendalista”: arrivavo in ufficio prestissimo ed ero tra gli ultimi ad andarmene, aumentando sempre di più il carico di lavoro.

All’inizio tutto questo sembrava funzionare.
Mi sentivo valorizzato, visto.
Ma lentamente ho iniziato a perdere me stesso.
Il lavoro occupava sempre più spazio.
E io?
Io mi stavo perdendo dentro un gioco di bisogni disfunzionali, e la cosa più difficile è che tutto questo avveniva in modo inconsapevole. Non me ne rendevo conto.

Oggi posso vedere con chiarezza quanto stessi andando avanti con il pilota automatico, senza presenza.
Non posso dire che il cambiamento sia arrivato all’improvviso con una grande consapevolezza.
Quello che è successo, piuttosto, è che ho iniziato a mettere dei confini. Confini sani.

Quei confini hanno creato, poco a poco, lo spazio necessario perché potessi riemergere e ritrovare me stesso. Mi hanno aiutato a comprendere meglio quali fossero i miei bisogni e quanto sia fondamentale sapere chi siamo e cosa è davvero importante per noi.
Mettere quei paletti è stato anche l’inizio del mio cammino di cambiamento, che nel tempo mi ha portato a fondare il progetto Tempo di Vivere. Ma questa è un’altra storia.

Durante il Weekend del Cambiamento parleremo anche di confini:
di quanto siano essenziali non per separarci, ma per creare quello spazio vitale in cui possiamo tornare ad abitare noi stessi.
Ermanno

Per info 329 0218941- 333 5772199
[email protected]

Ripensando alle ultime settimane, mi accorgo di quanto siano state dense. Nel periodo di fine anno una lunga influenza m...
26/01/2026

Ripensando alle ultime settimane, mi accorgo di quanto siano state dense.
Nel periodo di fine anno una lunga influenza mi ha tenuta a letto, mentre in ecovillaggio la vita continuava intensa, con quasi 27 ospiti, incontri, attività, movimento.
E io ferma. O almeno, così sembrava.
In realtà, anche nella fatica e negli strascichi che in parte sento ancora, qualcosa stava lavorando.
All’inizio c’era la spinta a resistere, a “tornare operativa”, a recuperare il tempo perso.

Poi è arrivato un altro passo: fermarmi davvero.

Riguardando indietro, sento quanto questo modo di ascoltarmi mi abbia sostenuta.
Non perché abbia tolto la difficoltà, ma perché le ha dato un senso.
Perché mi ha permesso di non sentirmi contro la vita, ma dentro un dialogo più ampio.

Quando il corpo rallenta o ferma, cerco di ascoltare cosa sta chiedendo attenzione, dove sto forzando, che scelta sto rimandando.

È uno sguardo che non riguarda solo il corpo, ma il modo in cui vivo, scelgo, mi muovo nella vita.
Da anni faccio percorsi e consulenze sull’ascolto dei disagi fisici e dei sintomi.

Nel tempo, la teoria si è trasformata, si è arricchita, è diventata esperienza viva: personale e professionale insieme.

>> Giovedì 29 gennaio alle 20,00 aprirò uno spazio di condivisione a partecipazione libera.

Indirizzo

LOC. CAMERA VECCHIA DI CALENZANO, Snc
Bettola
29021

Orario di apertura

Venerdì 19:30 - 21:30
Sabato 09:00 - 23:00
Domenica 09:00 - 17:45

Telefono

+3290218941

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