06/08/2026
L’anima come spazio intermedio tra infinito e finito
Il primo a riconoscere e a descrivere l’anima laica è stato Socrate, che andava per le strade di Atene chiedendo ai suoi concittadini di curare l’anima, e non stava parlando di una pratica religiosa. Chiedeva loro di attivare due funzioni precise: la capacità di intendere l’essenza profonda delle cose dietro le apparenze, e la capacità di volere il bene, cioè di tradurre quella luce in azioni buone e forme belle nella storia. È la capacità di intendere e di volere che fa dell’uomo un essere propriamente umano.
Sviluppare questa facoltà, o curare quest’anima, richiede la
decisione di aprire, ripulire e abitare lo spazio intermedio tra il mondo sensibile e quello intelligibile, o tra il visibile e l’invisibile, o tra il finito e l’infinito, o tra il tempo e l’eterno, o tra la materia e lo spirito, o tra terra e cielo, liberandolo da tutti i contenuti che lo ingombrano, da tutto ciò che crediamo di sapere, da tutte le immagini, le credenze, le convinzioni su cui si regge la nostra identità.
È questo non sapere che rende l’anima trasparente alla verità dell’essere primigenio e generativa di una vita illuminata da quella luce. Gli Ateniesi misero a morte Socrate che minacciava di liberarli dalle loro gabbie securitarie, e ancora oggi le resistenze della coscienza ordinaria a farsi da parte per lasciare spazio all’anima sono molto forti. Tuttavia è sempre più evidente che la pulsione autodistruttiva del materialismo consumista potrà trovare un antidoto in una spiritualità laica capace di prendere il posto della religione, la cui funzione salvifica esercitata per millenni è in via di esaurimento.
(tcc)