18/06/2024
Leopardi non fu un “cupo amante della morte”, come lo definì Alfred de Musset, suo contemporaneo, che, ne La confessione di un figlio del secolo, descrive il nichilismo di una generazione , che porterà il protagonista – egli stesso – dopo una delusione amorosa, alla perdita di ogni speranza e ad una vita sregolata dedita agli eccessi: de Musset morirà minato nella salute dall’assenzio.
Tale definizione era funzionale, forse, alla visione maturata da quella figura – de Musset – emblematica del Romanticismo letterario francese, ma Leopardi critica questa corrente, sebbene vi sia annoverato, quale esponente italiano, essendo la sua formazione senz'altro più vicina al Classicismo, che verrà, da lui, anche difeso contro le accuse dei "romantici" alla cultura italiana e, comunque, non corrisponde al vero che sia stato un amante e nemmeno un cantore della morte, ma, al contrario il poeta della vita: il suo pessimismo non ha origine da un’attrazione morbosa per la morte, in una rinuncia, in un abbandono quasi compiaciuto, tra il sogno e l’allucinazione, del desiderio di vivere e da un cedimento, dal quale trarre un piacere morboso, alla sconfitta, ma, al contrario, nasce come reazione alla delusione e alla frustrazione di un bisogno profondo di pienezza, di gioia vitale, di vita intensa, attiva ed energica.
Per questo motivo, in una lettera a Jacopssen del 1823, scrisse:
“Senza dubbio, mio caro amico, bisognerebbe o non vivere proprio o sempre sentire, sempre amare, sempre sperare”.
Queste parole sono espressive della concezione del piacere, in Leopardi: non un semplice anelito ai piaceri, ma al piacere, al piacere infinto, che non ha, in lui, alcuna connotazione religiosa e metafisica, così come i termini erano intesi allora, ma “materiale”, del tutto immanente: un piacere infinito in atto, svincolato sia dall’arido vero - retaggio dell’Illuminismo - dei Romantici che soffoca lo slancio del Movimento, perché spegne ogni immaginazione, sia il loro gusto per l’orrido, per lo strano, per il truculento.
Pur essendo Leopardi, in questo, un assoluto assertore del Classicismo, la cui tradizione era profondamente radicata nella cultura, in Italia, di quest’ultimo ne rifiuta gli aspetti pedanti ed accademici che aveva assunto e che apprende nella sua vita giovanile nel borgo natio di Recanati e che, per questo, descrive come una prigione dalla quale cercherà anche di scappare.
Il fallimento di quella fuga lo condurrà ad una visione della nullità delle cose che lo circondano: “sono così stordito dal niente che mi circonda”, scrisse in una lettera del 1819 a Pietro Giordani -, che alimenterà il suo pensiero e la sua reazione e dolorosa rivolta alla condizione umana.
In questo ambito si colloca la concezione che Leopardi andrà maturando della Natura, da benigna a matrigna e che alimenta cinicamente le illusioni dell’uomo destinandolo alla morte. Lo vedremo meglio nel dettaglio.
L’idea del nulla, in Leopardi, non è, però, abbandono irrazionale, ma conquista della ragione e a questa vengono sempre contrapposte le ragioni – quindi la “razionalità” – della vita.
Da questa reazione sgorgano le immagini liete che illuminano di una luce poetica profonda le sue poesie più famose, gli idilli e che non mancano di certo in altre sue opere.
Leopardi si farà, quindi, portavoce, nella sua Opera, di un sentire che abbia i classici come modelli, con uno spirito e un sentire schiettamente romantico, per le quali caratteristiche è possibile definire - quello di Leopradi – un classicismo romantico.
Infatti, in lui il pessimismo acquisisce le caratteristiche non di una rassegnazione lamentosa, intrisa di vittimismo, ma, al contrario, una rivendicazione virile per vivere e del diritto ad essere felici, la sua è una ribellione battagliera, generosa ed eroica, contro tutte le forze ostili, siano esse della Natura o della Società, che soffocano questi bisogni profondi, costitutivi dell’umanità in quanto tale.
Non a caso, morendo, a Napoli, nelle braccia del suo amico Antonio Ranieri, le sue ultime parole sarebbero state:
"Addio, Totonno, non veggo più luce"
ed è indicativo che questa luce venisse associata con la vita stessa.
Antonio Ranieri farà di tutto perché le sue spoglie non finissero in una fossa comune di Napoli, ma, proprio nella Napoli di Virgilio, trovassero, idealmente al fianco di questo, degna sepoltura.
Ne La ginestra, però – sua ultima opera - , Leopardi aveva consegnato il suo testamento intellettuale, che è imperniato sul tema del Tempo e della sua particolare concezione del Progresso: egli critica come ingannevole quella diffusa al suo tempo – lo vedremo meglio – ma ne propone un’altra, alternativa, che, fondata sulla consapevolezza pessimistica della condizione umana e che permetta agli uomini l’assunzione consapevole della necessità dell’amore fraterno, della solidarietà, del far fronte comune contro i mali con i quali ci infligge la natura e che faccia cessare le guerre e le azioni malvage verso i propri simili.