17/08/2026
Vito aveva ottant'anni e le mani che ricordavano ogni solco della sua terra, giù a Galatina. Ogni mattina d'estate, prima che il sole diventasse crudele, camminava lento tra i filari, e le foglie grandi ed erette delle sue meloncelle gli sfioravano le ginocchia come salutandolo.
Suo cugino, l'unico altro custode rimasto, lo raggiungeva il giovedì. Erano loro due, soltanto loro, a portare avanti quella coltura tonda dai poli schiacciati, l'epidermide verdone screziata di poco, i peli sparsi vicino al peduncolo. Nessun altro, in tutto il basso Salento, si prendeva ancora quella briga.
"Se non lo facciamo noi," diceva Vito al cugino, spezzando un frutto acerbo con le mani callose, "chi si ricorderà più del sapore che aveva Galatina?"
Il cugino annuiva, mordendo una fetta croccante e sapida. Non rispondeva mai a parole — rispondeva seminando, ogni primavera, un altro filare, un'altra manciata di futuro raccolta in un pugno di semi vecchi quanto la memoria di famiglia.
Una sera, un ragazzo del paese si fermò a guardarli lavorare. Vito gli porse una fetta di Meloncella, ancora tiepida di terra.
"Assaggia," disse. "Questo sapore un tempo lo conoscevano tutti, da qui fino al porto di Gallipoli. Ora lo conosciamo in due."
Il ragazzo assaggiò. I suoi occhi si allargarono per la sorpresa dolce e fresca.
"Posso tornare?" chiese.
Vito sorrise, e per la prima volta in anni, sentì che forse — forse — sarebbero diventati in tre.