17/06/2026
Si fa un gran parlare intorno alla scuola, troppo spesso senza intercettarne il senso più autentico ed il valore che può assumere nella vita di ragazze e ragazzi; così, stavolta, lasciamo che siano le parole di una studentessa a restituire un poco di senso a questa relazione che ogni giorno si incarna dentro, e fuori, le aule di un edificio.
«C’è un momento preciso, nell'adolescenza, in cui il mondo
sembra viaggiare a una velocità diversa dalla tua. Tutti corrono, tutti sanno dove andare, e tu ti senti bloccata sulla linea di partenza. Per me, quel momento è coinciso con la fine del mio primo anno qui, al Liceo Scientifico “G. D’Alessandro”.
Quando ho letto quella parola, "non ammessa", ho sentito il peso di un fallimento che sembrava definitivo. A quattordici anni non sai che la vita è fatta di capitoli; pensi che un brutto voto o un anno perso siano la fine del libro.
L’adolescenza è un’età strana, fatta di una fragilità estrema e,
paradossalmente, di una forza d’urto che nemmeno noi sappiamo di avere. È un periodo in cui un intoppo sul percorso può farti dubitare di tutto il tuo valore. In quei primi mesi di stop,
la vergogna e il senso di smarrimento facevano rumore. Dovevo
ricominciare da capo, rimettermi in gioco con compagni nuovi, incrociare gli sguardi nei corridoi e spiegare a me stessa, prima ancora che agli altri, che potevo farcela.
Ma è proprio nelle crepe che si nasconde la possibilità di una rinascita. E la mia rinascita ha trovato un terreno fertile tra le mura
di questa scuola.
Ricominciare non è stato immediato, ma il "D'Alessandro" non è stato solo un edificio in cui ascoltare lezioni e accumulare valutazioni. Se fossi rimasta intrappolata nell'idea di una scuola che distribuisce solo nozioni e sentenze, forse mi sarei arresa.
Invece, giorno dopo giorno, ho scoperto che la scuola può essere
qualcosa di profondamente diverso: un ambiente sereno, una comunità viva. Ho trovato professori capaci di guardare oltre il registro elettronico, pronti a scommettere sul mio potenziale e a ricordarmi che un errore è solo un dato di fatto, non un destino. Ho trovato compagni che sono diventati alleati, uno spazio di partecipazione attiva in cui la mia voce aveva un peso, e non solo i miei compiti in classe.
La scuola, per me, è diventata un laboratorio di crescita umana. Ho
capito che si va a scuola non solo per imparare i teoremi di matematica o le leggi della fisica, ma per imparare a stare al mondo, a gestire la frustrazione, a trasformare una caduta in un trampolino di lancio.
Oggi sono arrivata all'anno della Maturità. Guardo quella ragazza
smarrita del primo anno e quasi non la riconosco, eppure le sono grata. Le sono grata perché non si è fermata, perché ha accettato la
propria fragilità e l'ha trasformata nella forza che oggi mi permette di affrontare l'esame di Stato a testa alta.
A chi oggi si sente fragile, a chi sta affrontando un intoppo in questi anni così sensibili, vorrei dire una cosa: non abbiate paura di cadere, e soprattutto non lasciate che un voto definisca chi siete. La scuola è il posto in cui ci è concesso sbagliare per capire chi vogliamo diventare. E io, tra questi corridoi, ho capito che non importa quante volte si inciampa, importa solo la bellezza del viaggio mentre impari a rialzarti.
Lascio questo liceo sapendo che la vera "maturità" non è un voto su un diploma, ma la consapevolezza di aver trasformato un momento di buio nella mia luce più grande.
Grazie al "D'Alessandro" per essere stato, prima di tutto, il posto in cui sono rinata.»
𝑺𝒐𝒇𝒊𝒂 𝑳𝒐 𝑩𝒊𝒂𝒏𝒄𝒐, 𝒄𝒍𝒂𝒔𝒔𝒆 5 𝑪