24/10/2025
“La rivoluzione sarà mentale o non sarà”
Seduta tra il pubblico, ho davanti Irene Urciuoli, in anteprima mondiale a Milano, e ammirarla mentre abitava la scena in “Una tribù, ecco quello che sono” di Fabbre, è un momento quasi vertiginoso.
La performance è un rito teatrale crudo e visionario, costruito su metamorfosi corporee e simboliche, dove la scena non rappresenta, ma accade davanti agli occhi dello spettatore.
Strato dopo strato, Fabre esplora la vulnerabilità umana, il dolore, la bellezza e la brutalità, trasformando gesti quotidiani in rituale scenico.
Il teatro di Fabre, e questa performance in particolare, è sciamanico, simbolico, intenso: un percorso attraverso la ferita, dove metamorfosi, gesto e corpo raccontano l’essenza dell’essere umano.
È il teatro stesso che si sbuccia, strato dopo strato, fino a ritrovare la sostanza più viva.
Questa è la cifra del teatro di Jan Fabre: un teatro che chiede presenza, tempo e coraggio in un’epoca dominata dalla fretta, dall’apparenza e dal culto della forma più che della sostanza.
La performance di Irene è cruda, visionaria, sciamanica: un rito che parla alla memoria ancestrale e all’emotività contemporanea.
Perché per rinascere, a volte, bisogna attraversare la crudeltà della conoscenza, sbucciando senza tregua la propria anima.
In scena, Irene mastica cipolle che le irritano gli occhi, la lingua e le fanno bruciare le narici fino ad avere effetti al risveglio il giorno dopo.
Si sente tutto questo anche tra il pubblico, così che ogni dolore, ogni respiro e ogni gesto arrivino a percepirsi con una forza quasi fisica.
Per farlo, va oltre se stessa per poter continuare a vomitare parole e urla, nonostante le lacrime, il muco, i grumi di saliva.
Ogni gesto è simbolico: un rito di metamorfosi, un percorso attraverso la ferita che rende lo spettatore testimone della trasformazione.
Ogni sua azione è un campo di battaglia emozionale, dove peso, resistenza e fisicità diventano strumenti di espressione.
Anche i miei occhi erano pieni di lacrime, ma non credo fosse per l’effetto delle cipolle.
Per me ciò che rende la sua performance ancora più potente è che in lei convive con questa natura opposta: la sua gentilezza e umiltà si fondono con una straordinaria potenza artistica.
Si consegna totalmente, senza riserve, a tutto ciò che il teatro e l’arte le impongono, trasformando ogni gesto in pura autenticità scenica.
Seduta lì, tra il pubblico, per me, quella trasformazione scenica era ancora più evidente, più bruciante, perché avendola vista crescere. prima bambina, poi artista, ho sentito su di me il peso e la meraviglia del suo percorso.
Ero l’unica persona, tra i presenti, la memoria vivente della sua evoluzione, della sua metamorfosi.
E la metamorfosi che Fabre mette in scena, Irene la incarna due volte: sulla scena e nella verità della sua storia appunto.
E ogni gesto, ogni respiro, ogni urlo mi ha fatto sentire ancora più investita da ciò che accadeva in scena.
Posso dire con certezza che Irene ha realizzato una delle performance più straordinarie che abbia visto.
Una carriera che, ne sono sicura, sarà destinata a un successo mondiale.