26/04/2024
Ghoonghat , Velo, Hijab
Prima parte
"Se sei pronto a esplorare nuove prospettive con apertura mentale e positività, questo studio è pensato per te. Qui, respingiamo l'atteggiamento negativo e abbracciamo la sfida di basare le nostre opinioni su solide argomentazioni anziché sull'impulso emotivo. Ascoltare opinioni diverse, anche quelle contrastanti con le nostre, è un'espressione di forza, non di debolezza. Se ti riconosci in questa mentalità, allora questo articolo è perfetto per te, indipendentemente dalla tua prospettiva attuale."
"Quando un'interpretazione distorta di un concetto diventa dominante e plasmante nella società, la civiltà e la cultura si costruiscono su di essa, influenzando profondamente gli individui immersi in questo contesto. Ma rompere questo incantesimo non è un'impresa da poco."
"C'è un'opinione diffusa che i musulmani influenzati dalla cultura occidentale potrebbero non considerare l'Hijab un obbligo, e potrebbero persino vederlo come una pratica antiquata. Ma questa prospettiva solleva interrogativi profondi e stimolanti: è davvero il risultato diretto dell'influenza occidentale, oppure potrebbe essere che l'interpretazione tradizionale dell'Hijab sia stata fraintesa o reinterpretata in modo inadeguato?"
Prima di tutto vorrei condividere con voi un estratto del libro di Maulana Maududi "Pardah" sul tema dell'Hijab.
“Such were the feelings and trends that gave birth to the movement for the emancipation of women among Muslims towards the end of the 19th century. Some people who did not know why they felt inclined towards this movement had these very sentiments lurking in their subconscious. They were in fact labouring under self-deception. Others who were fully conscious of their inclinations could not dare express them openly. They did not deceive themselves, they tried to deceive others. Both the classes, however, made it a point to conceal the real motives behind their movement and tried to project it as a rational, instead of an emotional movement. The various pretexts that were brought in support of it were all imported directly from Europe. Among these were women’s health considerations, growth of their intellectual capabilities and practical skills, protection of their natural birth rights, safeguarding their economic independence, their deliverance from man’s bo***ge and apathy and, above all, the necessity of their progress as on it alone depended the cultural advancement of the whole community. These pretexts were put forth with a view to hoodwinking the common Muslims and keeping them in the dark about the real motives of the guiding and directing the womenfolk to follow in the footsteps of the Western women and moulding them into the social patterns prevalent in the West”( PURDAH AND THE STATUS OF WOMAN IN ISLAM p. 18 Maududi)
Traduzione:
“Tali erano i sentimenti e le tendenze che diedero vita al movimento per l'emancipazione delle donne tra i musulmani verso la fine del XIX secolo. Alcune persone che non sapevano perché si sentivano inclini a questo movimento avevano tali sentimenti nel loro subconscio. Erano, infatti, vittime dell'autoinganno. Altri, consapevoli delle proprie inclinazioni, non osavano esprimerle apertamente. Non si illudevano, cercavano di ingannare gli altri. Entrambe le categorie, comunque, si sforzarono di nascondere le vere motivazioni dietro il loro movimento e cercarono di presentarlo come un'azione razionale, invece che emotiva. Le varie scuse addotte a suo supporto furono tutte importate direttamente dall'Europa. Tra queste vi erano considerazioni sulla salute delle donne, lo sviluppo delle loro capacità intellettuali e pratiche, la difesa dei loro diritti di nascita naturali, la garanzia della loro indipendenza economica, la liberazione dalla dominazione e dall'indifferenza maschile e, soprattutto, la necessità del loro progresso, poiché da esso dipendeva l'avanzamento culturale dell'intera comunità. Queste scuse vennero avanzate con l'obiettivo di ingannare i comuni musulmani e tenerli all'oscuro delle vere intenzioni di guidare e dirigere le donne a seguire le donne occidentali e adattarsi ai modelli sociali prevalenti in Occidente”.
Nel suo discorso, Maududi suggerisce che il movimento per l'emancipazione femminile tra i musulmani alla fine del XIX secolo era guidato da motivazioni complesse. Alcuni individui, inconsapevoli delle vere ragioni alla base delle loro inclinazioni, erano influenzati da *sentimenti inconsci, mentre altri nascondevano consapevolmente le loro motivazioni, cercando di ingannare se stessi e gli altri. Maududi sottolinea l'importazione di ideali europei per giustificare il movimento, tra cui argomenti legati alla salute delle donne, alla crescita intellettuale, all'indipendenza economica e al progresso culturale. Maududi sostiene che questi pretesti furono usati per ingannare i musulmani comuni, indirizzandoli verso l'adozione di modelli sociali occidentali senza comprendere appieno le motivazioni sottostanti. Questo era il punto di vista di Maududi.
*"Sentimenti inconsci" si riferisce a emozioni, desideri o motivazioni che una persona prova o subisce senza essere consapevole di esse o senza renderle esplicite nella loro coscienza. Questi sentimenti possono avere un impatto significativo sul comportamento e sulle decisioni di un individuo, anche se non sono riconosciuti o compresi pienamente consciamente. In altre parole, sono sentimenti che influenzano il comportamento senza che la persona ne sia necessariamente consapevole. Nella ricerca della verità, ci troviamo spesso di fronte a punti di vista diversi, soprattutto quando si tratta di questioni come l'hijab nell'Islam. Una di queste prospettive è quella di Maududi, con il suo pensiero che suscita interrogativi e stimola il dibattito. Tuttavia, capire se la sua posizione sia corretta o meno non è un compito così difficile, esaminando i testi religiosi islamici si potrà stabilire se la posizione di Maududi su questa specifica questione dell'hijab, nonostante la verità possa essere sfaccettata e soggetta a diverse interpretazioni. Ciò significa che la verità ha più di un livello di significato e profondità, e persone o situazioni diverse possono interpretarla in modi diversi.
È vero che a volte le nostre opinioni e idee sono influenzate dal contesto in cui ci troviamo. Come individui e come società, siamo in un costante stato di cambiamento e di adattamento. Le dinamiche del mondo in evoluzione mettono costantemente sotto pressione la nostra comprensione delle questioni, costringendoci a cercare nuove prospettive e a rivalutare le nostre convinzioni passate.
L'hijab, in particolare, riflette le sfide dell'intersezione tra religione, cultura e identità. Le opinioni su questo argomento possono variare molto, a causa della tradizione familiare, dell'educazione, dell'esperienza personale e dell'interpretazione religiosa. Tuttavia, in mezzo a questi pareri contrastanti, è importante mantenere una prospettiva aperta e inclusiva, disposta a esplorare e comprendere le diverse prospettive.
Il passato ci offre una lezione preziosa: ci sono stati momenti in cui alcuni punti di vista sono stati trascurati o ignorati, per poi essere riportati alla luce in periodi successivi. Ci ricorda l'importanza di valutare e rivalutare costantemente le nostre idee e convinzioni. Non possiamo permetterci di rimanere ancorati al passato. Dobbiamo essere disposti a sfidare e rivedere le nostre ipotesi sulla base di nuove informazioni e prospettive emergenti.
Quindi, di fronte a questioni come l'hijab e alle opinioni di personalità come Maududi, dobbiamo adottare un approccio critico e riflessivo. Non dobbiamo né accettare acriticamente né respingere con forza un punto di vista, ma piuttosto esaminarlo con attenzione, contestualizzarlo e confrontarlo con altre interpretazioni e conoscenze disponibili.
Infine, l'interpretazione dell'hijab e di altre questioni simili richiede una profonda comprensione delle complessità umane e del contesto in cui si verificano. Le mutevoli dinamiche del mondo ci invitano a cercare nuove prospettive e a rivedere le nostre convinzioni, cercando di identificare e correggere eventuali idee sbagliate.
Senza dubbio, le mutevoli circostanze talvolta costringono gli studiosi a rivedere le loro prospettive precedenti. La logica alla base della mia affermazione è la seguente:
Il Caffè e Il Mondo Musulmano
Adoro il caffè al cioccolato bianco, ma sapete che, se avessi bevuto un caffè a Mecca 500 anni fa, sarei stato imprigionato, condotto davanti a un giudice, punito e infine frustato per il crimine di aver bevuto un caffè a Mecca?
Non stupitevi: In passato, c'erano persone che proibivano il caffè e che si impegnavano in intensi dibattiti per giustificare le loro ragioni a coloro che si opponevano.
L'evoluzione delle fatwa sul caffè
La parola "caffè" deriva dall'arabo "qahwa" (قهوة).). La parola "qahwa" originariamente si riferiva al vino, ma col tempo si è evoluta per riferirsi specificamente al caffè. La parola è entrata nelle lingue europee attraverso vari canali, incluso il turco, e alla fine è diventata il termine che usiamo oggi per descrivere la popolare bevanda contenente caffeina.
https://www.etymonline.com/word/coffee
Arrivo in Yemen:
Nel XV secolo, i commercianti yemeniti introdussero il caffè nello Yemen. La bevanda divenne parte della cultura yemenita, utilizzata nelle cerimonie e nei momenti sociali.
Ci sono racconti storici che suggeriscono che alcuni mistici sufi nello Yemen abbiano utilizzato il caffè come aiuto per la concentrazione durante le loro pratiche spirituali e le sessioni di dhikr (ricordo di Dio). Il caffè, con le sue proprietà stimolanti, avrebbe potuto aiutare a rimanere svegli e concentrati durante le lunghe sessioni di preghiera notturna o di meditazione.
Diffusione in altre regioni:
Il caffè iniziò a diffondersi in altre parti del mondo islamico, inclusi Egitto, Siria e Turchia. Tuttavia, con la sua diffusione, sorse la controversia tra gli studiosi religiosi.
Dibattiti sulla legalità:
Alcuni studiosi ritenevano che il caffè avesse effetti simili a quelli di una sostanza intossicante (come il vino) e potesse alterare il comportamento delle persone. Di conseguenza, emersero dibattiti sulla sua legalità in base ai principi dell'Islam.
Decisioni contro il caffè:
Nel XVII secolo, alcuni giuristi e studiosi legali decisero che il caffè era haram (illegale) e venne emesso un decreto contro il suo consumo. Queste decisioni furono supportate da alcune figure religiose.
Nel 1572, un giurista Shafi'i, Ahmad ibn Abdul-Haq al-Sanbati, lanciò una violenta campagna contro la nuova bevanda quando un interrogante gli pose una domanda sul consumo del caffè: "Cosa ne pensa della bevanda chiamata caffè, che alcuni sostengono essere lecita nonostante i suoi risultati e le sue conseguenze corrotte?".
A metà del 1572, un sermone sul caffè in una moschea del Cairo da parte di un imam devoto al giurista Ahmed al-Sanabati provocò una protesta pubblica contro il caffè.
https://el7ekaya.com/news/2017/jun/04/36564
Abd al-Qadir al-Jaziri, uno studioso musulmano del XVII secolo, è noto per aver scritto un trattato sulla liceità del caffè. L'opera si intitola "Risala fi l-jawab 'an as'ilat ahl al-qahwa" (رسالة في الجواب عن أسئلة أهل القهوة), che tradotto significa "Una risposta alle domande della gente del caffè". In questo trattato, al-Jaziri difende la liceità del consumo di caffè, rispondendo alle critiche e alle preoccupazioni sollevate da alcuni nel mondo musulmano dell'epoca.
L'opera di al-Jaziri è significativa perché riflette il dibattito e le controversie che circondavano il caffè nei circoli intellettuali e religiosi dell'epoca. La sua difesa della liceità del caffè ha contribuito a plasmare l'opinione su questa bevanda all'interno della tradizione islamica.
La “bevanda dello spirito” non si salvò dalla demonizzazione nemmeno nel mondo cristiano. Nel ‘700 si tenne un dibattito pubblico attorno alla “nuova bevanda orientale” che rendeva gli inglesi malleabili agli incantesimi dei turchi – cioè, all’islam – per allontanarli dal cristianesimo. C’era infatti la convinzione diffusa che il caffè fosse parte di una congiura turca per distruggere il cristianesimo, cosa che spinse l’arcivescovo di Canterbury William Laud a inviare alla Camera dei comuni britannica una nota, nella quale chiedeva una legge che proibisse i “chicchi di Maometto” e, nel 1637, fu davvero emanato un editto del genere..( https://www.vita.it/i-chicchi-di-maometto/)
Conclusione
La parola "caffè" ha origine dall'arabo "qahwa" (قهوة). Tuttavia, il divieto storico del caffè da parte di alcuni giuristi islamici non è stato dovuto a un malinteso linguistico, ma piuttosto a preoccupazioni riguardo ai suoi possibili effetti e alle sue implicazioni sociali.
Nella sua storia iniziale, il termine "qahwa" in arabo non si riferiva specificamente al caffè; era un termine generico usato per vari tipi di bevande, compreso il vino. L'associazione del caffè con il termine "qahwa" potrebbe aver portato a qualche confusione iniziale, ma il divieto non si basava esclusivamente su motivi linguistici.
La controversia sul caffè nel mondo islamico durante il XVI secolo era più radicata nella percezione dei suoi potenziali effetti sul comportamento e nelle preoccupazioni sociali. Alcuni studiosi avevano dubbi sulle proprietà stimolanti del caffè e sulla sua associazione con riunioni sociali che potevano portare a comportamenti indesiderati.
Col tempo, man mano che più studiosi esploravano la questione e le opinioni si evolvono, l'accettazione generale del caffè nelle società islamiche è cresciuta, e questa bevanda è diventata ampiamente consumata.
La fotografia e il mondo musulmano
Maulana Maududi, fondatore del movimento politico-religioso islamico Jamaat-e-Islami e autore del commentario "Tafhim-ul-Quran", ha sostenuto inizialmente che la raffigurazione di esseri viventi era "haram-e-mutlaq", ovvero un divieto assoluto secondo la sua interpretazione dell'Islam.
"Maududi ha sostenuto che la creazione di immagini di esseri viventi è proibita nell'Islam a causa della sua interpretazione di alcune tradizioni profetiche." Col passare del tempo, vi è stata un'evoluzione nell'interpretazione e nell'atteggiamento nei confronti della fatwa di Maududi che proibiva la fotografia o l'impiego di immagini, con particolare riferimento alle raffigurazioni di individui. Nel corso del tempo, questa prospettiva è stata oggetto di rivalutazione da parte degli studiosi. Questo significa che nel corso del tempo ci sono stati cambiamenti nelle opinioni riguardanti la fatwa, suggerendo che le interpretazioni e le posizioni su questo argomento potrebbero essere cambiate e si potrebbero essere evolute nel corso degli anni.
Attualmente, le fotografie di studiosi provenienti da diverse scuole di pensiero sono ampiamente diffuse. La fotografia si è affermata come uno strumento essenziale per la comunicazione, l'educazione e la diffusione delle informazioni. Questo indica che le immagini fotografiche sono ora considerate un mezzo di espressione e documentazione importante nella società contemporanea.
Si sottolinea che oggi è praticamente impossibile immaginare un mondo senza fotografie. Questa affermazione indica quanto le fotografie siano diventate parte integrante della nostra vita quotidiana e sociale. Viene menzionato anche il ruolo pratico delle fotografie nei documenti ufficiali, come passaporti e carte d'identità, che sono diventati requisiti globali. Questo riflette la pervasività e l'importanza delle fotografie nella nostra società moderna.
La storia del torchio tipografico
La storia del torchio tipografico e il suo impatto nel mondo musulmano. Una fatwa che ha avvolto la civiltà musulmana nella sindone dell'ignoranza..
Invenzione della Stampa:
Nel 1455, l'orefice tedesco Johannes Gutenberg inventò la stampa a caratteri mobili, un'invenzione che avrebbe rivoluzionato la diffusione delle informazioni in tutto il mondo. Questo segnò l'inizio dell'era della stampa.
Apice della Civiltà Musulmana:
Nel periodo in cui Gutenberg concepì la stampa, la civiltà musulmana stava vivendo un periodo di grande splendore. L'Impero ottomano, esteso su vasti territori in Asia e Europa, rappresentava una potente forza politica, economica e culturale.
Fatwa contro la Stampa:
Gli studiosi religiosi musulmani emisero una fatwa contro la macchina da stampa. Questa fatwa proibiva la stampa del Corano e di altri libri islamici. Il Califfo ottomano Sultano Salim I addirittura emanò una condanna a morte per chi avesse utilizzato la macchina da stampa. Il divieto durò per 362 anni, durante i quali la civiltà musulmana non beneficiò dei vantaggi della stampa.
Conseguenze del Divieto:
Questo divieto limitò l'accesso alla conoscenza scritta e contribuì a una progressiva mancanza di competitività intellettuale rispetto all'Occidente, che stava sfruttando pienamente la tecnologia di stampa per diffondere idee e informazioni.
Revoca della Fatwa:
Nel 1817, la fatwa contro la stampa fu finalmente revocata, segnando la fine di oltre tre secoli di divieto. Tuttavia, nel frattempo, la civiltà musulmana aveva perso terreno intellettuale.
Conseguenze a Lungo Termine:
La revoca della fatwa non riuscì a invertire completamente la tendenza. La civiltà musulmana, privata per lungo tempo dei benefici della stampa, si trovò a dover affrontare una distanza intellettuale che persiste in parte anche ai giorni nostri.
In questo contesto, la storia rappresenta un periodo di cambiamento e sfide per la civiltà musulmana, influenzata dalle dinamiche politiche, sociali e culturali del tempo.
Gli altoparlanti e il mondo musulmano
Nel passato, la questione dell'uso degli altoparlanti per diffondere il richiamo alla preghiera (adhan) nelle moschee era oggetto di dibattito tra gli studiosi musulmani. Alcuni consideravano questa pratica come un'innovazione (bid'ah), mentre altri la vedevano come un adattamento legittimo alle moderne esigenze.
Le argomentazioni a favore comprendevano la maggior accessibilità e comodità, permettendo all'adhan di raggiungere un pubblico più ampio, specialmente nelle aree urbane. Allo stesso tempo, coloro che si opponevano vedevano l'uso degli altoparlanti come una deviazione dalla pratica originale del richiamo alla preghiera, sostenendo che la tradizione dovrebbe essere mantenuta senza apportare modifiche.
Il dibattito rifletteva la diversità di opinioni all'interno delle diverse scuole di pensiero islamiche e delle comunità. Alcune preferivano mantenere pratiche più conservative, mentre altre adottavano adattamenti per soddisfare le esigenze moderne.
Nel corso del tempo, un'ampia accettazione dell'uso degli altoparlanti per l’adhan (il richiamo alla preghiera) nelle comunità musulmane. Questo potrebbe essere stato influenzato dalla necessità di raggiungere un pubblico più ampio nelle moderne aree urbane o da un maggior consenso all'interno delle comunità islamiche.
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Gli esempi che ho menzionato – Il caffè, la stampa, la fotografia e gli altoparlanti - rappresentano casi in cui gli studiosi musulmani hanno affrontato questioni etiche o religiose emettendo fatwa per guidare la comunità musulmana riguardo a tali pratiche. Di seguito, fornisco una breve panoramica di come queste questioni sono state affrontate:
1. Caffè:
Nel mondo islamico, all'inizio la diffusione del caffè sollevò alcune preoccupazioni riguardo alla sua legalità dal punto di vista religioso. Gli studiosi musulmani inizialmente discussero se il caffè fosse considerato "khamr" (un bevanda inebriante proibita) e se il suo consumo dovesse essere vietato. Tuttavia, nel corso del tempo, la maggior parte degli studiosi accettò il caffè come legale e non proibito.
2. Stampa:
L'introduzione della stampa portò a una serie di interrogativi. Gli studiosi musulmani dovettero affrontare la questione di stampare il Corano e altri testi religiosi. In alcune regioni, furono emesse fatwa per vietare la stampa del Corano, poiché veniva considerato un'innovazione che poteva minare la sacralità del testo.
3. Fotografia:
L'avvento della fotografia sollevò preoccupazioni sulla rappresentazione di immagini, poiché l'islam tradizionalmente poneva limiti sulla rappresentazione di esseri viventi. Alcuni studiosi emisero fatwa che vietavano la creazione e la visualizzazione di immagini ritraenti esseri umani o animali. Altri studiosi hanno adottato una posizione più flessibile, permettendo l'uso della fotografia in determinate circostanze.
4. Altoparlanti:
L'uso degli altoparlanti nelle moschee, specialmente per il richiamo alla preghiera (adhan), è stato oggetto di discussioni. Alcuni studiosi consideravano l'uso degli altoparlanti come un'innovazione, mentre altri lo accettavano come un adattamento pratico per raggiungere un pubblico più ampio. Nel tempo, molte comunità musulmane hanno adottato l'uso degli altoparlanti per scopi religiosi.
In ognuno di questi casi, le fatwa hanno riflettuto la complessità delle questioni religiose, etiche e culturali affrontate dagli studiosi musulmani, cercando di bilanciare le tradizioni religiose con le esigenze della vita moderna.
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La Tradizione del Ghoonghat
Il ghoonghat è un tipo di copricapo o sciarpa che viene tipicamente indossato nel subcontinente indiano dalle donne sposate indù, jain e sikh. Serve a coprire la testa e spesso il viso. In genere, l'ancial o pallu, che è la parte più libera del sari, vengono messi sulla testa e sul viso per fungere da ghoonghat. Una dupatta, che è una lunga sciarpa, è spesso utilizzata come ghoonghat.
(https://en.wikipedia.org/wiki/Ghoonghat)].
Il "ghooghat" è un termine che si trova spesso nella poesia, soprattutto nella letteratura dell'Asia meridionale, in particolare in lingue come l'hindi, l'urdu e il punjabi. Si riferisce a un velo o a una copertura indossata dalle donne per nascondere il viso. Nella poesia, il ghooghat è spesso usato come simbolo di modestia, mistero e talvolta anche di oppressione o di costrizione sociale nei confronti delle donne. I poeti lo usano come metafora per trasmettere varie emozioni e temi legati all'amore, al desiderio, all'identità e alle norme sociali. Può rappresentare le profondità nascoste delle emozioni di una persona o le barriere che esistono tra gli amanti. L'immagine del ghooghat aggiunge strati di significato e ricchezza alla poesia, rendendolo un simbolo potente nelle espressioni letterarie. Alcune parole della famosa canzone indiana:
Indossare un foulard o un velo era una pratica comune, sia in India che in altre parti del mondo, molto prima dell'avvento dell'Islam. Coprire il capo ha un significato religioso, soprattutto per le donne. Nel Sikhismo, ad esempio, il turbante, un articolo religioso, distingue i Sikh dagli altri. Le donne sikh, che tradizionalmente portavano il foulard (chuni), ora indossano il turbante, proprio come gli uomini sikh. In India, molte donne indù portano il Ghoonghat (velo), noto anche come Ghungta, che deriva dalla parola sanscrita “Avagunthana.)La velatura era comune anche nel Ramayana di Valmiki. La pratica, che rappresenta "l'isolamento delle donne", aveva assunto la forma di un'usanza sociale riconosciuta. Quando Sita e suo marito partono per la foresta, Valmiki esprime rammarico per il fatto che "una donna, che finora non era stata vista nemmeno dagli spiriti del cielo, dovesse ora diventare oggetto di sguardi pubblici". Oltre al Ramayana, il velo o il copricapo sono menzionati in numerose opere teatrali sanscrite. Per esempio, Sudraka, l'autore del Mrichhakatika, menziona che le donne usavano l'Avagunthana, un velo sottile, per nascondere la loro bellezza e valorizzare la loro acconciatura. Allo stesso modo, antiche opere teatrali indiane come Abhijnana Sakuntalam di Kalidasa, Pratimanataka di Bhasa, Sisupalavadha, Dashaku maracharita e Kathasaritasagara, tra le altre, raffigurano donne che indossano veli per coprire il capo. Anche nell'India moderna le donne indù sono coperte con il Ghoonghat.
Avaguṇṭh (अवगुण्ठ्).-1 P.1) Coprire con, avvolgere; परुषचर्माव गुण्ठितम् (paruṣacarmāva guṇṭhitam) Pañcatantra (Bombay) 1; Manusmṛti 4.49. 2. Mettere sopra, nascondere, velare
https://madrascourier.com/insight/avagunthana-ghoonghat-hijab-one-practice-many-names/
Avaguanthana
https://indianculture.gov.in/ebooks/indian-costume
Le convenzioni musulmane hanno amplificato queste pratiche indù, portando nel X secolo il purdah (velo) a diventare la prassi comune tra gli indù di alta casta in tutta l'India. Fonte: " A Brief History of India” " di Judith E. Walsh (2006), pagina 88.
L'arrivo dei musulmani in India introdusse il concetto di "pardah" (velo, turbante), il quale ebbe un'immediata incidenza sulla struttura sociale. Il pardah, o velo femminile, ampiamente praticato tra i musulmani, fu adottato anche dalle donne indù in risposta alle circostanze contingenti. Secondo il Prof. R.C. Majumdar, le famiglie indù interpretarono il pardah come strumento di salvaguardia dell'onore femminile e del mantenimento dell'integrità dell'ordine sociale. Inoltre, l'imitazione delle consuetudini dell'élite giocò un ruolo rilevante nella diffusione del pardah tra le famiglie indù.
Secondo il professor Ashraf, il concetto di pardah esisteva in India già prima dell'arrivo dei musulmani, anche se in forme parziali, come il velo (noto anche come ghoonghat). Tuttavia, egli riconosce che l'attuale forma elaborata e istituzionalizzata di pardah è emersa con l'influenza musulmana. Oltre a tutto ciò, uno dei motivi principali per cui le donne indù adottarono il velo, soprattutto le giovani, fu quello di proteggerle dall'immoralità dei ricchi nobili. Fonte: “Women and the Law” p, 53 ,Anjani Kant
L'abito e l'identità delle donne sikh: Tradizione, scelta e norme sociali
Per decenni, le donne sikh in varie parti del mondo hanno mantenuto uno stile di abbigliamento distintivo, che riflette non solo le loro credenze religiose, ma anche le norme culturali e le aspettative della società. Nonostante vivano in contesti culturali diversi, le donne sikh spesso aderiscono a un abbigliamento tradizionale che ha un significato simbolico significativo all'interno della loro comunità.
Nei Paesi occidentali come l'Inghilterra, le donne sikh hanno mantenuto la pratica di indossare il salwar kameez, un abito tradizionale punjabi, come evidenziato da S.K. Rait nella pubblicazione del 2005 "Sikh Women in England: Their religious and cultural beliefs and Social practices". Questo abbigliamento, composto da pantaloni larghi (salwar), una tunica (kameez) e un foulard (dupatta), non è imposto dalla dottrina religiosa ma è diventato socialmente accettato come abito abituale delle donne sikh. La dupatta, indossata drappeggiata intorno alle spalle o sulla testa, serve sia come ornamento culturale sia come simbolo di rispetto, in particolare quando le donne sikh si coprono il capo in presenza degli anziani.
"Tuttavia, il concetto di copertura del capo tra le donne sikh va oltre la dupatta. Il copricapo appropriato per le donne Sikh è noto come "dastar" o "pagri". Questo tessuto, simile a un turbante, viene avvolto intorno alla testa per coprire i capelli, a significare l'identità, il rispetto e l'onore dei Sikh. Mentre il dastar è più comunemente associato agli uomini sikh, le donne sikh che scelgono di indossarlo spesso lo acconciano in modo diverso, riflettendo preferenze personali e influenze culturali."
Il codice di identità K, come spiegato da Devendra Singh in " Beyond Boundaries", si applica in egual misura sia agli uomini che alle donne Khalsa-Sikh. Dopo l'iniziazione al Khalsa, le donne sikh hanno l'ordine di legarsi i capelli in un ciuffo e di coprirli con un Keski, un piccolo turbante. Questa pratica allinea l'aspetto delle donne sikh a quello degli uomini sikh, sottolineando l'uguaglianza e l'uniformità all'interno della comunità Khalsa.
È importante riconoscere che la scelta dell'abbigliamento e del copricapo tra le donne sikh è multiforme. Mentre alcune si attengono strettamente alle usanze tradizionali, altre possono adottare un approccio più contemporaneo, che riflette le credenze individuali, le influenze culturali e le preferenze personali. La decisione di indossare un dastar o di aderire a specifici codici di abbigliamento spesso deriva da un profondo senso di identità, spiritualità e legame con le tradizioni sikh.
In conclusione, l'abbigliamento e l'identità delle donne sikh sono modellati da una complessa interazione di insegnamenti religiosi, norme culturali e scelte individuali. Sia che indossino il salwar kameez, il dastar o una combinazione di entrambi, le donne sikh esprimono la loro fede, onorano il loro patrimonio e navigano tra le aspettative della società in diversi contesti globali.
Il velo, o ghoonghat, nella tradizione indiana ha una storia ricca di significato e simbolismo. In passato, il suo scopo principale era quello di nascondere il volto della sposa agli occhi di tutti tranne che dello sposo durante il momento del matrimonio. Questo momento di svelamento era considerato particolarmente speciale e significativo, poiché segnava il primo sguardo dello sposo sulla sua sposa, creando un momento di intimità e emozione.
È interessante notare come le tradizioni matrimoniali possano variare da cultura a cultura e come il significato simbolico del velo possa differire a seconda del contesto culturale. Ma, in fondo, la sua essenza rimane quella di unire due persone in un momento di profondo amore e impegno.
Il simbolismo dietro il ghoonghat (velo) nuziale non è più lo stesso ed è sicuramente diventato più un accessorio di moda, ma può essere un'aggiunta molto elegante all'abito da sposa. Infatti, prevediamo che questa tendenza continuerà a crescere.
Il Velo nella Cerimonia del Matrimonio Italiano
Durante la cerimonia del matrimonio italiano, il momento del sollevamento del velo è spesso accolto con gioia e emozione. È un momento di grande significato simbolico, in cui la sposa si prepara ad affrontare il futuro con il suo partner, accettando di condividere con lui le gioie e le sfide della vita matrimoniale.
Modelli di Veli Tradizionali
Nella cultura italiana, esistono diversi tipi di veli tradizionali, ognuno dei quali porta con sé significati distinti. Il velo lungo, ad esempio, è considerato un simbolo di eleganza e romanticismo, mentre il velo corto è più informale e giocoso. La scelta del velo dipende spesso dallo stile della cerimonia e dalla personalità della sposa.