01/10/2026
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🟥 𝗖𝗴𝗶𝗹, 𝟭𝟮𝟬 𝗮𝗻𝗻𝗶 𝗱𝗶 𝗶𝗺𝗽𝗲𝗴𝗻𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝗶𝗹 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼, 𝗹𝗮 𝗱𝗶𝗴𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗲, 𝗹𝗮 𝗴𝗶𝘂𝘀𝘁𝗶𝘇𝗶𝗮 𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲, 𝗹𝗮 𝗱𝗲𝗺𝗼𝗰𝗿𝗮𝘇𝗶𝗮, 𝗹𝗮 𝗖𝗼𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲. 𝗡𝗲𝗹 𝗻𝗼𝗺𝗲 𝗱𝗶 𝗚𝗶𝘂𝘀𝗲𝗽𝗽𝗲 𝗗𝗶 𝗩𝗶𝘁𝘁𝗼𝗿𝗶𝗼.
Cara Cgil,
ci sono amori che nascono in un giorno, come un colpo di fulmine, quello che mi ha folgorata nel momento stesso in cui ti ho conosciuta. E poi ci sono amori che hanno bisogno di centoventi anni per raccontare fino in fondo quanto sono profondi.
Il nostro è stato entrambi.
Centoventi anni fa, il 1° ottobre 1906, a Milano, donne e uomini che avevano conosciuto la fatica, la miseria, l'ingiustizia e l'umiliazione decisero di fare una cosa semplice e rivoluzionaria: mettersi insieme. Nasce la Confederazione Generale del Lavoro, prima ancora che un'organizzazione, un'idea.
L'idea che una persona sola può essere debole, ma che insieme le persone possono diventare una forza. L'idea che il lavoro non debba essere una condanna, ma una via di emancipazione. L'idea che la dignità non sia una concessione del padrone, ma un diritto. L'idea che nessuno debba affrontare da solo la propria paura.
Da allora sei cresciuta insieme all'Italia. Attraversato due guerre mondiali, il fascismo, la clandestinità, la Resistenza, la Liberazione, la nascita della Repubblica, la Costituzione, la ricostruzione, il boom economico, gli anni delle grandi conquiste, le crisi, il terrorismo, la globalizzazione, la precarizzazione del lavoro e le trasformazioni tecnologiche.
Hai conosciuto il dolore, le vittorie e le sconfitte, le divisioni, le paure. Ma ogni volta ti sei rialzata portando con te una cosa che nessuno è mai riuscito a toglierti, e cioè la speranza che un mondo più giusto sia possibile.
La storia della CGIL è intrecciata alla storia d'Italia e del mondo. Dalla fondazione del 1906 al Patto di Roma del 1944, dalla ricostruzione democratica alle grandi conquiste degli anni Sessanta e Settanta, fino alle battaglie più recenti per il lavoro, la democrazia e i diritti.
In Puglia più che altrove sappiamo che questa storia ha un volto preciso. Ha il volto e il nome di un uomo che ancora oggi sembra camminare accanto a noi, Giuseppe Di Vittorio. Peppino, per tutti, figlio della nostra terra, del bisogno, della lotta.
Di Vittorio è stato bracciante, sindacalista, antifascista, dirigente politico e sindacale, protagonista della Resistenza, costituente e segretario generale della CGIL. Ma per noi pugliesi è qualcosa di ancora più intimo. È una radice. È la voce di una terra che ha conosciuto il lavoro duro dei campi e che proprio da quella fatica ha imparato a non arrendersi. È la voce dei braccianti che hanno occupato le terre, di uomini e donne che hanno scoperto come anche chi non possiede nulla può possedere una cosa immensa, la propria dignità.
Di Vittorio aveva parole che sembravano semplici e invece contenevano un mondo. Diceva che il lavoro “eleva gli uomini, li rende migliori e li affratella”. Ma diceva anche quelle quattro parole che oggi, in un mondo attraversato dalle guerre, dalle disuguaglianze e dalla paura, sembrano arrivare direttamente fino a noi. Per Di Vittorio “il lavoro è pace”.
Perché quando il lavoro è sfruttamento, la pace si allontana. E si allontana quando è precarietà, quando un giovane non può immaginare il proprio futuro, quando una donna deve scegliere tra il lavoro e la maternità o il lavoro di cura, quando una persona muore mentre lavora, quando un territorio viene abbandonato e una fabbrica chiude, lasciando migliaia di famiglie nella paura. E quando le risorse vengono spostate verso un'economia di guerra mentre milioni di persone chiedono salari, sanità, scuola, casa e lavoro, quella frase di Di Vittorio torna a bussare alla nostra coscienza.
Il lavoro è pace, diceva Di Vittorio, e noi quella pace che abbiamo faticosamente contribuito a costruire vogliamo continuare a preservarla.
Quante volte in questi anni abbiamo lottato per rivendicare i nostri diritti. Ma forse non ci siamo mai fermati abbastanza a pensare a quanto sia costato conquistarli. Penso all'orario di lavoro, al salario, la contrattazione le pensioni, la maternità, la libertà di organizzarsi, il diritto di sciopero, la sicurezza, la dignità nei luoghi di lavoro, la rappresentanza, lo Statuto dei lavoratori.
Non sono diritti caduti dal cielo, nessuno li ha regalati, ce li siamo conquistati a volte anche a costo di vite umane. Con migliaia di scioperi, assemblee, manifestazioni, tessere, vertenze, con le notti passate nelle fabbriche, cancelli presidiati, persone licenziate. E ancora, con i braccianti che hanno sfidato i padroni, con le donne che hanno sfidato una società che voleva tenerle ai margini e con gli uomini e le donne che hanno pagato sulla propria pelle il prezzo di avere scelto la libertà.
Lo Statuto dei lavoratori del 1970 rappresentò una delle grandi conquiste di quella lunga stagione di mobilitazione e di crescita dei diritti. E la sua storia porta con sé anche il contributo di Di Vittorio, che già nel 1952 aveva formalmente proposto una legge sui diritti dei lavoratori.
Oggi come allora la domanda è la stessa: che cosa abbiamo ancora da conquistare? La risposta è enorme, perché il progresso non è irreversibile. I diritti possono essere indeboliti, il lavoro può tornare povero, la precarietà può diventare normalità, la sicurezza può essere sacrificata sull'altare del profitto.
Sono tornati in discussione persino i diritti fondamentali, come la sanità pubblica, la scuola, le pensioni, la casa. Casa che non può essere un lusso come è oggi, non sono quattro mura e un tetto, ma un diritto deve essere garantito a chiunque, strumento di libertà.
Non basta più aver conquistato il diritto al lavoro se quel lavoro non consente di vivere. Non basta avere un contratto se quel contratto dura pochi giorni. Non basta avere un salario se il salario non tiene il passo con il costo della vita. Non basta avere una legge sulla sicurezza sul lavoro se ogni giorno qualcuno non torna a casa. Non basta avere un Servizio sanitario nazionale se curarsi diventa sempre più difficile per chi ha meno. Non serve parlare di futuro se ai giovani continuiamo a consegnare precarietà e fuga. E non basta parlare di uguaglianza se nascere in un territorio significa ancora avere opportunità diverse.
Per questo, cara Cgil, ci sei ancora. Per questo una storia d’amore di 120 anni continua e si rafforza, e si nutre di tutte quelle persone che ogni mattina varcano la soglia di una tua Camera del Lavoro e trovano una compagna o un compagno che alla domanda “Mi potete aiutare?” rispondono “Sì, perché non sei solo”.
E questa è l’eredità ed allo stesso tempo la missione per i prossimi anni che ci consegni: continuare a lavorare insieme e “mai solo per sé stessi”.
Gigia Bucci
Segreteria Generale CGIL Puglia