10/10/2025
Alunni e insufficienze. Riflessione della serata.
Quando noi, alunni, prendiamo l'insufficienza in una materia a scuola, si scatena dentro di noi, inevitabilmente, un meccanismo di frustrazione, prendendosela dentro di noi, con i docenti, con il metodo che magari hanno di spiegare, con noi stessi per aver fallito.
Ma non pensiamo che possiamo essere stati noi, magari, studiando poco a causare quell'insufficienza.
Perché diciamolo: a nessuno piace sentirsi dire “non sei andato bene”. È una frase che pesa, che scava, che mette in discussione il nostro valore. Ma a volte dimentichiamo che il voto non è una sentenza sulla persona, è solo un segnale. Un campanello d’allarme che ci dice: “Ehi, qui forse c’è qualcosa da rivedere, qualcosa da migliorare.”
Viviamo in un’epoca dove tutto deve essere immediato: risultati subito, soddisfazioni subito, tutto e subito. E invece lo studio, la crescita, la conoscenza — sono percorsi lenti, fatti di tentativi, di errori, di piccoli passi. Nessuno nasce “bravo”, tutti ci si diventa, e il punto non è non sbagliare mai, ma capire cosa imparare da ogni errore.
L’insufficienza fa male, è vero. Ti toglie sicurezza, ti fa dubitare, ti fa arrabbiare. Ma può anche essere una grande maestra. Ti insegna l’umiltà, ti insegna la perseveranza, ti mette davanti allo specchio e ti chiede: “Vuoi davvero migliorare o vuoi solo sentirti dire che sei bravo?”.
E lì si gioca tutto.
Ci sono docenti severi, altri più comprensivi, altri che sembrano “non vedere” il nostro impegno. Ma dietro ogni voto c’è sempre un messaggio, e dietro ogni studente c’è una storia. Forse non tutti i metodi didattici sono perfetti, certo, ma nemmeno noi alunni siamo sempre nel pieno della nostra concentrazione o motivazione. A volte studiamo con distrazione, con la testa altrove, giusto per “fare il compito”. E poi ci stupiamo se il risultato non è quello sperato.
Eppure, ogni insufficienza può diventare una svolta, se la si affronta nel modo giusto.
Perché non è mai il voto a definirci, ma come reagiamo a quel voto.
Puoi scegliere di chiuderti, di dire “non sono capace”, oppure puoi scegliere di dire: “Ok, questa volta non è andata, ma la prossima sì. Ci riprovo, capisco dove ho sbagliato e torno più forte.”
E allora forse, un giorno, guarderemo indietro e capiremo che quelle insufficienze che tanto ci hanno fatto male, sono state proprio quelle che ci hanno insegnato di più.
Perché ci hanno costretto a credere in noi stessi, a metterci in discussione, a capire che la vita — come la scuola — non premia chi non sbaglia mai, ma chi dopo ogni caduta trova la forza di rialzarsi.
E magari, la prossima volta che prenderemo un voto basso, invece di arrabbiarci, ci fermeremo un attimo, respireremo, e ci chiederemo:
“Cosa posso fare di diverso per migliorare?”
Perché solo da lì inizia davvero la crescita