08/09/2026
DIVERSAMENTE
🍭 INCONTRO DI RIFLESSIONE CONFRONTO E FORMAZIONE SULLA NEURODIVERSITÀ NEI SERVIZI 0-6
➡️ 26 ottobre e 2 novembre
➡️ Dalle 18 alle 20 | Online
➡️ link d’iscrizione nei commenti
🍭CAMBIARE SGUARDO, NON LE BAMBINE E I BAMBINI!🍭
Alla maggior parte delle educatrici e delle insegnanti piacerebbe lavorare con delle bambine e dei bambini che eseguono, che ascoltano, che non si muovono troppo, che rispettano le regole, che non si disregolano emotivamente…
La tendenza, nella maggior parte dei casi, purtroppo, e’ ancora quella di omologare, di fare in modo (anche attraverso la coercizione) che tutte le bambine e tutti i bambini si adattino al contesto e funzionino come vogliamo.
Questa rappresenta una tra le maggiori fatiche lamentate in supervisione.
I bambini e le bambine che non funzionano.
Spoiler!!!
I bambini e le bambine non funzionano come vorremmo o come ci farebbe comodo!
E non esiste un modo giusto o sbagliato di funzionare!
Per questo è importante e indispensabile parlare di neurodiversita’, informarsi, studiare e acquisire coscienza perché sapere che un comportamento può essere l’espressione di un bisogno, di una difficoltà, di un malessere o, in alcuni casi, di una condizione del neurosviluppo ci aiuta a non interpretarlo semplicemente come qualcosa da correggere e ancora troppo spesso da correggere con un metodo coercitivo inadatto e molto ingiusto. (Brividi)
Aggiungerei completamente inutile e dannoso! (Doppi brividi)
…Sì ma adesso è una moda. I casi di disturbi del neurosviluppo aumentano esponenzialmente. Si certifica per comodità quando invece ci sarebbe solo bisogno di regole più rigide. (Ho sentito dire anche questo!)
Tutto quello che a noi sembra “fuori dalla norma” o meglio… “fuori dalla norma del si è sempre fatto così” e’ sempre legato ad un disturbo del neurosviluppo?
No.
Molto spesso è fatica ad adattarsi ad un contesto che non è adatto.
E’ vero. Le diagnosi aumentano.
Per fortuna sono cambiati i parametri diagnostici, c’è più attenzione e siamo tutti e tutte molto più sensibili al tema e più consapevoli che ci sia bisogno di costruire ambienti più rispettosi, adattati ed adattabili, agire in prevenzione e affrontare in modo adeguato gli aspetti psicoemotivi delle bambine e dei bambini.
Penso che la diagnosi, però, senza conoscenza può diventare un’arma a doppio taglio.
Può aiutare a comprendere, orientare gli interventi e costruire risposte più adeguate. Ma può anche trasformarsi in un’etichetta, se smettiamo di vedere la persona e iniziamo a vedere soltanto la diagnosi.
Questo vale anche senza diagnosi!
Noi educatrici ed insegnanti dello zero sei lavoriamo con delle bambine e dei bambini che attraversano quella fascia d’età in cui viene costruita la propria immagine di sé e lo fanno attraverso le esperienze, le relazioni e lo sguardo di chi si prende cura di loro.
A creare danno possono essere soprattutto quelle esperienze relazionali ripetute che fanno sentire il bambino e la bambina sbagliati, incapaci, non visti o non degni di fiducia: essere etichettati, continuamente confrontati con gli altri, avere le proprie emozioni svalutate o ridicolizzate, essere considerati un problema per i loro comportamenti, essere spinti verso competenze che non sono ancora pronti a raggiungere, vivere vergogna, minacce o umiliazioni, avere poco spazio per esplorare, scegliere, sbagliare e riprovare, oppure incontrare risposte adulte incoerenti e imprevedibili.
Anche leggere un’atipicità o una difficoltà come un’identità, anziché come una caratteristica o un bisogno da comprendere, può lasciare tracce profonde e influenzare il modo in cui, nel tempo, una bambina o un bambino imparano a percepire sé stessi e le proprie possibilità.
Indipendentemente dalla linearità o meno dello sviluppo.
Per questo è fondamentale essere informati e formarsi.
Per questo è importante conoscere ed essere consapevoli perché ci evita di giudicare e quindi evita enormi sofferenze.
Nella prima infanzia non è sempre semplice comprendere se un comportamento rientri nelle diverse traiettorie di sviluppo o sia espressione di un’atipicità o di una difficoltà.
Non siamo degli psichiatri. Non siamo delle psicologhe.
Abbiamo però il compito di costruire un contesto adeguato dove le bambine e i bambini possano stare bene e stare meglio.
Nella quotidianità.
Dobbiamo cambiare il nostro sguardo dal “che cosa non funziona in questa bambina, in questo bambino al “che cosa posso fare io perché ciò che sta attorno a questa bambina, a questo bambino, stia meglio?”.
Come?
Parleremo anche di questo nei due incontri di confronto e riflessione del 26 Ottobre e del 2 Novembre.
INFO E ISCRIZIONI⬇️⬇️⬇️
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