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A Skilled Physician of the Mind and HeartThe historical Buddha wasn't a god.He was a human being, just like us. Deeply s...
27/07/2026

A Skilled Physician of the Mind and Heart

The historical Buddha wasn't a god.

He was a human being, just like us.

Deeply sensitive, introspective, and yet thoroughly rational.

As a wealthy young prince, he saw a flaw in our biology: everything we cling to is impermanent. It decays. It ends. Seeking lasting happiness in things that don't last is a logical error.

And that error causes suffering.

Buddha is not a name. It means "Awakened One".

He never acted like a guru. He acted like a master physician.

The disease? Suffering.

The cause? Our subconscious, automatic reactions to sensations - craving what feels pleasant, pushing away what feels unpleasant.

The prognosis? It can be cured.

The treatment? A training to observe sensations and emotions without reacting, neither repressing them nor exploding them.

When we stop feeding the loop of automatic reactions, the loop starves. Deep mental blocks dissolve.

For 40 years he taught this across India, travelling only on foot.

But in the last 8 years of his life, he said that it was only scaffolding.

Nichiren Daishonin, a 13th-century Japanese priest, explained it beautifully: scaffolding is needed to build a pagoda. But once the pagoda is built, you must remove it to see its magnificence.

The magnificent pagoda is the Lotus Sutra.

Its message is this:
Enlightenment is not somewhere else. It is a state of life already inside every person, like the potential for anger or joy.

The Buddha told a story: a man lives in poverty, unaware that his rich friend has sewn a priceless jewel into his robe. He was rich all along.

That jewel is our Buddha Nature - a wellspring of life force, courage, compassion, and wisdom, right within our own heart.

As Josei Toda, realised: ‘The Buddha is life itself.’

The healing and loving power of life in our own bodies, in a newborn baby, in the seasons, in the stars.

And this is not a mere positive belief: life, and it’s wonderful mysteries, is a fact.

The Buddha himself wrote in the Kalama Sutta:
- Do not rely on tradition.
- Do not rely on scriptures.
- Test it yourself. Direct verification is the only guide.

Within the Lotus Sutra tradition, that direct test is chanting out loud repeatedly :

NAM MYOHO RENGE KYO

Neuroscience now shows what practitioners have felt intuitively for centuries: focused vocalization down-regulates the Default Mode Network - the brain network behind endless self-critical thought and anxiety.

We move past the noise. We tap into the very well spring of life itself.

We can be Buddha, just as we are, perfectly imperfect, right here and now.

So the question I leave you with is Nichiren Daishonin own question:

What if, from now on, we tried chanting Nam Myoho Renge Kyo out loud, and tested for ourselves what it can be and do for us?

06/07/2026

LA META COGNIZIONE

La meta cognizione è l'abilità di osservare, monitorare e valutare i propri processi cognitivi ed emotivi in tempo reale.

Ci permette di interrompere reazioni emotive e modelli di pensiero automatici, effetto di un passato “già vissuto”, garantendoci presenza, lucidità, flessibilità cognitiva e una messa in discussione consapevole e costruttiva delle nostre convinzioni.

Imparando ad osservare la propria mente, senza identificarsi con emozioni e pensieri, in qualunque stato interno ci troviamo - come sofferenza, paura, risentimento, apatia, ecc.- possiamo imparare a trovare un’energia e un coraggio insperati, una nuova speranza che infonde nuova vita, una nuova capacità di amare, ed esprimerla con saggezza.

Per inciso, la saggezza a cui facciamo riferimento qui, non deriva dall’erudizione - spesso fonte di arroganza - ma dal prendersi amorevole cura dei propri simili (per fare un esempio generico, si pensi all’intuito amorevole di una madre per la cura dei propri figli).

Ogni nostro stato interiore, dal più doloroso al più gioioso o “elevato”, contiene in sé il potenziale per esprimere il suo aspetto positivo.

Immagina di entrare in un luogo che è rimasto al buio da secoli: basta una fonte di luce per illuminarlo.

Questa è la meta cognizione: il cuore dell’osservazione della mente.

Le basi neuroscientifiche e i concetti chiave della meta cognizione comprendono:

* Il Centro Cerebrale: Le ricerche di neuroimmagine evidenziano il ruolo chiave della corteccia prefrontale anteriore, spesso associata al monitoraggio introspettivo, un'area che si attiva quando distacchiamo l'attenzione dall'esterno - circostanze, persone - e ci rivolgiamo all’interno, all’osservazione della nostra mente, delle nostre reazioni e dei nostri pensieri rispetto alle circostanze esterne.

Molti di noi tendono per abitudine acquisita a fare esattamente il contrario: quando incontriamo una difficoltà o un problema, rivolgiamo automaticamente la nostra attenzione all’esterno per capire cosa fare per superare difficoltà o risolvere un problema, e a come farlo per ritrovare un senso d’agio interno (se mi trovo un fidanzato migliore sarò più felice).

È come un software mentale obsoleto, che si attiva in automatico e non si aggiorna.

Non è affatto sbagliato di per sé, ma rischia di essere limitato, in quanto, agendo solo sulle circostanze esterne, continua a ricreare e a rafforzare, in maniera del tutto inconsapevole, il modo in cui abbiamo spesso reagito, non riuscendo a vedere altre soluzioni possibili, se non quelle già viste, già vissute, in un gioco molto stretto di possibilità (si pensi ad esempio alla percentuale di persone che hanno vinto cifre importanti alla lotteria per poi ritrovarsi di nuovo indebitate fino al collo nel giro di pochi anni).

* Non è Controllo Mentale: Al contrario di quanto si possa pensare, la meta cognizione non invita a reprimere le emozioni che proviamo, ma permette di sentirle (con una buona dose di coraggio) facendo si che non si blocchino (e in questo modo causino traumi) ma completino il loro ciclo - prova a immaginare un’onda che ha un inizio, un picco per poi tornare ad immergersi del mare.

* Rimodellamento Cognitivo: È una forma di intelligenza “superiore” (definita così da esperti che sostengono sia l'abilità di “pensare al proprio pensiero”), che porta a un'effettiva riorganizzazione e alla trasformazione delle convinzioni limitanti.

La meta cognizione tuttavia è un allenamento scomodo, come quando si ricomincia a fare attività fisica dopo tanto tempo: richiede lo sforzo e l’impegno seri e sinceri di fermarsi, invece di reagire automaticamente, di mettere in discussione le proprie convinzioni, invece di difenderle, e anche di osservarsi mentre si sbaglia, con onestà - sapersi dire la verità - con sincerità - senza indossare maschere di ruolo sociale - e umiltà (che non ha niente a che fare con la falsa modestia, ma con il riconoscimento sia dei propri punti di forza, sia degli aspetti da migliorare).

Un reale percorso di “crescita personale” degno di questa definizione ormai tanto sfruttata, richiede proprio questo: osservare pensieri ed emozioni e riconoscere quelli già pensati e già vissuti, metterli in discussione con amore compassionevole - ma senza MAI giudicarsi “sbagliati”.

Non siamo mai sbagliati per essere umani. Mai.

* Distanziamento e Osservazione: Come descritto in molte discipline contemplative, quando separiamo la nostra essenza dai nostri pensieri ed emozioni (riconoscendoci come "molto più" di essi), diventiamo osservatori neutrali della realtà, migliorando il nostro benessere generale.

Che cosa vuol dire “riconoscerci molto di più” dei nostri pensieri ed emozioni?

Proviamo a immaginarci come tante onde che appartengono allo stesso mare; a tanti raggi di sole che hanno la stessa forza del disco solare …

Questa è realtà oggettiva, non l’ennesima fantasia motivazionale. Siamo essenzialmente quel mare; siamo quel sole.

E allora affiora quella forza che ci unisce tutte e tutti (la stessa intelligenza che fa vivere e guarire il nostro corpo senza il nostro intervento cosciente): la forza del coraggio, dell’amore compassionevole e della saggezza di poter vedere la realtà con occhi nuovi.

Occhi di cura, che ci spingono ad agire per influenzare e cambiare in meglio non solo la qualità della nostra vita, ma anche quella del nostro mondo martoriato dalla barbarie della guerra.

Non facendo più guerra a noi stessi né agli altri, ma promuovendo la pace.

Al di là di falsi buonismi, moralismi o, al contrario, qualunquismi, la guerra non è mai intelligente, è stolta: è la legge della giungla, in cui si teme il più forte e si schiaccia il più debole.

Al contrario, una pace sostenibile non è una condizione statica, passiva, o apatica: è dinamica e richiede uno sforzo continuo e costante.

Immagina il nostro pianeta verde e blu che vive grazie al fatto che mentre gira intorno al proprio asse, fa un giro di rivoluzione intorno al sole.

Non esiste nulla di più galvanizzante della pace: cambia lo sguardo e il modo in cui ci rivolgiamo a noi stessi e al mondo, come un nuovo organo di senso che riesce a leggere la stessa realtà ma con occhi nuovi.

Una nuova realtà in cui le soluzioni diventano visibili, credibili e possibili.

26/06/2026

La rabbia ci ricorda ciò che la vergogna ha cercato di farci dimenticare.

Sopprimere la rabbia e sopprimere la verità sono la stessa cosa.

Senza rabbia non si riesce a percepire il senso di ingiustizia vissuto.

L’identità che è stata lesa.

Non si può comprendere appieno quanto un comportamento sia ingiusto, a meno che non si abbia la possibilità di sentire dentro quanto sia stato ingiusto.

Comportamento ingiusto: normalizzare la mancanza di rispetto nei confronti dell’umana dignità.

Senza rabbia non si percepisce alcun senso d’ingiustizia.

Chi non si arrabbia contro le ingiustizie non si comporta da saggio, ma da sciocco.

La rabbia autentica mette un confine netto tra noi e chi ci ha fatto del male.

La rabbia da il vero nome a ciò che è successo dicendo:
“Non porterò più il carico del tuo silenzio.”

La rabbia inespressa si trasforma in vergogna repressa.

La rabbia dice:
"Ho subito un torto."

La vergogna dice:
"Me lo sono meritato."

La rabbia è la chiarezza che precede la guarigione.

Provando a non arrabbiarci, stiamo solo abbellendo superficialmente ciò che ci ha ferito profondamente, non lo stiamo curando.

Un perdono che salta a pie pari la rabbia è solo paura mascherata da buonismo pseudo-spirituale.

La rabbia ci ricorda ciò che la vergogna ha cercato di farci dimenticare.

24/06/2026

RABBIA È AMOR PROPRIO

La causa alla radice della tendenza di alcuni di noi all’autocritica feroce è rabbia repressa.

L’autocritica feroce non è “feedback” volto a migliorarsi. È distruttiva.

Una tattica fallimentare per motivarci a fare di più, meglio.

Quando da bambini non sappiamo, né tantomeno possiamo, difenderci dalle angherie degli adulti, impariamo ad attaccare noi stessi.

Chi ci ha cresciuto, ci ha fatto provare vergogna per una reazione naturale comune a tutti gli esseri umani: quella di volersi difendere.

La rabbia che avrebbe dovuto proteggerci viene diretta contro noi stessi, sotto forma di autocritica feroce.

Imparare ad odiarci ci protegge dal sentire oggi quella furia che non ci è stato permesso di esprimere allora.

È più sicuro convincersi di essere “cattivi”: più sicuro di sentire quanto arrabbiati ci sentiamo verso chi avrebbe dovuto amarci e proteggerci.

Rileggilo 👆

Per sopravvivere, un bimbo dipende in tutto e per tutto da coloro che lo stanno crescendo, per cui non può permettersi il lusso di percepirli come pericolosi. Le conseguenze sarebbero devastanti per la psiche.

“I miei genitori mi vogliono bene E mi maltrattano”: sarebbe un pensiero che genera una dissonanza cognitiva insopportabile.

“I miei genitori mi voglio bene e io sono cattivo”: è il modo in cui un bambino risolve il paradosso tra l’essere amato e l’essere maltrattato.

Per poi riproporlo da adulta nelle sue relazioni.

Imparare ad odiarsi diventa il prezzo da pagare in cambio di una visione del mondo coerente.

Il dolore di accettare che i genitori, o chi per loro, non hanno saputo esprimere il loro amore con comportamenti amorevoli e protettivi, è una realtà troppo grande e troppo cruda per un bimbo, per una bimba, da sopportare e sostenere.

Ma la furia che avrebbe dovuto respingere i maltrattamenti non è scomparsa.

L’emozioni che non possono completare il loro ciclo rimangono intrappolate dentro il nostro sistema.

Continuano a vivere nel nostro corpo sotto forma di tensione, sfinimento, sistema nervoso costantemente all’erta (comunemente chiamato stress) e, soprattutto, sotto forma di una voce nella nostra testa che ci critica ferocemente e incessantemente - dalla mattina alla sera.

Sentire rabbia nei confronti di chi ci ha cresciuto, avrebbe il sapore di un tradimento nei loro confronti (“hanno fatto del loro meglio; che esagerazione! Uno schiaffo, uno sculaccione, una sgridata, non ha mai fatto male nessuno …”).

E, senza rendercene conto, ci portiamo dietro la convinzione profonda che arrabbiarci a nostra volta per difenderci ci renderebbe ingrati, cattivi, crudeli …

Criticarci ferocemente ci fa rimanere leali a chi ci ha cresciuto (e in seguito a un partner che ci maltratta), pur soffrendo: preferiamo rivolgere il dolore contro di noi.

Se dovessimo arrabbiarci sul serio, dovremmo anche accettare che ci meritavamo di meglio.

Ci meritavamo di meglio:
una verità devastante per un bimbo, una bimba.

Il nostro critico interno ci dice:
“Se ti hanno trattato così, te lo sei meritato!”

La rabbia insiste a volerci far accettare che, al contrario, quello che ci meritiamo è amore, senso di sicurezza e protezione.

Rileggilo 👆

Chi è genitore oggi sa di cosa sto parlando.

La rabbia restituisce all’amor proprio quella voce feroce - proprio come quella di una leonessa che ruggisce per proteggere i suoi cuccioli - di cui ha bisogno per essere autentico, e far finalmente sentire il bimbo, la bimba, che eravamo, amati protetti, e finalmente riposare in quel luogo sicuro dentro la nostra anima.

Rileggilo 👆

19/08/2023

Manipolazione:
il “gaslighting”.

Le parole che non corrispondo alle azioni si chiamano manipolazione.

E rifiutarsi di esserne ritenuti responsabili si chiama “gaslighting”.

Il gaslighting (si pronuncia “gaslaiting”), nell’odierna letteratura psicologica, è una forma di manipolazione in cui il manipolatore, la manipolatrice, pianta in segreto - più o meno coscientemente - il seme del dubbio nella mente e nel cuore di chi ha preso di mira - in genere il partner - arrivando a fargli mettere in discussione la propria memoria, percezione della realtà oggettiva e capacità di giudizio.

Questa forma di manipolazione può provocare cambiamenti profondi nella psiche di chi è stato manipolato ad arte, quali la dissonanza cognitiva - la fatica della mente di conciliare due idee contraddittorie: “so che mi tradisce, però continua a dirmi che ama solo me - e l’azzeramento dell’autostima, isolandolo e rendendolo ulteriormente fragile e quindi ancora più dipendente dal supporto e dalla convalida emotivi del manipolatore stesso.

Utilizzando la negazione, il depistaggio, la contraddizione e la disinformazione, la manipolazione attraverso il gaslighting ha lo scopo di destabilizzare emotivamente la vittima - che arriva a convincersi di essere eccessiva, esagerata o, nei casi più gravi, pazza - e delegittimarne le convinzioni.

Può succedere a molti di noi, non soltanto ai “deboli”.

A me è successo.
E a te?

17/07/2023

Amare fa rima con rispetto

Rispetto.

Parola nobilissima, rispetto.

Affonda le sue radici nell’antica lingua latina “respicere”, traducibile con “guardare di nuovo”, “guardare indietro”, “considerare”.

Rispetto e calda considerazione sono la materia di cui è fatto l’amore.

Tuttavia rispetto può anche essere inteso come “aver ri-guardo nei confronti di qualcuno”.

Il rispetto, quello autentico, mai servile, ossequioso, sottomesso, ha a che fare con il desiderio di continuare a osservare e imparare da una persona luminosa.

Che non vuol dire affatto perfetta o avulsa dalle umane tribolazioni, tutt’altro: un essere umano luminoso possiede un cuore che palpita di vita, che rispetta, ha riguardo, ama e protegge la vita tutta, la sua e quella dei suoi simili.

E non si può rispettare qualcuno che si teme.
Non è così?

E si temono i despoti.

I despoti non sono rispettati perché in loro presenza si ha paura e quindi non si è in grado di esprimere il proprio sé autentico.

Le relazioni costruite sul dominio da una parte e la sottomissione dall’altra, attraverso la paura e il ricatto sono precarie ma stabili fino al momento in cui l’autostima di chi ha paura si risveglia e provoca scosse come quelle di un terremoto.

E il tiranno si adira perché il suo dominio di terrore è stato sfidato dal senso del valore e di giustizia di chi dominava.

Un governante che nei momenti cruciali della vita non è in grado di governare se stesso è incapace di amare.

Il rispetto, quello vero, quello reale, affiora e abbraccia la relazione nel momento in cui entrambi dedichiamo il nostro prezioso tempo a mostrarci a vicenda un possibile percorso di vita e di amore che vale davvero la pena emulare e percorrere.

Un percorso tracciato non soltanto con mere parole, bensì con comportamenti, azioni quotidiane.

Azioni ripetute.
Ogni sacrosanto giorno.
Con questo cuore nostro aperto e onesto.

Un percorso di vita e d’amore che vuole essere reciproco, paritario, gentile, premuroso, generativo e, soprattutto, che non ha niente a che fare con il dominio sull’altra, l’altro, con la paura, l’intimidazione e il ricatto della punizione suprema: essere banditi dal proprio dominio.

È una porta che si apre all’amore che accoglie.

Un amore che mai sminuisce.

Un’amore che al contrario valorizza l’altro, l’altra.

Valorizzare te rende realmente libero me.

Libero di amare per davvero.

L’anima d’inchiostro 🖤

Nella foto:
“La nostra capacità di rispettare gli altri è il vero segno della nostra umanità.
Il rispetto per gli altri è l'essenza dei diritti umani".

~ Daisaku Ikeda

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