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L'uso metaforico del verbo sc***re in accezione oscena è da ricollegarsi all'utilizzo di termini riferiti a fori e angol...
01/08/2026

L'uso metaforico del verbo sc***re in accezione oscena è da ricollegarsi all'utilizzo di termini riferiti a fori e angoli per indicare l'organo sessuale femminile (per esempio, buco, pertugio, fenditura eccetera): il pene-scopa è l'attrezzo che pulisce il foro o l'angolo della donna. L'analogia è rafforzata dal carattere ritmico del movimento.

Origini antiche. Già in alcuni scrittori greci (Saffo, Anacreonte) il termine corrispondente era usato in senso equivoco. Ciò che è strano, invece, è la ragione dello straordinario successo di sc***re rispetto ad altre voci analoghe, come spazzare, nettare, ripulire e così via: il loro uso osceno è documentato (come anche quello di sc***re) nei canti carnascialeschi toscani del XV e XVI secolo. Una spiegazione convincente, però, non esiste: si può soltanto osservare che la fortuna di questo verbo è piuttosto recente, e forse da collegare all'ambito romanesco.

Sonetti. Il primo a usarlo in modo sistematico sembra infatti essere stato il poeta dialettale romano Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che nel 1831 nei suoi Sonetti scrisse: "De tante donne che mme sò scopato...".

Ma esiste un modo per parlare di sesso senza risultare scurrili o essere scambiati per ginecologi? La risposta – grazie agli scrittori – arriva direttamente dalla Treccani.

Alle 10:25 del 2 agosto 1980 una bomba esplose nella sala d'aspetto della stazione di Bologna. Morirono 85 persone: c'er...
01/08/2026

Alle 10:25 del 2 agosto 1980 una bomba esplose nella sala d'aspetto della stazione di Bologna. Morirono 85 persone: c'erano lavoratori in partenza, famiglie in vacanza, studenti di ritorno da un viaggio. Tra loro, la vittima più giovane aveva solo 3 anni: si chiamava Angela Fresu, viaggiava con la madre Maria verso le vacanze. Di lei non si ritrovò più nulla. Sono passati 46 anni, e l'orologio della stazione segna ancora quell'ora.

"La strage di Bologna", la nuova vignetta di Mauro Biani per L'Espresso

Bastarono un po' di pasta, una spolverata di formaggio e qualche noce di b***o per dimostrare la resistenza ai beceri va...
25/07/2026

Bastarono un po' di pasta, una spolverata di formaggio e qualche noce di b***o per dimostrare la resistenza ai beceri valori del fascismo. È la storia dei fratelli Cervi, che il 25 luglio del 1943 distribuirono piatti di spaghetti (o maccheroni) in bianco agli abitanti di Campegine, nel Reggiano, per festeggiare la destituzione di Mussolini. Il 28 dicembre dello stesso anno i sette fratelli pagarono con la vita la propria resistenza al regime e furono fucilati al poligono di tiro di Reggio Emilia. Oggi, nel 2026, la pastasciutta antifascista è di tutti coloro che credono che non sia sufficiente il populismo per agitare l'odio razziale e che la condivisione - di idee, di memoria e di cibo - possano rappresentare una valida arma contro pregiudizi e discriminazione.

“Pastasciutta antifascista”, la nuova vignetta di Mauro Biani per L’Espresso

Nel dicembre 2025, un libro di 430 anni è stato venduto all'asta in Norvegia per 1,3 milioni di corone (circa 134.000 do...
17/07/2026

Nel dicembre 2025, un libro di 430 anni è stato venduto all'asta in Norvegia per 1,3 milioni di corone (circa 134.000 dollari), diventando il libro norvegese più costoso mai acquistato.
A comprarlo non è stato un museo né un collezionista, ma il calciatore Erling Haaland, insieme al padre Alf-Inge Haaland.
Si trattava dell'unica copia conosciuta ancora esistente dell'edizione del 1594 della Saga dei Re, considerata il più antico libro stampato sulla storia della Norvegia. L'opera racconta le vicende dei sovrani medievali norvegesi, le origini vichinghe del Paese e la sua conversione al Cristianesimo.
Fin dall'inizio Haaland non aveva intenzione di conservarla. Ha deciso invece di donarla alla biblioteca di Bryne, la città in cui è cresciuto, chiedendo una sola cosa: che il libro rimanesse sempre aperto, così che chiunque possa entrare e leggerlo gratuitamente.
«Voglio che tutti possano leggere la storia delle persone provenienti dal luogo da cui provengo anch'io», ha spiegato Haaland, aggiungendo di non essere mai stato un grande lettore, ma di credere che i libri possano aiutare le persone a sognare in grande, scoprire nuove possibilità e trovare la propria strada.

Nel 1902 l'Italia fece una cosa che nessun governo europeo aveva mai fatto: vietò ai propri cittadini di emigrare verso ...
19/05/2026

Nel 1902 l'Italia fece una cosa che nessun governo europeo aveva mai fatto: vietò ai propri cittadini di emigrare verso un intero paese. Non per punire quel paese. Per proteggere chi ci stava già andando a morire di debiti.

Il decreto lo firmò il ministro degli Esteri Giulio Prinetti. Lo chiamarono, appunto, Decreto Prinetti. Nella storia dell'emigrazione italiana — fatta quasi sempre di partenze, dolori e nostalgia — è la pagina che nessuno racconta mai.

Tutto inizia nel 1888, quando il Brasile abolisce la schiavitù. Le fazendas di caffè dello Stato di São Paulo hanno bisogno di braccia. Trovano la soluzione: pagare il biglietto agli italiani. A migliaia, poi a decine di migliaia. Tra il 1887 e il 1902, quasi un milione di italiani attraversano l'Atlantico con il passaggio pagato dai proprietari delle piantagioni.

Sembra una fortuna. Non lo è.

All'arrivo, le famiglie trovano un contratto. Il viaggio pagato diventa un debito. L'alloggio: un altro debito. Gli attrezzi: debito. La farina allo spaccio della fazenda, a prezzi gonfiati: debito. E lo spaccio era sempre del fazendeiro.

Aspetta. Perché il meccanismo è ancora più feroce.

Quei debiti venivano contabilizzati in modo opaco, aggiornati ogni stagione, quasi impossibili da azzerare. E finché il debito restava aperto, il colono non poteva andarsene. Nessuna libertà di movimento. Nessuna via d'uscita legale. Solo lavoro, raccolto, e un saldo che non scendeva mai abbastanza.

Roma non lo sapeva — o preferiva non sapere. Fino al 1901, quando il governo manda nelle fazendas pauliste un ispettore di nome Adolfo Rossi. Il suo compito: vedere come vivono davvero gli italiani là fuori.

Rossi torna con una relazione che fa tremare i muri. Quei lavoratori, scrive, sono schiavi bianchi. Non una metafora retorica: una descrizione tecnica di un sistema che replicava, senza catene visibili, ogni meccanismo della servitù. Debiti impossibili, vincoli contrattuali, isolamento geografico, potere padronale assoluto.

Spoiler: la relazione di Rossi finisce direttamente sul tavolo del ministro Prinetti.

E nel 1902, per la prima volta nella storia italiana, Roma dice no. Vietato emigrare verso il Brasile con il biglietto pagato dai fazendeiros. Niente più gruppi reclutati e spediti oltreoceano senza garanzie. Solo emigrazione spontanea, con verifica consolare.

L'effetto è immediato e misurabile. Nei quindici anni prima del decreto — 1887-1902 — quasi un milione di italiani erano partiti per il Brasile. Nei diciassette anni successivi — 1903-1920 — ne partono 306.000. Un terzo. Il flusso crolla.

L'Italia non ha solo esportato emigranti. Ha anche provato a fermarli, quando capì che dall'altra parte li aspettava una trappola con il contratto da firmare all'arrivo.

In breve:
Nel 1902 l'Italia vietò l'emigrazione verso il Brasile con il Decreto Prinetti.
L'ispettore Adolfo Rossi aveva documentato un sistema di servitù per debiti nelle fazendas di caffè pauliste.
Quasi un milione di italiani erano partiti tra il 1887 e il 1902; dopo il decreto solo 306.000 in diciassette anni.

“Aznalubma”. Per molti è solo una parola strana letta nello specchietto retrovisore. In realtà è una delle intuizioni pi...
19/05/2026

“Aznalubma”. Per molti è solo una parola strana letta nello specchietto retrovisore. In realtà è una delle intuizioni più intelligenti mai entrate nel sistema di soccorso moderno.

Roberto Masieri, storico dirigente dell’Humanitas di Scandicci e figura chiave delle pubbliche assistenze toscane, ebbe l’idea di scrivere “ambulanza” al contrario sul cofano dei mezzi di emergenza, così da renderla immediatamente leggibile agli automobilisti davanti.

Un dettaglio semplice, ma capace di far guadagnare secondi preziosi durante i soccorsi. Un’idea poi adottata in tutto il mondo.

Masieri contribuì anche allo sviluppo della guardia medica, delle ambulanze con medico rianimatore a bordo e della protezione civile toscana.

A volte le innovazioni che salvano vite nascono da chi conosce davvero la strada

Tutti ringraziano Trieste. Ma la rivoluzione era già finita a Gorizia.Il 16 novembre 1961 Franco Basaglia, 37 anni, varc...
15/05/2026

Tutti ringraziano Trieste. Ma la rivoluzione era già finita a Gorizia.

Il 16 novembre 1961 Franco Basaglia, 37 anni, varcò per la prima volta il cancello del manicomio provinciale di Gorizia. Disse che sentiva odore di morte — lo stesso che aveva respirato in carcere da giovane, da antifascista.

Dentro c'erano circa 650 persone. Testa rasata, pigiami identici, nessun effetto personale. Reparti sprangati. Contenzioni meccaniche. Elettroshock senza consenso. Non era una struttura sanitaria: era una struttura di controllo.

Basaglia aveva 37 anni e nessuna intenzione di amministrare quella roba.

Nei mesi successivi cominciò a smontare il sistema pezzo per pezzo. Prima le camicie di forza, abolite. Poi i letti di contenzione, rimossi. Poi i cancelli dei reparti, aperti. Le reti metalliche che separavano il manicomio dalla città — abbattute fisicamente, non metaforicamente.

E poi la cosa più radicale: le assemblee. Pazienti, medici, infermieri, volontari seduti insieme a discutere le regole, i conflitti, i permessi, le dimissioni. Il malato smise di essere un oggetto da custodire. Diventò qualcuno che parlava.

Aspetta, perché qui arriva il bello.

Quell'approccio funzionò. Il numero dei ricoverati cronici a Gorizia cominciò a scendere — in modo consistente, negli anni. Non perché li rimandassero a casa senza supporto, ma perché il modello di cura stava cambiando davvero.

Gorizia divenne un caso. Jean-Paul Sartre venne a visitare il manicomio e ne scrisse. Delegazioni arrivavano da tutta Europa a vedere cosa stava succedendo in questa piccola città di confine.

Nel 1968 quell'esperienza fu raccolta in un libro pubblicato da Einaudi: L'istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico. Un volume corale — voci di pazienti, infermieri, medici, verbali di assemblee — curato da Basaglia con l'équipe goriziana e con Franca Ongaro Basaglia. Scosse l'Europa. Rese visibile quello che si nascondeva dentro i manicomi di mezzo continente.

Spoiler: la storia non finisce a Gorizia.

Dal 1971 Basaglia si spostò a Trieste, dove portò il modello goriziano a scala industriale: Centri di salute mentale territoriali, cooperative di lavoro per i pazienti, case-famiglia. Il manicomio di Trieste fu il primo in Europa ad essere di fatto chiuso, prima ancora che esistesse una legge che lo imponesse.

E quella legge arrivò il 13 maggio 1978 — la legge 180, la prima al mondo a sancire per via legislativa la chiusura dei manicomi come istituzione. Niente più ospedali psichiatrici, niente più ricoveri coatti a vita: solo servizi territoriali, solo persone con diritti.

Senza Gorizia non c'era Trieste. Senza Trieste non c'era la legge 180. Senza la legge 180, l'Italia avrebbe aspettato decenni quello che il resto del mondo avrebbe copiato da lei.

In breve:
Il 16 novembre 1961 Basaglia prese la direzione del manicomio di Gorizia con 650 ricoverati, contenzioni e reparti sbarrati.
In pochi anni abolì la contenzione meccanica, aprì i reparti e istituì assemblee con pazienti e personale — il modello funzionò e i ricoveri scesero.
Quell'esperienza generò il libro L'istituzione negata (Einaudi, 1968) e ispirò la legge 180 del 1978: la prima legge al mondo a chiudere i manicomi.

Il cannolo siciliano esiste da prima degli Arabi. Di 900 anni.Quando qualcuno ti racconta la storia del cannolo, parte s...
19/04/2026

Il cannolo siciliano esiste da prima degli Arabi. Di 900 anni.

Quando qualcuno ti racconta la storia del cannolo, parte sempre dallo stesso punto: le donne dell'harem, il Castello di Caltanissetta, la dominazione araba. È una bella storia. È anche incompleta.

Perché nel 70 a.C. — quando Roma era ancora una repubblica e gli Arabi in Sicilia non ci sarebbero arrivati per altri nove secoli — Cicerone stava già mangiando qualcosa di molto simile.

Cicerone era in Sicilia, a fare il questore. E tra una testimonianza contro Verre e l'altra, si prese il tempo di descrivere per iscritto un dolce. Lo chiamò "tubus farinarius, dulcissimo, edulio ex lacte factus": un cilindro di farina riempito con un dolcissimo composto a base di latte. Se chiudi gli occhi e lo visualizzi, è un cannolo.

Quella è la prima descrizione scritta che conosciamo. Settanta anni prima di Cristo.

La storia dell'harem arriva molto dopo. Il nome Caltanissetta viene dall'arabo Qalʿat an-nisāʾ — "castello delle donne" — e la leggenda vuole che le concubine del castello abbiano inventato il dolce durante la dominazione araba, tra l'827 e il 1091 d.C. È una storia che ha senso, ha fascino, ha un castello con un nome evocativo. Ma arriva quasi mille anni dopo Cicerone.

Aspetta, perché c'è un altro salto temporale.

Il nome "cannolo", quello che usiamo oggi, compare per la prima volta in un dizionario solo nel 1751. Michele del Bono, nel suo Dizionario Siciliano-Italiano-Latino, lo descrive come "pasta delicatissima lavorata a foggia di cannello, pieni di bianco mangiare". Tra la descrizione di Cicerone e quella di Del Bono passano circa 1.800 anni.

Lo stesso dolce, tre civiltà, un solo nome che arriva quasi alla fine.

Il cannolo non è arabo. Non è medievale. È il dolce più antico d'Italia di cui abbiamo traccia scritta — e l'ha documentato un avvocato romano che stava cercando di incastrare un governatore corrotto.

In breve:
Cicerone descrisse nel 70 a.C. un dolce identico al cannolo — 900 anni prima della dominazione araba in Sicilia
La leggenda dell'harem di Caltanissetta (Qalʿat an-nisāʾ, 'castello delle donne') risale all'827-1091 d.C.
Il nome 'cannolo' appare per la prima volta in un dizionario solo nel 1751, quasi 1.800 anni dopo Cicerone

Se você já tentou observar a Mona Lisa bem de perto — a ponto de o olho ou os lábios ocuparem toda a tela…Provavelmente ...
16/04/2026

Se você já tentou observar a Mona Lisa bem de perto — a ponto de o olho ou os lábios ocuparem toda a tela…

Provavelmente já se pegou com uma sensação estranha.

No início, parece que você vai finalmente ver as pinceladas, os traços, as marcas do pincel… mas elas simplesmente não estão lá. Nem uma sequer. Nem a menorzinha.

Isso é desconcertante. Porque não era para ser assim. Qualquer pintura — é feita de pinceladas. Mas aqui… vazio. Suavidade. Como se ela não tivesse sido pintada, mas simplesmente surgido sozinha.

Os cientistas também não conseguiram ignorar esse mistério. Quando a pintura foi examinada com raios X, esperavam ver a estrutura habitual de uma obra pictórica.

Mas, em vez disso, descobriram algo absolutamente inacreditável.

Descobriu-se que a pintura é composta por cerca de 30 camadas ultrafinas de tinta.

E não estamos falando apenas de camadas finas. Cada uma delas tem cerca de 1 micrômetro.

Para você ter uma ideia: um fio de cabelo humano mede cerca de 80 micrômetros.
Ou seja, uma camada de tinta é dezenas de vezes mais fina que um cabelo.

E o mais impressionante — as pinceladas realmente existem.
Mas são tão minúsculas que é impossível vê-las até mesmo com grande ampliação.

Cada traço mede aproximadamente um quadragésimo de milímetro.

Leonardo da Vinci literalmente criava uma malha invisível de microtraços, aplicando-os com uma precisão extraordinária.

Depois, cobria tudo com uma camada ultrafina de tinta.

E de novo. E de novo. Uma camada de traços. Uma camada de tinta.

Trinta vezes seguidas.

E talvez seja exatamente por isso que, quando você olha para o rosto dela… surge a sensação de que aquilo não é apenas uma pintura.

Mas algo vivo, que olha de volta para você.

05/04/2026

Endereço

Foz Do Iguaçu Online
Foz Do Iguaçu, PR
85853190

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