06/17/2026
«L'abbigliamento è una delle prime forme di codifica sociale del genere. Esiste una fascia di abbigliamento legata all'infanzia e una legata all'adolescenza, alla persona adulta. Quando si confondono questi livelli, si manda un messaggio preciso». A Leggo, lo afferma la dott.ssa Claretta Femia, consigliera e referente CNOP per l'infanzia, parlando del fenomeno dell'ipersessualizzazione delle bambine.
«L'estetica è la parte meno rilevante di tutto il discorso», osserva Femia. «In pre-adolescenza si iniziano a mettere i mattoncini per costruire la propria identità. Il corpo è una parte di quell'identità, è la prima parte che mostriamo al mondo. Il rischio dell'abbigliamento ipersessualizzato è che quella parte diventi l'unica che conta. Che la bambina impari a valutarsi in base all'aspetto esteriore invece che sulle proprie competenze, sulle relazioni, sulle sue capacità nel gioco».
C'è una frase della dottoressa Femia che vale la pena portarsi a casa. Era una domanda tecnica – le conseguenze cliniche dell'ipersessualizzazione precoce si vedono subito o dopo? – e la risposta è stata questa:
«Quello che stiamo facendo adesso, lo vedremo qualche anno dopo».
Non è una condanna. È una bussola.
L'abbigliamento che compriamo oggi, i complimenti che facciamo oggi, i modelli che offriamo oggi non producono effetti immediati e visibili. Producono una direzione. E la direzione, dice Femia, dovrebbe essere una sola: «Far sì che il bambino possa mantenere uno spazio di gioco, di costruzione di identità, anche non sessualizzata precocemente. I bambini sono delle piccole persone, non degli oggetti. Sono dei piccoli soggetti».
Un soggetto non ha bisogno di essere ammirato. Ha bisogno di spazio per diventare.
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