La Casa delle Libellule Nido in Famiglia

La Casa delle Libellule  Nido in Famiglia Nido in famiglia di Erika Pilan
Servizio educativo alla prima infanzia con ispirazione all’educazione in natura…

04/06/2026

🌿 UN ADULTO AUTOREVOLE.
IL POTERE D'AMORE DEI NO.

C'è una convinzione che attraversa spesso le pratiche educative contemporanee. L'idea che educare con rispetto significhi lasciare fare. Che accogliere significhi non porre limiti. Che una disciplina gentile coincida con l'assenza di confini. Che amare significhi evitare ai bambini ogni frustrazione, ogni protesta, ogni lacrima.

Eppure una pedagogia rispettosa non è assenza di limiti.
Al contrario.

Crescere non significa incontrare un mondo senza confini. Significa incontrare adulti capaci di offrire riferimenti chiari, coerenti e affidabili.

🌱 Un bambino o una bambina non hanno bisogno di un adulto che dica sempre sì.
Hanno bisogno di un adulto che sappia quando dire sì e quando dire no.
Hanno bisogno di un adulto che non abbia paura delle emozioni intense.
Di un adulto capace di restare presente quando emergono rabbia, delusione, tristezza o frustrazione.
Presente non per spegnere quelle emozioni. Non per eliminarle. Ma per accompagnarle e attraversarle insieme.

Perché porre un limite non significa punire. Non significa esercitare potere. Non significa pretendere obbedienza.
Un limite è una forma di attenzione e amore.
È una bussola che orienta il bambino nella scoperta del mondo.

Attraverso i limiti il bambino scopre che esistono altre persone, altri bisogni, altri tempi e altri spazi. Scopre che non tutto ciò che desidera può essere disponibile immediatamente. Scopre che la convivenza richiede reciprocità e rispetto.

🌿 I limiti, quando sono chiari, coerenti e accompagnati dalla relazione, generano sicurezza. Perché ciò che è prevedibile diventa sicuro. E ciò che è sicuro permette al bambino di esplorare, imparare e crescere.

Spesso noi adulti viviamo il pianto, la rabbia o l'opposizione come qualcosa da interrompere rapidamente. A volte perché ci mettono in difficoltà. A volte perché risvegliano parti della nostra storia. A volte perché temiamo il giudizio degli altri.

Ma se osserviamo con gli occhi del bambino, possiamo accorgerci che ciò che rassicura profondamente non è ottenere sempre ciò che si desidera. Ma è sapere che accanto c'è un adulto stabile. Un adulto autorevole. Un adulto che riesce a rimanere saldo anche quando le emozioni diventano intense.

Un adulto che non cambia continuamente direzione.
Che non passa dal no al sì per sfinimento.
Che non minaccia.
Che non ricatta.
Che non umilia.
Un adulto che rimane presente anche quando il bambino è travolto dalla propria tempesta emotiva.
E se talvolta sbaglia? Se urla? Se perde la pazienza?
Non è la perfezione a costruire sicurezza emotiva. È la capacità di riconoscere l'errore, tornare, riparare e riconnettersi.

🌱 Il vero compito educativo non è evitare la frustrazione.
È aiutare il bambino a scoprire che può attraversarla senza perdere la relazione.
Che può essere arrabbiato senza perdere l'amore dell'adulto.
Che può protestare senza essere rifiutato.
Che può sentirsi deluso senza essere lasciato solo.

È qui che nasce la sicurezza emotiva. Non dall'assenza dei limiti. Ma dalla presenza di limiti accompagnati da connessione, ascolto e cura.

🪷 Perché ogni No pronunciato con amore, presenza e consapevolezza può trasformarsi in uno dei più grandi Sì che offriamo alla crescita di un bambino.

Un Sì alla sicurezza.
Un Sì alla relazione.
Un Sì alla fiducia.
Un Sì alla vita.

Atelier della Pedagogista

26/05/2026

✨ IMPARARE NON SIGNIFICA STARE SEDUTI.

“Nei bambini, il piacere di imparare è condizionato dal piacere dell’esperienza, della creazione. Ma è anche condizionato a una relazione: quella dell’adulto che li stima, che li ama.”
Bernard Aucouturier

Ci sono riflessioni nei servizi educativi 06 (e non solo…) che forse dovremmo avere il coraggio di farci più spesso.
Perché sentiamo il bisogno di verificare continuamente che i bambini e le bambine stanno apprendendo?
Perché ci rassicura una bambina o un bambino seduto composto al tavolo?
Perché ci sembra più “educato” un bambino che completa una scheda rispetto ad uno che si arrampica, trasporta sassi, costruisce progetti, mescola acqua e terra, si nasconde, osserva una formica o inventa un gioco?

Forse perché ciò che è ordinato, silenzioso e composto ci dà l’impressione di controllo.
Ci rassicura.
Ci rende visibile e verificabile ciò che pensiamo sia apprendimento.

Ma l’apprendimento nella fase 06 non nasce dal controllo. Nasce dall’esperienza. Nasce dall’errore. Nasce dalla fantasia e curiosità.

Nei primi 7 anni di vita il bambino e la bambina non apprendono attraverso spiegoni, attività a tavolino o schede prescolastiche.

Apprende attraverso il corpo. Attraverso mani, piedi, occhi, pelle che incontrano il mondo. Equilibri. Rischi calcolati.

Ogni volta che si rotola, spinge, cade, osserva, si sporca, confronta, riprova, attende, sperimenta, modifica un’azione… il cervello costruisce potenti connessioni neuronali.
Organizza significati.
Integra esperienza, sensorialità, emozione e pensiero.

Eppure continuiamo spesso a proporre:
💡 tempi lunghi seduti
💡 rituali molto direttivi e rigidi
💡 attività uguali per tutti
💡 esperienze strutturate di grande gruppo
💡 schede prescolastiche e prodotti finali
💡 feste, recite perché “si è sempre fatto così”
💡 consegne che lasciano poco spazio all’iniziativa

Come se l’apprendimento fosse qualcosa che va messo dentro. Ma il bambino non è un contenitore. Non è un soggetto passivo.

È un organismo vivo che apprende agendo. L’apprendimento è una fiamma che nasce dentro. Una fiamma che cresce quando il bambino sente piacere nell’esplorare, nel creare, nel sentirsi competente e libero di tentare. E riprovare. Distruggendo per ricostruire.

Il compito dell’adulto non è accendere continuamente quella fiamma dall’esterno.
Non renderla dipendente a approvazioni continue, premi, stelline o sistemi che rischiano di spostare il bambino dal desiderio di conoscere… al bisogno di essere approvato.

È custodirla. Proteggerla.

Tali riflessioni non significano eliminare drasticamente ogni proposta.

Significa farci più domande, porci di più in ricerca ed osservazione dei bambini e delle bambine. Significa attivare riflessività nel team:

🌿 Quel rituale pensato in quel modo sostiene davvero il bisogno del bambino o risponde soprattutto al bisogno adulto? Quale bisogno nasconde?
🌿 Quell’attività apre possibilità o restringe a obiettivi didattici rigidi?
🌿 Quella scheda che sto proponendo nasce da un rilancio successivo ad un’esperienza corporea vissuta o sostituisce l’esperienza?
🌿 C’è abbastanza corpo e movimento dentro la giornata?
🌿 C’è abbastanza scelta e spontaneità dei bambini e delle bambine?
🌿 C’è abbastanza tempo dedicato alla non produzione, alla noia, alla spontaneità, al non controllo adulto?
🌿 Quanto tempo l’adulto docente/educatore osserva in una posizione di ascolto?

Perché nei servizi 06 il rischio è fare troppe attività e troppo poche esperienze.
Un bambino che corre, osserva, trasporta, costruisce, smonta, gioca simbolicamente, esplora materiali destrutturati… sta facendo qualcosa di molto serio.
Sta organizzando il pensiero.
Sta accompagnando le intelligenze e la ricerca scientifica.
Sta costruendo il senso di competenza.
Sta conoscendo il proprio corpo ed integrando le sensorialità.
Sta apprendendo.

Perché l’apprendimento non sempre lascia un foglio da portare a casa e da mostrare.
Spesso lascia tracce invisibili che hanno necessità di essere attentamente documentate per diventare testimoni di processi.

Atelier della Pedagogista

25/05/2026

🌱 PERCHÉ NON MI PIACE CHIAMARLO “SPANNOLINAMENTO”?

Le parole che scegliamo non sono mai neutre.
Creano immagini. Aspettative. Modi di accompagnare i bambini e le bambine.
Posture dell’adulto.

Per questo scelgo di non usare la parola spannolinamento e percepisco questo termine come riduttivo quando viene utilizzato per descrivere questo delicato passaggio da parte di professionisti dell’educazione, pedagogisti, famiglie…

Perché dentro questa parola sento un movimento che parte dall’adulto.
Come se il compito fosse togliere qualcosa. Come se il centro del processo fosse l’azione dell’adulto più che il tempo interno del bambino. Come se il cambiamento dipendesse soprattutto da una decisione esterna. Come se bastasse scegliere il momento giusto, applicare il metodo corretto o essere abbastanza costanti.

Ma il passaggio dal pannolino alle mutandine, nella mia esperienza pedagogica, racconta altro. Non è qualcuno che toglie. È qualcuno che lascia.

Un bambino e una bambina non diventano autonomi perché noi eliminiamo il pannolino. Diventano autonomi quando il loro corpo inizia a sentire, quando la mente comprende, quando il cuore si fida. Quando percepiscono dentro di sé: “Posso.”
Quando accanto ci sono adulti che sanno attendere e avere fiducia nel corpo, nella mente e nel cuore del bambino e della bambina.
Quando accanto c’è un contesto che fa sentire al sicuro, che accoglie con gentilezza, senza giudizio e senza quelle forme sottili di umiliazione che troppo spesso passano inosservate.

E allora il pannolino non viene tolto. Viene lasciato.
Non per compiacere l’adulto.
Non per rispettare una stagione (sia meteorologica sia della vita).
Non per entrare in una tabella di marcia della crescita.

Ma perché corpo, emozioni, relazione e desiderio iniziano ad allinearsi.

Perché a volte le parole non servono solo a nominare.
Custodiscono un’immagine di bambino.
E da quell’immagine nascono e prendono vita i nostri gesti educativi e le nostre posture educative.

Atelier della Pedagogista

09/05/2026

🌿 “BASTONE E CAROTA”

Una frase antica. Quotidiana. Apparentemente innocua.
Eppure… profondamente rivelatrice.

Quante volte la sento ancora oggi nei servizi educativi, nelle scuole, nelle famiglie, tra adulti? Come se fosse una strategia equilibrata. Come se contenesse una forma di “buon senso educativo”.

E questa settimana mi ha profondamente colpita quanto questa espressione continui ad abitare il linguaggio comune. L’ho ascoltata pronunciare da adulti, giovani, docenti, educatori.
Con naturalezza. Quasi con leggerezza.

“Ci vuole il bastone e la carota.”

💡 E allora mi sono fermata a pensare.
A quanto siamo ancora emotivamente ciechi davanti alla violenza simbolica contenuta in questa immagine. Perché il bastone, anche quando viene nominato metaforicamente, continua a raccontare qualcosa di molto preciso: l’idea che per educare serva incutere paura.
Che per orientare qualcuno serva colpire, minacciare, controllare. Far sentire dolore.
Che la relazione possa reggersi sulla coercizione.

Eppure il bastone non genera crescita.Anzi.
Genera adattamento.
Sottomissione.
Ipervigilanza.
Timore.
Reverenza.
Disconnessione da sé.
Risentimento.
Violenza.

🌱 Da una parte la paura: evitare una punizione.
🌱 Dall’altra la ricompensa: ottenere qualcosa. Una carota.

Due strumenti diversi… con la stessa radice: il controllo del comportamento attraverso leve esterne.
In entrambi i casi, ciò che si muove non è il senso interno del bambino, ma la sua adattabilità all’adulto.
Ma quindi: stiamo educando o stiamo addestrando?
➡️ E soprattutto a quale Prezzo Emotivo?

Essere guida non attraverso la relazione, ma attraverso condizionamenti fa sì che il bambino e la bambina imparino presto a orientarsi non su ciò che sente o comprende, ma su ciò che conviene:
“Cosa devo fare per essere approvato?”
“Cosa devo evitare per non essere punito?”
Si educa alla furbizia.

È una dinamica che parla di Pedagogia Nera: un sistema che, anche inconsapevolmente, porta il bambino a rinunciare a parti di sé pur di mantenere il legame con l’adulto.
Eppure questa logica continua a essere tramandata.
Perché “funziona”.
Sì. Funziona.
Ma su quale piano?
Funziona nel breve termine.
Nell’immediato.
Produce obbedienza e addomesticamento.
Riduce la vitalità.

Ma non costruisce:
- consapevolezza
- responsabilità
- autoregolazione
- senso interno
- autostima
- autonomia
🌿 Non costruisce soggettività.

Un bambino può smettere di fare qualcosa perché ha paura. Oppure può trasformare quel comportamento perché è stato compreso, contenuto, accompagnato.

Sono due percorsi radicalmente diversi.

Nel primo caso, l’adulto ottiene controllo.
Nel secondo, costruisce presenza, amorevolezza e radici.
E ciò richiede molto più del “bastone e carota”. Richiede un adulto che sa stare.
So-stare.

Che tollera la fatica.
Che accoglie la vulnerabilità. Sua e dell’altro.
Che non cerca scorciatoie.
Che non ha bisogno di vincere la relazione.
Che se sbaglia, cade in errore, perde connessione, ripara sempre.

🌿 Un adulto che sceglie di incontrare, non di controllare.
Perché educare non è ottenere obbedienza.
È accompagnare anche silenziosamente la costruzione di un essere umano.

Atelier della Pedagogista

30/04/2026

Ci raccontiamo spesso una storia semplice, comoda, che impoverisce:
che le scuole cosiddette “alternative” nascano dalla rabbia,
dal bisogno di opporsi,
dal desiderio di dire no.
A volte è vero.
Ma fermarsi lì è come guardare un seme
e pretendere di capire il bosco.
Perché dentro molte di queste esperienze
non c’è solo un “contro”.
C’è un “per”.
Per i bambini, per la loro fioritura,
per un’idea di educazione che prova a tenere insieme
corpo, emozioni e pensiero.
C’è un diritto, prima di tutto.
Un diritto garantito dalla nostra meravigliosa Costituzione.
Un diritto antico e semplice:
quello delle famiglie di essere responsabili
all’educazione dei propri figli,
Non solo delegare,
ma scegliere, costruire, dare cura.
E forse, se oggi queste realtà si moltiplicano,
non è solo per moda
ma per memoria.
Perché tanti adulti portano dentro
un’esperienza di scuola che non ha nutrito,
che ha chiesto adattamento più che espressione,
che ha associato il sapere alla fatica
più che alla meraviglia.
Perchè i figli ci sono stati dentro la scuola statale
e lì coltivavano ansia ed inadeguatezza
E allora cercano altro.
Non una fuga,
ma una possibilità.
Da secoli, queste scuole sono anche laboratori.
Luoghi forse fragili, sicuramente imperfetti, a volte contraddittori,
ma capaci di aprire strade
che poi, lentamente, arrivano anche nella scuola statale.

Quando abbiamo aperto l 'Asilo nel Bosco,
il cui seme è ancora vivo nell'Escuelita e nella scuola del Mare,
a dispetto di chi racconta il contrario, scambiando un'idea con un logo o un brand,
vedere bambini fuori dalle aule era raro.
Oggi migliaia di bambini imparano con il cielo come tetto,
e nascono reti di scuole pubbliche all’aperto.
Non è una moda.
È un movimento che racconta un bisogno profondo.
Certo, esiste anche l’improvvisazione.
Esiste ovunque ci sia vita.
Ma accanto a questo
c’è, nella maggior parte dei casi,
una competenza pedagogica viva,
in dialogo con le neuroscienze, con la psicologia,
con l’osservazione quotidiana dei bambini.
E ci sono maestri.
Che studiano, sperimentano, sbagliano, riprovano.
Che spesso lavorano senza i giusti riconoscimenti,
senza sostegno,
tenuti in piedi più da una visione
che da un sistema.
Continuare a leggere tutto questo
con le vecchie lenti —
scuola pubblica contro scuola privata,
per pochi contro per tutti —
è forse il modo più veloce per non capire.
La realtà è più complessa,
più scomoda,
ma anche più ricca,
e non la si puo' cogliere se sudditi di ideologie
Forse è tempo di uscire dalle tifoserie.
Di abbassare il volume dei pregiudizi
e alzare quello delle domande.
Non per difendere modelli,
ma per far crescere l’educazione.
Quella vera.
Quella che riguarda tutti.
Perché alla fine
non si tratta di scegliere da che parte stare,
ma di chiederci, con onestà:
da che parte stanno i bambini.

22/04/2026

Ci preoccupiamo che sappiano tutto del mondo
e quasi nulla di sé.

Pretendiamo risposte
senza aver insegnato ad ascoltarsi.

Alleniamo la memoria,
ma trascuriamo il cuore che dovrebbe guidarla.

E così crescono brillanti fuori
e fragili dentro.

La scuola che evolve
non è quella che aggiunge contenuti,
ma quella che coltiva radici:

autostima, empatia, pensiero critico, etica, resilienza.

Perché un bambino che sa chi è
imparerà tutto il resto.

Il contrario
non è affatto garantito.

Un po’ di noi ❤️un po’ di Casa delle Libellule 💜 con la Natura 💚e la magia 🪄 che ci trasmette ogni giorno 💫☀️           ...
22/04/2026

Un po’ di noi ❤️
un po’ di Casa delle Libellule 💜
con la Natura 💚
e la magia 🪄
che ci trasmette ogni giorno 💫☀️
🍓Gratitudine 🌸

15/04/2026

Non li portiamo fuori
perché “si fa”.
Non per moda.
Non per sentirci dalla parte giusta.

Li portiamo fuori
perché li guardiamo.

E quando li guardi davvero
ti accorgi che in natura
non cresce solo il corpo.
Respirano più larghi.
Sentono più profondo.
Pensano più liberi.

Sotto un tetto di cielo
le dimensioni si incontrano:
corpo, emozioni, pensiero.
E smettono di chiedere permesso.

Ci chiamavamo Asilo nel Bosco.
Per qualcuno eravamo
quelli degli alberi e del fango.
Per altri, una moda da imitare.

Abbiamo cambiato nome.
Non per allontanarci dalla natura,
ma per avvicinarci di più
ai bambini.

Perché la natura
non è un’etichetta da indossare.
È una scelta pedagogica.

E non è un obbligo.
È una possibilità.

Da scegliere ogni giorno,
non guardando il nome,
ma guardando loro. 🌿

16/03/2026

In Natura tutto é gioco e la fantasia dei bambini e bambine si arricchisce e i sensi esplorano …. Pranzo di amenti di nocciolo pronto ! 😋
Erika Pilan
La Casa delle Libellule Nido in Famiglia

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36040

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