24/03/2026
Pubblichiamo su questa pagina uno scritto di Antonio Piccinno, geometra, studioso del territorio, uomo che ha legato la propria vita alla ricerca e alla tutela dei luoghi del Salento. Per anni ha lavorato anche in ambito universitario, nel Dipartimento di Archeologia dell’Università del Salento, e questa formazione si riconosce nel suo modo di osservare, preciso, paziente, mai improvvisato.
A Taviano Antonio Piccinno è stato un riferimento vero per chi ha creduto nella difesa del paesaggio, della memoria storica, delle chiese rupestri, dei percorsi naturalistici e archeologici. È stato tra i primi a dare forma, qui e nel Sud Salento, a un impegno organizzato di tutela, anche attraverso Italia Nostra, quando non era affatto facile sostenere certe battaglie e quando spesso si restava soli.
Accanto a questo lavoro pubblico c’era un’altra opera, silenziosa e impressionante. Nella sua casa di via San Martino aveva costruito, negli anni, un archivio personale ordinatissimo, libri, riviste, manifesti, cartoline, documenti, materiali che raccontano paesi, contrade, iniziative, storie minute e grandi. Non era un accumulo, era custodia, e Antonio sapeva ritrovare e spiegare ogni cosa, come chi conosce il valore di un foglio, di una fotografia, di una parola.
La città di Taviano conserva anche un segno concreto del suo gesto più generoso. Antonio Piccinno ha donato al Comune, senza chiedere nulla in cambio, una raccolta di opere d’arte di pittori salentini, oggi custodita nella Pinacoteca Antonio Piccinno. È un bene prezioso non solo per il valore economico, ma per il valore immateriale, perché in quelle tele c’è un pezzo di Salento visto e interpretato dai suoi artisti migliori.
Il testo che segue viene riproposto integralmente. È una pagina di memoria locale, Taviano come zona militarizzata, i segni del regime, le opere di difesa tra paese, serra e marina, e un episodio di campagna che racconta la fame e il coraggio. È il modo più semplice e più serio per far conoscere Antonio Piccinno, lasciando parlare le sue parole e il suo metodo.
Taviano nell’ultima guerra era considerato zona militare. Il responsabile comandante dei soldati (c’erano italiani, polacchi, ebrei, reduci di diverse regioni italiane) era il maestro Porcari Giuseppe, maestro di Scuola Elementare, e abitava in via Giacomo Puccini.
Alcuni anziani di quel regime ricordano ancora che sul fronte del Palazzo Marchesale Caracciolo –De Franchis, in alto a destra, guardando l’ingresso, c’era scritta in rosso sin dal 1923 a caratteri cubitali e poi fatta cancellare nel 1940, la seguente frase: “ ….E’ L’ARATRO CHE TRACCIA IL SOLCO E LA SPADA CHE LO DIFENDE….”
E ancora (su di un’antica cartolina) su di una parasta, dell’ingresso della chiesa San Martino, a destra c’era una decalcomania del volto di Benito Mussolini.
Altre frasi o motti fascisti erano presenti su altri palazzi che purtroppo sono andate perdute.
In molte zone del territorio erano presenti difese militari: fossati anticarro, barricate fatte da sassi, mentre nella Marina di Mancaversa e sulla serra erano stati costruiti sia “bunker” (ricovero militare seminterrato in cemento armato) e camminamenti (trincee).
Lungo la via che portava ad Alezio e via Melica era stato costruito e scavato, nel senso Ovest-est, uno sbarramento, ossia un grande fossato, rimasto incompleto per la presenza dell’acqua di falda.
L’altro un po’ più grande in lunghezza era stato costruito nelle vicinanze della “Masseria li Giannelli” di proprietà degli eredi Caracciolo, principe di Melissano, alla marina di Mancaversa.
Una piazzola in cemento armato, invece era stata costruita presso la Masseria “Li Specchi” sulla collina del Comune di Racale a m. 104 s.l.m. per installazione di un pezzo di artiglieria a lunga gettata (Zona Faro).
Oltre a queste opere di difesa, altre con interventi più drastici e pericolosi, furono messe in atto in contrada “Rine” sulla via di Matino, nella proprietà del sig. Burlizzi Giovanni tenuto in colonia dalla famiglia Massaro Giuseppe (soprannominato “murtaddhuzzu”) dove il colono Massaro coltivava una vasta superficie a verdure con la presenza di moltissimi alberi da frutta e vigneti di diversa qualità.
Durante questo periodo di militarizzazione, con tante opere di antidifesa previste su tutto il territorio di Taviano, la famiglia Massaro fu bloccata nella coltivazione del fondo “Rine” perché le forze armate che stanziavano a Taviano, comandate dal Capitano Maselli (comandante della compagnia del genio artificieri) avevano 100 mq minato con mine anticarro, senza localizzare il posto ossia la fascia di terreno che mesciu Massaro coltivava che era una vasta superficie a verdure con la presenza di moltissimi alberi da frutta e vigneti di diverse qualità.
Dato che l’operazione di disattivarle si prolungava a lungo e la famiglia Massaro sentiva la necessità di lavorare per procacciarsi un sostentamento economico (c’era tanta, tanta fame!….) Mesciu Adamo, il più grande dei figli di Giuseppe, uno dei più attivi coltivatori; avendo fatto un corso premilitare come giovane “balilla” nel battaglione dei moschettieri (1941-1943) e aveva appreso il mestiere come intervenire militarmente in certe circostanze.
Dopo l’armistizio mesciu Adamo, preso dall’impeto di fare l’eroe decise di recarsi nella zona minata disinnescando tutte le mine sepolte togliendo loro le capsule o spolette rendendole inoffensive.
Trascorsi alcuni giorni si presentarono i soldati del genio-guastatori per sminare l’area interessata e resa pericolosa e si accorsero che il lavoro ( di sminamento ) era stato anticipato per cui il colono, per il coraggio avuto si prese un encomio con pergamena dal comandante per aver liberato la zona da un pericolo insidioso, salvando contemporaneamente delle vite umane del luogo, soprattutto bambini e anziani, che all’insaputa frequentavano di notte quella campagna per procurarsi da mangiare furtivamente.
Taviano-Antonio Piccinno
(ex pensionato statale del Dipartimento di
Archeologia dell’Università del Salento –Lecce)