20/06/2024
L’intuizione di Still aveva risvolti ancora più radicali, perché destabilizzava l’idea cristiana che vedeva in Dio un padre antropomorfo situato nei cieli, onnipotente, onnipresente e onnisciente, da un lato misericordioso e compassionevole e dall’altro iroso e vendicativo, imperante sul mondo naturale e ad esso superiore. Still preferiva una divinità più somigliante a quella di Giovanni «perché come è lui, così siamo anche noi, in questo mondo». Simili, ma non uguali. Still stava maturando una concezione del divino che aveva molte analogie con quella degli Shawnee: un Grande Spirito il cui potere sacro e incomprensibile pervade la creazione, impregnando di infinita saggezza tutte le cose animate e inanimate.
Quando applicò questo concetto alla medicina ogni cosa acquistò un senso. In quel fatidico momento di consapevolezza Still afferrò quella che avrebbe descritto come «la verità immutabile su cui si basano l’origine e la cura della malattia».
Vide che le «leggi di Dio» regnano sia sul corpo sia sulla mente, che il grande mistero della creazione permea ogni fibra dell’essere umano, che ogni espressione anatomica, fisiologica, biochimica, emotiva e comportamentale è regolata da una natura perfetta, per cui ogni cellula vivente cerca costantemente di esprimere quella qualità ineffabile che chiamiamo salute.
Salute e malattia potevano essere considerate come due forze opposte interagenti: quelle spirituali che generano ordine e quelle materiali - le alterazioni fisiche - che generano disordine. E d’improvviso gli fu chiaro perché il suo nuovo approccio clinico funzionava: tutte le cellule viventi si sforzavano costantemente di esprimere la perfezione della natura.
“Dalle aride ossa all’uomo vivente” John Lewis