26/01/2022
Recensione a cura di Rossella Amato dal romanzo "Gli Estivi" di Luca Ricci, edito Nave di Teseo
Leggiamoci ritorna con lo spazio Recensioni. Stasera abbiamo come protagonista il romanzo di Luca Ricci, autore originale, ironico, a tratti sprezzante.
“Gli Estivi” fa parte di una quadrilogia edita dalla Nave di Teseo e non è un romanzo che lascia dubbi sulla professionalità di questo autore che scrive senza farsi condizionare dal pubblico. A Ricci è concessa la libertà di infischiarsene del lettore e di non dover compiacere nessuno mentre scrive, colpendo a destra e sinistra alcune categorie, come editori, lettori, e perché no? Anche gli scrittori. Questo raro anticonformismo ci piace.
Gli Estivi ha un incipit potente, diretto là dove ogni anima va a precipitare: l’amore ideale visto da chi come il protagonista, superati i cinquant’anni, vive imprigionato in un matrimonio che ha perso il senso e la ragione, nonostante la moglie Ester sia colta e simpatica. Come se il vero problema fosse il matrimonio e non chi ci abita.
Tutto il romanzo, al netto di alcuni eventi collaterali come la morte dell’amico Lello editore indipendente, la malattia di Sabrina e le allucinazioni ad occhi aperti del protagonista provocate dagli antidepressivi, è fondato su questo: sull’analisi che parte dal punto di vista di un io narcisista e decadente; su come il tempo riesca a logorare ogni rapporto umano, sia esso di amicizia, amore o lavoro e di come tutti vivano portando una maschera.
Nessuno scampo, nessuna eccezione nemmeno per lei, Teresa, la ragazza che incarna la giovinezza, la perfezione, l’austerità che tale non è. Incontrata per caso al Circeo in una notte di San Lorenzo, Teresa viene dipinta e immaginata come il desiderio inespresso di un uomo che non manca di nulla, a parte l’amore e la gioventù: “In quel momento ti materializzasti come il desiderio di infedeltà perfetto, come l’amore ideale. La libertà”. “Superba, incantevole, non eri per nulla estiva”.
Così, in una prima estate, "benedetta o maledetta" che sia stata, e nelle quattordici che seguiranno in una ruota di ossessione e smarrimento, Teresa si rivelerà per quello che è: non diversa dalle altre, non migliore. “È una gatta morta”, dirà di lei il protagonista che nel suo profondo vive tra il volerle dire “Ti amo” e il volerla possedere “a quattro zampe come una bestia da soma, tirandole i capelli”.
Lui. il protagonista senza nome, scrittore di professione, mentre aspetta di trovare l’ispirazione per il suo prossimo romanzo di successo (perché l’idea giusta si trova e non si cerca), vive tormentato dal disinteresse di Teresa. “Io ti guardavo e tu non mi guardavi mai” è l’espressione sintetica di un rapporto che è finito senza mai iniziare. Un non-rapporto, basato solo sulla malinconica speranza di rivederla anno dopo anno, in estate. In fondo l’amore per Teresa non è un pensiero continuo ma una parentesi dalla realtà, dalla noia, dalla stabilità del matrimonio. È una fuga, come l’estate appunto, in cui tutto rimane sospeso e perde spazio e tempo, nella calura offuscata dal caldo.
Ricci ci presenta col protagonista un uomo, un tempo “sfacciato e sicuro”, che ha perso slancio e audacia, che ama la comodità e la lentezza. Un uomo depresso che si rasserena, o almeno così pare, solo nel momento in cui smaschera Teresa. Lei, la donna scultorea apparentemente estranea alle perversioni, si svela ritratta in una specchiera, telefono alla mano. Credendo di non esser vista, si denuda un seno in posa per un selfie ":p***o", per attirare l’attenzione di qualcuno, che non è suo marito. È un qualcuno che rimane segreto, ma potrebbe essere chiunque, perché alla fine più di tutto le donne vogliono essere desiderate da tutti gli uomini possibili, (gli uomini, a detta di Ricci, “vogliono più di tutto un po***no infinito”).
Nel momento della scoperta, il deluso protagonista è ridotto al ruolo di gu****ne ancora una volta, come tanti anni prima con la “troia rock,” come nei sogni allucinati in cui sua moglie Ester si denuda e si svende agli automobilisti in coda nel traffico, solo per protesta contro l’infelicità coniugale (sogno e metafora del vero). È gu****ne nel momento in cui cerca di distogliere l’attenzione dal matrimonio di Teresa con un uomo anziano almeno quanto lui, con la voce vezzosa e i modi effeminati, assai lontano dall’idea del maschio dominante che il protagonistasostiene. Gu****ne nel momento in cui si delizia a masturbarsi di fronte alla dirimpettaia, figlia del vicino di casa, con la quale crede di aver instaurato una routine erotica di cui solo lui in realtà è cosciente. Gu****ne rispetto ai suoi veri desideri quando sceglie di appartarsi al porto con Sabrina e la usa come doppione di Teresa. Si guarda mentre agisce al di fuori di sé, come se un altro “che mi somigliava aveva preso il mio posto e aveva invitato Sabrina al porto… Ecco davanti due ragazze. La prima è ciò che vuole, la seconda un modesto doppione, con codardia consapevole sceglie la seconda”.
Qui viene fuori il talento di Ricci, mentre descrive con uno stile chirurgico il fallimento dell’uomo. Fallimento che non risiede nel tentare e non riuscire, ma nella scelta “di non partecipare per poter dire di non aver perso, di non essere stato rifiutato”.
Stare a guardare, restare comodo, non sciupare quel logoramento coniugale che sembra essere la fine della felicità è la vera sconfitta, la vera scelta che rende un amore impossibile. Perché l’amore non conosce comodità e non ammette stanchezza, vuole pazienza e dedizione. Un amore finisce quando la coppia smette di avere voglia di ciò che ha già avuto. In questo, Teresa è il nuovo, l’imprevisto, “il terremoto”, laddove invece Ester è il vecchio, la consolazione, la stabilità, “l’atto di fondazione”, rivendica del possesso.
Di terremoti non si vive. L’amore, in fondo, ammetterà l’autore per mezzo del protagonista, non è roba per i codardi, non è per la ritrosia. L’amore come quello "di Romeo e Giulietta" è dall’inizio alla fine. Questo senso pavido della vita fa sì che nulla cambi, che tutto si ripeta come le stagioni, tra realtà e sospensione.
L'estate diventa parentesi alla realtà, “una specie di sospensione che metteva in pausa le attività ordinate, concrete della vita di ciascuno, l’estate era l’allucinazione annuale che il consorzio umano aveva concordato per dare un senso al resto dell’anno”. Bisogna sopravvivere all’estate così come alla mancanza d’amore, come all’avanzare della vecchiaia.
Cosa ho detestato: l’uso di certi verbi, come sc***re ad esempio. Triviale, rozzo, ripetuto allo stremo come a volerne sottolineare la pesantezza. Cosa ho amato di più: l’onestà del pianto del protagonista rifiutato dalle labbra serrate di Teresa nell’unico tentativo di dare sostanza a quel rapporto evanescente che sopravviveva da troppe estati.
“Ecco cosa non invecchiava in un uomo: il pianto.”