Il Filo del Gioco - Psicomotricità

Il Filo del Gioco - Psicomotricità Servizio di Pratica Psicomotoria per bambini e bambine da 0 a 11 anni, a Ravenna.

Svolgiamo attività di psicomotricità in piccoli gruppi educativi e di prevenzione o aiuto educativo individuale.

••••••IL VALORE SIMBOLICO DEL SALUTO••••••LA CONCLUSIONE DI UN PERCORSO PSICOMOTORIO È UN MOMENTO CHE RICHIEDE CURA E ST...
02/08/2026

••••••IL VALORE SIMBOLICO DEL SALUTO••••••

LA CONCLUSIONE DI UN PERCORSO PSICOMOTORIO È UN MOMENTO CHE RICHIEDE CURA E STRUMENTI CAPACI DI SOSTENERE L'ELABORAZIONE DELLA SEPARAZIONE.
Eli, bambina di sei anni, oggi ha chiuso il suo cammino psicomotorio: la sua famiglia si trasferirà in un’altra città per motivi professionali.
Al momento del saluto, Eli non sceglie le parole.
Sceglie un disegno.
Un gesto che appartiene profondamente al linguaggio psicomotorio: un modo di rappresentare ciò che è stato, ciò che resta e ciò che si sta trasformando.
Appaiono subito due case, come identità distinte ma in relazione, unite da una stradina che collega le porte.
Entrambe sono dotate di antenna: simboli di comunicazione, strumenti che ricevono e trasmettono, che mantengono un canale aperto anche nella distanza. Le finestre sono occhi: due case che si guardano, che si riconoscono. La collocazione dei nomi è particolarmente significativa, il nome di Eli è sul tetto della sua casa.
Una posizione alta, esposta, orientata verso il cielo.
È il segno di un’identità che si affaccia al futuro, che si prepara al cambiamento, che guarda lontano. Il mio nome è tra le finestre e la porta della mia casa.
Una posizione di soglia, di accoglienza, di relazione.
È il luogo del passaggio, dell’incontro, della presenza che resta disponibile. Tra le due case, la stradina rappresenta un percorso tracciato, percorribile, che racconta la relazione costruita nel tempo.
Proprio sotto la strada che unisce le case, Eli colloca un fuoco.
Non è un dettaglio casuale: è un posizionamento simbolico. Il fuoco diventa la radice della relazione, il centro caldo che sostiene il cammino, la forza trasformativa che ha reso possibile il percorso, il cuore che alimenta la possibilità di incontro. La strada è riscaldata dal fuoco: la relazione poggia sul calore, sulla vitalità, sulla trasformazione condivisa.
Alla base delle case, Eli disegna una chiocciola rivolta a destra, direzione simbolica del futuro. La chiocciola presenta tre elementi rilevanti, una casa/chiocciola nera, che rappresenta profondità, esperienza, zone d’ombra attraversate e parti ancora inesplorate, senza forma e colore. Un viso giallo, colore della luce: un’identità che si mostra, che è presenza viva. Antenne lunghe, sensibili, capaci di percepire e orientate verso ciò che viene, ma pronte a ritrarsi velocemente. Eli dice: «La chiocciola mangia l’insalata.»
Una chiocciola che si nutre di cibo essenziale, vivo, colorato.
È l’immagine di un ritmo personale, di bisogni riconosciuti e soddisfatti, di un corpo che procede con il proprio tempo.
Il cielo è popolato da uccelli che volano.
Sono simboli di pensiero, immaginazione, possibilità.
Rappresentano ciò che continua a muoversi anche quando la relazione si chiude: idee, emozioni, messaggi che restano vivi.
Il momento in cui Eli decide di scrivere il mio nome è un passaggio relazionale di grande valore. Mi chiede di scriverle il nome su un foglietto, per poterlo copiare.
Lo copia sulla casa.
Poi, con un gesto silenzioso e chiarissimo, allunga la mano, prende il foglietto e se lo porta con sé. Questo gesto contiene tre movimenti psicomotori fondamentali:
Riconoscimento, “Ho bisogno del tuo nome per completare il mio disegno.”
Internalizzazione, “Lo copio, lo porto dentro la mia rappresentazione.”
Appropriazione, “Lo prendo con me, lo porto via, lo tengo.” Il foglietto diventa un oggetto transizionale: un frammento della relazione che Eli può portare con sé nel passaggio verso la nuova città. Il disegno è ricco di colori,
la policromia indica un mondo interno vivo, complesso, non polarizzato.
È il segno di una relazione che ha accolto differenze, sfumature, movimenti.
Il disegno di Eli è un dispositivo di chiusura che racconta una relazione che ha avuto: identità riconosciute e posizionate con cura, un canale comunicativo vivo, un ritmo corporeo rispettato, un centro caldo e trasformativo, un cielo pieno di possibilità, una via percorribile tra due mondi, un gesto di appropriazione del nome che garantisce continuità interna.
Eli non ha usato parole.
Ha usato il linguaggio del corpo che disegna, del gesto che narra, del simbolo che custodisce. Il suo saluto è un mondo intero:
un ponte tra ciò che è stato e ciò che continuerà a muoversi dentro di lei

29/07/2026

“L'adolescenza è una malattia normale, il problema riguarda piuttosto gli adulti e la società: se sono abbastanza sani da poterla sopportare”. L’affermazione dello psicoanalista inglese Donald Winnicot, suggeritaci dal professore Massimo Ammaniti, ha quasi settant’anni. Torna alla mente oggi, dopo che il 23 luglio il Consiglio dei ministri ha approvato, su proposta del ministro della Giustizia Carlo Nordio, un disegno di legge che riscrive l'articolo 98 del codice penale: per i minori tra i quattordici e i diciotto anni la capacità di intendere e di volere non dovrà più essere accertata dal giudice caso per caso, ma sarà presunta fino a prova contraria. “Prima si presumeva l’incapacità, oggi si presume la responsabilità” ha commentato la presidente del Consiglio.

Ma che cosa significa intendere e cosa significa volere, in quell’età liminale che precede l’età adulta e la maturità mentale e sociale? Massimo Ammaniti, psicanalista e voce scientifica autorevolissima in materia di psicopatologia dello sviluppo, spiega che la norma non solo è preoccupante sul piano politico, ma non tiene conto del piano psicologico e neurobiologico. Il periodo tra i quattordici e i diciotto anni è un momento del ciclo di vita in cui avvengono grandi trasformazioni: “non possiamo trattare un adolescente al pari di un adulto, perché ha modalità proprie di organizzare il comportamento e di relazionarsi con gli altri”.

Intendere, spiega Ammaniti, significa consapevolezza di sé, consapevolezza degli altri e valutazione dei possibili pericoli; volere significa avere capacità esecutive. “Le capacità esecutive negli adolescenti sono presenti, ma non sono al servizio dell'intendere così come lo pone la legge. Perché gli ‘intendimenti’ degli adolescenti si muovono in un'altra sfera, che non è quella degli adulti e dell'esame di realtà: sono legati a loro stessi, al bisogno di farsi valere, di essere riconosciuti nella propria identità e nella propria posizione”.

Continua Ammaniti: “Faccio un esempio. Accade che a quell'età si vada in motorino e si attraversi col rosso. Il senso comune liquida quel comportamento come indisciplina, ma la ragione sta nelle trasformazioni psicologiche di un'età in cui ci si sta staccando dall'infanzia e dalle identificazioni con i genitori, e ci si concentra fortemente su di sé. È un'attitudine narcisistica che porta l'adolescente a enfatizzare le proprie capacità e il proprio punto di vista senza metterli troppo a confronto con la realtà. Dunque, attraversa convinto che a lui non succederà nulla. E infatti gli incidenti stradali sono la seconda causa di morte tra gli adolescenti”.

La lente deformante attraverso cui i ragazzi vedono sé stessi e il mondo serve a crescere e a maturare, a prendere le misure di ciò che è possibile e lecito e di ciò che non lo è. L'impulsività e il rapporto approssimativo con le conseguenze degli atti sono tratti che riguardano tutti gli adolescenti, non solo quelli che finiscono sulle pagine di cronaca. E non solo i cosiddetti maranza, povera etichetta mediatica trasformata in pretesto legislativo.

Il termine non è nuovo: appare negli anni Ottanta per indicare, spregiativamente il tamarro di periferia, il coatto, i ragazzi delle discoteche e della musica dance che violavano le placide norme piccolo-borghesi. Da qualche anno è stato risemantizzato, e oggi designa, ancora spregiativamente, i giovani nordafricani immigrati e i ragazzi di seconda generazione. Di “maranza” si parla quasi sempre in termini di criminalità e devianza: rapine, scippi, aggressioni, spaccio. Raramente, invece, si ricorda che la violenza di chi viene etichettato come deviante è spesso la risposta a una violenza sistemica che la maggioranza non vede perché non la subisce: il profilamento razziale, il razzismo istituzionale, la povertà abitativa, la discriminazione a scuola e nel lavoro. Una generale condizione di emarginazione.

Il professor Ammaniti torna sul punto: “Si tratta di ragazzi per lo più immigrati, ai quali bisognerebbe dare la possibilità di crescere, di avere un'educazione, una scuola che proponga un inserimento. È l'emarginazione in cui vivono che li spinge a riunirsi in branchi e a diventare aggressivi. Il problema non può essere affrontato sul piano penale, bensì attraverso progetti educativi, impegnando i ragazzi in attività costruttive. Tutto questo purtroppo non viene fatto. E aggiungerei che il decreto Caivano, che già aveva inasprito le pene, non ha portato ad alcun esito positivo”.

In realtà quel decreto ha portato un sensibile incremento dell’incarcerazione degli adolescenti. Tra la fine del 2022 e la fine del 2025 le presenze negli istituti penali minorili sono cresciute del cinquanta per cento: da 381 a 572 reclusi. Almeno dodici istituti su diciassette sono sovraffollati. Nel marzo 2025 l’81% dei minorenni in carcere si trovava in attesa di giudizio. Una percentuale impressionante che l’approvazione del nuovo disegno di legge governativo è destinata a incrementare ulteriormente.

[L'intervista a firma mia e di Isabella De Silvestro per la rubrica Libertà/Illibertà di Repubblica si trova qui e sul canale telegram DomoMea]

QUANDO IL CORPO È ANCORA PIÙ GRANDE DELLA CONSAPEVOLEZZAIl nascondino è un gioco importante, a 2 anni e mezzo i bambini ...
01/06/2026

QUANDO IL CORPO È ANCORA PIÙ GRANDE DELLA CONSAPEVOLEZZA
Il nascondino è un gioco importante, a 2 anni e mezzo i bambini stanno ancora costruendo la percezione dei confini corporei: dove inizio? Dove finisco io? Quanto spazio occupo? Cosa vedono gli altri di me?
Il corpo è ancora un territorio in espansione, non del tutto mappato.
Nascondersi significa esplorare proprio questo limite: se io non vedo te, forse tu non vedi me. Quando si infilano dentro una bacinella, sotto il tavolo oppure dietro la tenda, per loro è come chiudere una porta interna: se la testa è coperta, allora “sono sparito”.
Il resto del corpo non è ancora integrato nella rappresentazione di sé.
È un gesto tenero e potentissimo: racconta un corpo che cresce, che si organizza, che si riconosce a pezzi e poi, pian piano, come un tutto. Vivono il piacere di essere cercati, dal loro nascondiglio sicuro li senti ridacchiare mentre la psicomotricista chiama:
“Tommaso dove sei? Marco dove sei?”
Quella voce che cerca è un filo che li tiene legati al mondo.
Il bambino ama essere trovato perché in quel momento sperimenta tre cose fondamentali:
-Esistere per l’altro — “Se mi cerchi, allora ci sono.”
-Essere riconosciuto — “Hai capito il mio gioco, mi vedi.
-Sperimentare la separazione in sicurezza — “Posso allontanarmi… e poi ritrovarti.”
Il nascondino è un gioco di distanza e ritorno, di presenza e assenza, di fiducia.
È un piccolo rito che sostiene la crescita emotiva, corporea e relazionale. In questa scena le bacinelle diventano case, gusci, confini provvisori.
Il corpo che sporge racconta un’identità in costruzione.
La risata che filtra da sotto il nascondiglio racconta il piacere di essere cercati.
E la voce dell’adulto che chiama è il ponte che permette al bambino di esplorare il mondo senza la paura di essere perduto, abbandonato.

Fiorenza Paganelli

LÀ, DOVE I BAMBINI TRASFORMANO LA FINE IN UN GIOCONella foto vediamo un piccolo cimitero costruito dai bambini: tombe fa...
25/05/2026

LÀ, DOVE I BAMBINI TRASFORMANO LA FINE IN UN GIOCO

Nella foto vediamo un piccolo cimitero costruito dai bambini: tombe fatte di cubi e parallelepipedi, sormontate da croci che, poco prima, erano spade.
Due giochi diversi si sono incontrati, contaminati, trasformati.
E da quella contaminazione è nata una storia nuova, dove vita e morte si intrecciano e si esplorano attraverso il linguaggio più naturale per i bambini: il gioco simbolico.
Il gioco è iniziato da Sebastiano, un bambino che porta con sé storie importanti, dense, ancora in cerca di un posto dove potersi appoggiare.
Nel momento iniziale dell’incontro precedente aveva condiviso ricordi legati alla nascita dei suoi fratelli e al ricovero che lui stesso aveva avuto da piccolo per una polmonite. Raccontava che la sua mamma era “quasi morta” quando era nato il fratellino, che aveva perso “tanto sangue, come una bottiglia d’acqua”, e che il fratellino aveva avuto “il sangue nel cervello”. Con l’altro fratello, invece, “era andato tutto bene”.
Gli ho restituito che anche quando è nato lui era andato tutto bene, e ho messo parole su ciò che poteva aver sentito:
“Penso che tu abbia avuto paura. Per fortuna la tua mamma ora sta bene ed è a casa con voi. E per il tuo fratellino vedrai che i tuoi genitori si prenderanno cura di lui.”
Un piccolo gesto di contenimento, per dare forma a un vissuto che rischiava di restare sospeso.
All’incontro successivo, nel tempo dedicato ai patti e alle narrazioni personali, Sebastiano ha portato un’altra notizia difficile: le sue due maestre di prima elementare, per motivi diversi, avrebbero lasciato la classe a fine anno. Lo raccontava sorridendo, ma il dispiacere era evidente.
Un nuovo piccolo lutto, una perdita di continuità e di riferimenti affettivi.

Al via dei giochi, ha chiesto di costruire una tomba.
All’inizio entrava e usciva con timore: un gioco così potente può fare paura. Io ero lì, accanto ma non dentro, per offrirgli presenza e sicurezza, perché il gioco non diventasse troppo grande da sostenere.
La tomba è poi diventata “da due posti”, condivisa con un altro bambino: un gesto che parla di vicinanza, di co-regolazione, di appartenenza.
Il gioco ha attirato gli altri bambini, alcuni stavano giocando a scalare una montagna, altri a combattere con le spade. Hanno chiesto anche loro una tomba, e così è nato un piccolo cimitero.
Le croci che vediamo erano spade fino a pochi minuti prima: simboli che cambiano forma, significato, funzione.
Il tema personale di Sebastiano si è trasformato in un rituale collettivo, un luogo simbolico dove il gruppo ha potuto esplorare insieme emozioni, paure e domande.
Un gioco che non parla di morte, ma di vita che cerca spazio per essere compresa.

PERCHÉ I BAMBINI GIOCANO ALLA MORTE?
1. Per elaborare le perdite
La morte, reale o simbolica, attraversa la loro esperienza: cambi di maestre, traslochi, separazioni, oggetti che si rompono.
Il gioco permette di dare forma a ciò che non è ancora dicibile.
2. Per controllare ciò che spaventa
Nel gioco la morte è reversibile: si muore, si rinasce, si diventa zombie.
L’angoscia diventa narrazione, e quindi affrontabile.
3. Per integrare opposti
Spada e croce, vita e morte, paura e curiosità: i bambini non separano rigidamente i registri.
Il gioco è un laboratorio di integrazione psichica.
4. Per costruire rituali condivisi
Il cimitero costruito insieme diventa un luogo simbolico dove il gruppo elabora emozioni diffuse.
Il gioco collettivo sostiene e amplifica i processi individuali.
5. Per esplorare temi esistenziali
Tra i 5 e gli 8 anni i bambini iniziano a intuire irreversibilità, universalità e imprevedibilità della morte.
Il gioco permette di avvicinarsi a queste domande in modo sicuro.

PERCHÉ È IMPORTANTE CHE GLI ADULTI NON SI SPAVENTINO?
Perché l’adulto che si spaventa chiude il gioco.
E chiudere il gioco significa chiudere la possibilità di elaborazione.
L’adulto che resta presente, curioso e non giudicante permette invece al bambino di:
- attraversare il tema senza esserne travolto
- trasformare la paura in narrazione
- sentirsi accompagnato e non solo
- costruire significati personali e condivisi
L’adulto non deve interpretare, ma tenere lo spazio: essere accanto, osservare, contenere, nominare ciò che accade senza sovraccaricare il gioco di senso adulto.

IN CONCLUSIONE
Il gioco sulla morte non è un gioco “di morte”, ma un gioco sulla vita, sulle sue trasformazioni e sulle sue separazioni.
È un processo di integrazione emotiva e simbolica che merita di essere sostenuto con competenza, presenza e delicatezza.

Fiorenza Paganelli

Sara, 3 anni, disegna e dice “questa sono io dentro la pancia della mia mamma”.Il gesto grafico come memoria corporeaA t...
21/04/2026

Sara, 3 anni, disegna e dice “questa sono io dentro la pancia della mia mamma”.

Il gesto grafico come memoria corporea
A tre anni il disegno non è rappresentazione, ma traccia: un modo di portare fuori ciò che è ancora vissuto nel corpo.
Quando Sara dice “questa sono io dentro la pancia della mia mamma”, non sta raccontando un ricordo narrativo, ma una memoria tonico-emozionale: ritmi, contatti, contenimento, continuità.
Il suo segno è un ponte tra ciò che non può essere ricordato con la mente e ciò che può essere espresso attraverso il gesto.
Il cerchio grande come matrice affettiva
Il grande cerchio che avvolge tutto è un’immagine archetipica: il contenitore.
È la forma primaria del “dentro”, del “protetto”, del “tenuto”.
Nel disegno infantile il cerchio è spesso il primo modo per dire: qui c’è un mondo che mi contiene.
Il cerchio piccolo come sé in formazione
Il piccolo cerchio interno è un “sé” ancora in relazione, non separato.
Non è un individuo isolato, ma un sé che esiste perché è dentro un altro.
È un’immagine potente del tema dell’origine: “io sono nata da te, e questo mi dà forma”.
Il filo che collega: continuità, dipendenza buona, radice
Il tratto che unisce i due cerchi è quasi un cordone ombelicale simbolico.
Non è un dettaglio grafico: è un gesto relazionale.
Dice continuità, dice legame, dice che l’identità non è ancora pensata come separata.
È un modo per affermare: io esisto perché sono stata legata a te.
Il cuore accanto: affetto, riconoscimento, appartenenza
Il cuore non è un ornamento.
È un segno affettivo che completa la scena:
“io dentro di te, e tra noi c’è amore”.
È un modo semplice e diretto per collocare l’origine dentro una relazione buona.
Il disegno come narrazione di sé
Quando Sara dice “questa sono io”, sta facendo un atto identitario.
Quando aggiunge “dentro la pancia della mia mamma”, sta collocando la sua identità dentro una storia.
È un gesto di costruzione del sé:
- io sono stata contenuta
- io sono nata da qualcuno
- io appartengo

Per un bambino di tre anni, questa è una conquista enorme.

Fiorenza Paganelli

Ricky dice: "questa è la mia nonna. Ha gli occhiali e i capelli ricci, pochi."Nelle rappresentazioni finali dell'incontr...
15/04/2026

Ricky dice: "questa è la mia nonna. Ha gli occhiali e i capelli ricci, pochi."

Nelle rappresentazioni finali dell'incontro di psicomotricità accade spesso qualcosa di prezioso: i bambini portano nel disegno i loro affetti più profondi. Come ha fatto Ricky, che ha ritratto la sua nonna con occhiali, capelli ricci e un grande sorriso.
Questo succede perché il disegno, in età evolutiva, è un linguaggio simbolico: attraverso le immagini i bambini trasformano emozioni e vissuti interni in forme visibili e condivisibili. Secondo la psicomotricità, il gesto grafico nasce dal corpo e dalla memoria affettiva, e permette al bambino di raccontare ciò che per lui conta davvero.
Quando un bambino disegna una figura amata, non sta solo “riproducendo” un volto: sta mettendo in scena una storia interna, un legame, un pezzo del suo mondo emotivo.
Fiorenza Paganelli

Il tema della co‑regolazione adulto bambino Lo spazio psicomotorio è composto da due ambienti: una sala d’attesa e una s...
05/03/2026

Il tema della co‑regolazione adulto bambino

Lo spazio psicomotorio è composto da due ambienti: una sala d’attesa e una sala di psicomotricità. Nella sala d’attesa bambini e bambine aspettano l’inizio dell’attività insieme al proprio genitore. Nella sala di psicomotricità, invece, entrano da soli: attraversano una porta, una soglia che li separa dal genitore e li introduce in uno spazio dedicato al gioco, al movimento e all’esplorazione autonoma.
Per molti bambini e bambine nella fascia 0–6 anni questo passaggio può essere impegnativo. Varcare quella soglia significa lasciare, anche solo per un breve tempo, la propria figura di riferimento. È un gesto semplice solo in apparenza, ma profondamente legato al processo evolutivo della separazione–individuazione descritto da Margaret Mahler, secondo cui il bambino costruisce la propria autonomia attraverso micro‑separazioni ripetute, sostenute da un adulto emotivamente presente.
Di fronte alla difficoltà del bambino, può accadere che anche il genitore faccia fatica a restare accanto a quella fatica, soprattutto quando l’attività che li attende “dentro” sembra semplicemente un momento di gioco. In questi casi spiego agli adulti che la reazione del bambino è del tutto adeguata alla sua età e al suo stadio evolutivo. Chiedo loro di abbassare le aspettative, di sospendere l’idea di “prestazione” e di provare invece a sintonizzarsi con il bisogno emotivo che il bambino sta portando: il bisogno di separarsi gradualmente, di mettere una distanza reale tra sé e il genitore, di sperimentare la possibilità di stare in un luogo nuovo senza perdere il legame interno con chi ama.
In questo passaggio la co‑regolazione gioca un ruolo fondamentale. Il bambino impara a regolare le proprie emozioni non perché “sa farlo da solo”, ma perché l’adulto accanto a lui offre un modello di calma, presenza e contenimento. È attraverso la qualità dello sguardo, del respiro, del tono di voce e della postura del genitore che il bambino può modulare la propria attivazione emotiva e trasformare la paura in curiosità, la tensione in possibilità. La co‑regolazione è il ponte invisibile che permette al bambino di attraversare la soglia senza sentirsi sopraffatto: l’adulto resta, sostiene, non invade e non si ritrae.
Questo processo richiede tempo, cura e ripetizione. È attraverso questo tempo condiviso che bambini e bambine costruiscono dentro di sé la capacità di rassicurarsi e autoconsolarsi, competenze che Donald Winnicott descrive come fondamentali per lo sviluppo del “going on being”, la continuità dell’essere che permette al bambino di tollerare l’assenza e di ritrovare dentro di sé la presenza dell’adulto. La co‑regolazione è ciò che, nel tempo, diventa auto‑regolazione.

La soglia che li divide — una porta, un passaggio — diventa così un luogo simbolico: non un ostacolo, ma un ponte tra la sicurezza del legame e la possibilità di esplorare. Per questo la richiesta che faccio ai genitori è di armarsi di pazienza, presenza e fiducia: restare accanto al bambino mentre affronta la soglia, senza forzarlo ma senza sostituirsi a lui, permette a quel passaggio di diventare un’esperienza evolutiva preziosa, in cui la co‑regolazione sostiene il coraggio e prepara l’autonomia futura.

Nel "gioco del cattivo", la sicurezza si costruisce prima del coraggioUno degli aspetti più importanti del "gioco del ca...
28/02/2026

Nel "gioco del cattivo", la sicurezza si costruisce prima del coraggio

Uno degli aspetti più importanti del "gioco del cattivo" in psicomotricità non è il cattivo… ma gli spazi protettivi che i bambini costruiscono prima che il cattivo entri in scena.
Prima di iniziare, invito sempre i bambini a creare tane, case, isole o nidi con cuscini, teli e materiali della sala. Sono luoghi inviolabili, dove il cattivo non potrà entrare. Luoghi che i bambini progettano, rinforzano, trasformano secondo il proprio bisogno di sicurezza.
Questi rifugi non sono solo un riparo: sono contenitori emotivi. Offrono un confine chiaro, un punto di appoggio, un posto dove respirare. Sapere che esiste uno spazio sicuro permette ai bambini di avvicinarsi alla paura senza esserne travolti.

Solo dopo, quando i rifugi sono pronti e riconosciuti da tutti, arriva il cattivo. Un cattivo modulato dall’adulto, mai troppo cattivo, sempre rispettoso dei confini. E proprio grazie a quei confini i bambini possono correre, ridere, tremare… e poi, quando si sentono pronti, uscire dalla tana e affrontarlo.

Il coraggio nasce sempre da un luogo sicuro.
E in psicomotricità, quel luogo lo si costruisce insieme.
Fiorenza Paganelli

La chiusura dell’incontro di psicomotricità si trasforma in un piccolo rito di passaggio: dopo l’intensità del movimento...
26/02/2026

La chiusura dell’incontro di psicomotricità si trasforma in un piccolo rito di passaggio: dopo l’intensità del movimento, leggiamo insieme una storia illustrata e proponiamo un disegno. Questo momento non è solo “calma dopo l’azione”, ma un vero ponte tra due modalità dell’essere.
Dal corpo alla simbolizzazione
Il passaggio da un’attività motoria e sensoriale a una più cognitiva e simbolica permette ai bambini di:
- regolare l’attivazione corporea, rallentando il ritmo interno dopo il gioco e il movimento;
- spostare l’attenzione verso il mondo interno, dando spazio a pensieri, immagini e narrazioni personali;
- integrare l’esperienza, trasformando ciò che hanno vissuto con il corpo in forme più rappresentabili e condivisibili.
Perché storia e disegno?
Nella prospettiva psicomotoria, la simbolizzazione è un passaggio fondamentale: il bambino rielabora l’esperienza attraverso linguaggi che gli appartengono — il racconto, l’immagine, il gesto grafico. La storia offre un contenitore narrativo sicuro; il disegno permette di “mettere fuori” ciò che dentro si sta organizzando.
Un tempo per fermarsi e ascoltarsi
In questo modo i bambini hanno la possibilità di calmare il corpo, contenere il desiderio di correre e muoversi, e orientare l’attenzione verso ciò che sentono e immaginano. È un tempo prezioso, in cui il movimento si trasforma in pensiero e il vissuto prende forma.
Fiorenza Paganelli

Indirizzo

Via Mura Di Porta Serrata 18
Ravenna
48121

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Il Filo del Gioco - Psicomotricità pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta La Scuola/università

Invia un messaggio a Il Filo del Gioco - Psicomotricità:

Scelte rapide

In evidenza

Condividi