25/04/2026
Buona Liberazione con le parole di Mario Lodi, maestro, pedagogista, antifascista.
"Da noi il sistema è fondato sul principio considerato sacro della proprietà e dell’iniziativa privata, la quale ha come unica motivazione il profitto e come conseguenza la competizione. Chi comanda ha modellato la scuola a immagine e somiglianza del sistema: il profitto lo troviamo sulla pagella espresso in voti.
[...]
Noi abbiamo dimostrato abolendo i voti e sostituendo ad essi l’interesse reale del bambino, e quindi trasformando noi stessi da maestri-giudici in animatori e guide dei ragazzi, che è possibile strappare dal loro animo la gramigna spirituale dell’invidia e della superbia che producono l’opportunismo e il conformismo in un ambiente autoritario, proprio come avviene dell’operaio che sotto la spinta della necessità si comporta col padrone senza dignità.
[...]
La condizione dello scolaro somiglia a quella dell’operaio della grande fabbrica. L’operaio lavora alla catena di montaggio senza partecipazione perché la motivazione di quel che fa gli è estranea, egli si sente ed è solo un congegno passivo che non può né creare né decidere, ed ha accettato quel mestiere perché gli occorre la busta paga per sopravvivere.
Lo scolaro, in una scuola autoritaria fondata sui voti, studia perché ci sono i voti. Se strappi il voto dalle mani dell’insegnante, tutto il castello crolla. È come strappare le armi alla polizia di uno stato oppressivo. Nell’aula, unità di un edificio che anche esteriormente richiama il penitenziario e la fabbrica, lo schema entro cui si forma lo scolaro è semplice, funzionale, rigido e terribile: spiegazione, ripetizione, voto; dettato, tema, problema e voto. E tutto è predisposto per neutralizzare il bambino come essere pensante [...].
Il contenuto ideologico e il metodo autoritario sono espressioni di una scuola politica di classe, che tende a formare uomini docili e passivi, possibilmente ignoranti sulle cose che scottano. Il maestro in quel contesto, in mezzo a tante difficoltà, diventa senza accorgersene strumento del sistema invece di essere, come dovrebbe, garante della formazione di uomini liberi. Chi è consapevole di ciò intimamente ne soffre, c’è invece chi lucidamente e cinicamente usa la scuola per tale fine politico.
Distruggere la prigione, mettere al centro della scuola il bambino, liberarlo da ogni paura, dare motivazione e felicità al suo lavoro, creare intorno a lui una comunità di compagni che non gli siano antagonisti, dare importanza alla sua vita e ai sentimenti più alti che dentro gli si svilupperanno, questo è il dovere di un maestro, della scuola, di una buona società. Ma tutto questo non è facile perché non dipende solo dalla volontà. Molti colleghi obiettano a noi del movimento di cooperazione educativa che con coraggio abbiamo cominciato da tempo questa rivoluzione silenziosa che all'interno della scuola che, siccome il bambino troverà un mondo ingiusto, potrebbe essere male insegnargli cos'è la libertà e fargliela provare. E bada che qualcuno lo dice in buona fede. Altri pensano che sia meglio far nulla perché ciò che la scuola riesce in qualche modo a edificare, subito dopo il mondo esterno distrugge. A questi non si può dar torto, ma il loro ragionamento sa di pretesto per non fare i conti con se stessi e definire chi sono. Ciò che siamo si rivela subito il primo giorno, quando di fronte ai bambini devi decidere come impostare il tuo lavoro: per asservire o per liberare. Da questa scelta discende tutto il resto, anche la tua dimensione umana. Se scegli il metodo della liberazione senti nascere dentro di te una forza straordinaria, che è l’amore per i ragazzi: sotto i colpi dei persecutori più vili che dalla tua opera si sentono smascherati, resti in piedi sorretto solo dalla coscienza. Più forti sono i colpi, più forte diventi.
Se non sei per la liberazione dell’uomo, porti a scuola la tecnica del padrone, duro o paterno a seconda dei casi: apparentemente è il sistema più facile e comodo ma alla fine ci trovi un vuoto morale enorme e la noia. Predisponi il lavoro secondo i tuoi fini, pieghi i ragazzi a poco a poco al tuo volere come l’operaio è piegato dal gesto automatico che gli chiede la catena di montaggio. Automi del tuo programma, sempre quel gesto, domanda-risposte-voto, capaci di abilità tecniche magari in anticipo sulla norma ma meccanicamente apprese, i ragazzi ti muoiono davanti agli occhi un poco ogni giorno nella compressione della fantasia e dell’intelligenza, nel distacco sempre più netto fra la scuola e la vita, nell’astuzia con la quale ti studiano per il proprio tornaconto.
E tu t'illudi dei risultati, delle rispostine dell'esame. Domani, con la stessa astuzia con cui sanno strapparti il voto buono, diventano arrampicatori sociali dentro il sistema rimasto intatto, con i padroni in alto a comandare e a fare leggi per sé e i poveri diavoli in basso a tirar su a forza di braccia tutto."
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