Gennaro Pagano, Psicologo e Psicoterapeuta

Gennaro Pagano, Psicologo e Psicoterapeuta

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Phd, Psicologo, Psicoterapeuta, Formatore

29/04/2026

Quello che tu non dici
lo dice il tuo corpo.

Quello che trattieni
lo racconta la tua schiena piegata.

Quello che non riesci a esprimere
lo racconta la tua pelle, con le sue pieghe e le sue crepature.

Quello che ingoi ogni giorno
lo racconta il tuo stomaco, con la sua acidità e il suo bruciore.

Quello che sopporti in silenzio
lo urla il tuo intestino infiammato.

Quello che ti fa paura
lo narra il tuo cuore in gola e il dolore che senti al petto.

Quello che continui a rimandare
lo segnano le tue emicranie, che tornano puntuali come ospiti indesiderati.

Quello che non lasci andare
resta intatto nelle tue tensioni muscolari, nella cervicale, nell’osso sacro dolorante.

Quello che ti stressa e ti rende la vita pesante lo raccontano la tua fame nervosa e i tuoi chili di troppo.

Perché la verità è che il corpo non dimentica mai,
neanche ciò che la tua memoria prova a cancellare.

Perché la verità è che il corpo non sta mai zitto,
anche quando tu racconti l’opposto.

Perché il corpo parla. Sempre.

E tu puoi ancora scegliere di ascoltarlo: sta cercando
di dirti che così non puoi continuare.
E ascoltarlo significa iniziare a prenderti sul serio, ad amarti veramente.

Dando un nome a ciò che senti.
Mettendo un limite dove hai sempre resistito. Chiedendo aiuto dove hai sempre fatto da solo.

Decidendo di ascoltarti fino in fondo, fino all’abisso della tua ferita, fino a toccare la carne viva, e finalmente sentire quel dolore da cui può nascere una luce nuova, capace di illuminare ogni piega dell’anima, ogni parte corpo.

Fino a liberare l’anima, fino a sanare i cuore, fino a guarire e far rinascere la tua casa, il tuo corpo.

Photos from Gennaro Pagano, Psicologo e Psicoterapeuta's post 21/04/2026

Era il Giovedì Santo del 2013. Papa Francesco spiazzò tutti: lasciò la solennità della Basilica di San Pietro e scelse un luogo insolito per la sua celebrazione, il carcere minorile di Casal del Marmo. Lì si chinò e lavò i piedi ai ragazzi detenuti. Un gesto semplice, ma capace di ribaltare logiche non solo ecclesiali, ma anche sociali, civili, psicologiche.
La profezia fa questo. L’umanità autentica fa questo.

In quei giorni stavo mettendo su una Comunità per i ragazzi di Nisida. Occorreva darle un nome, e dinanzi a quella notizia non ebbi dubbi: Casa Papa Francesco. Qualche anno dopo ospitammo proprio uno di quei ragazzi.

Quando ho avuto la gioia di incontrare Francesco - per ben tre volte, in una condividendo con lui e altri amici anche la tavola - e di mostrargli la ceramica dell’intitolazione, sorridendo disse che l’artista lo aveva fatto più bello di quanto fosse davvero. Ma sulla frase scelta non ebbe esitazioni. Era quella giusta, quella necessaria: “Non lasciatevi rubare la speranza”.

Quella comunità è servita e serve a questo. Gli altri progetti nati nel tempo e, in ultimo, quelli che seguo oggi servono e serviranno a questo. Il mio studio di psicoterapia, oggi, in fondo, è questo: un luogo dove la vita, anche quando si è incrinata, può tornare a fluire. Dove le ferite e i traumi, le ansie e i dolori trovano parole, e le parole tornano a diventare futuro. Dove qualcuno, entrando smarrito, può lentamente ricordarsi che la luce può tornare a brillare, che la tempesta può calmarsi, che un approdo sicuro può essere raggiunto.

Ad un anno dalla sua scomparsa la gratitudine verso Francesco è immensa, come la voglia di continuare con professionalità, competenza e amore ad essere strumento di speranza.

20/04/2026

Oggi, incontro aperto a tutti.

Napoli, Sala del
mandato dell’ArciConfraternita dei Pellegrini.

07/04/2026

Spesso, anche stamane, mi capita di ascoltare interviste e interventi che diventano un elogio retorico di chi resta, di chi rimane.

È una retorica pericolosa, tanto quanto l’eroica virtù virile che invoca.

Restare in un contesto malato, in una relazione malata, in un gruppo malato solo per essere fedeli ad un equilibro stabile o ad una promessa (fatta quando tutto questo non era chiaro, non era percepito, magari perché ancora malati o molto immaturi) non è eroico, né virtuoso, né virile.

È semplicemente masochismo. E non di rado può essere sintomo di una celata codardia. Allo stesso modo di come lo può essere, in alcune condizioni, l’andar via, il lasciare.

Non sono il restare o il lasciare che rendono un passo coraggioso e virtuoso, ma la scelta che c’è dietro, le consapevolezze che l’hanno generata, il discernimento e il travaglio che l’hanno preceduta.

Non importa se tu stia restando o lasciando, importa che tu stia scegliendo. Come una persona adulta. Con la mente consapevole. Con il cuore libero.

06/04/2026

“È una piccola cosa.
Nulla di importante.”

Un messaggio senza motivo.
Un dono senza occasione.
Un gesto non richiesto.

Una parola buona.
Un sorriso regalato.

Per dire, senza parole, è bello che esisti.

Un libro che ti porta altrove.
Una giornata in un giardino.
Un tè bevuto in silenzio, in compagnia di te stesso.

Il cane che si sdraia accanto a te.
Il gatto che ti osserva e ti scruta.
La luce del sole che entra dalla finestra.

“È una piccola cosa.
Nulla di importante.”

E invece è tutto lì.
È lì che si regge la vita.
Nel feriale. Nel minimo.

Perché il sistema di questo mondo ti distrae. Ti spinge sempre oltre:
nel futuro che non esiste,
nel desiderio che diventa fame bulimica, nell’attesa di un “poi” che non arriva mai.

Un sistema che ti promette riposo per costringerti a correre. E a non pensare. E a non sentire.

Ma non ci sarà pace
se non impari a fermarti.

Non ci sarà riposo
se non impari a sentire.

Non ci sarà vita
se non nelle piccole cose.

Perché le piccole cose sono tutto.
Sono resistenza. Ribellione dell’anima all’ipertrofia dell’ego. Resa incondizionata alla vita e alla sua forza.

E beato chi le se vedere e gioirne.
E ancor più beato, chi impara a crearle:
apre varchi di luce e di eterno tra le ombre di questo tempo.

04/04/2026

La Resurrezione non è qualcosa che accade dopo.

È qualcosa che si può vivere qui, ora.

Se pensiamo alle persone che incontravano Gesù di Nazaret possiamo vedere come tanti risorgevano nell’esperienza della relazione con lui, così come tanti simbolismi raccontano: chi vedeva cose mai viste prima, che imparava linguaggi nuovi e tornava a parlare, chi era all’angolo della vita e tornava a camminare, chi era nel buio della morte e veniva restituito alla vita e agli affetti. E chi aveva perso la fiducia la riacquistava, fino a guarire: «la tua fede ti ha salvato», era solido dire.

Cosi, la Pasqua è qualcosa che accade. Ancora oggi. In tanti modi. A volte impensabili, fuori dai canoni e dagli schemi ordinari. E in nessun modo va rimandata all’aldilà.

Un incontro, un’esperienza, un percorso, può essere pasqua, può essere sorgente di resurrezione.

E questo avviene quando una presenza, uno sguardo, una relazione rimette in piedi.Quando chi si sente bloccato e chiuso in se stesso torna a respirare e ad aprirsi, quando chi si è nascosto trova il coraggio di ve**re alla luce,nei mostrarsi senza più sentirsi “sbagliato” , inadeguato, fuori posto.

Spesso viviamo dentro schemi che sembrano “normali”, ma che in realtà ci tengono fermi, ci proteggono e insieme ci spengono. E ciò che davvero ci spaventa è la libertà.

Ma nel cuore di ciascuno di noi, nel cuore dell’umano, nel cuore di questa terra apparentemente immersa nel caos c’è un’energia d’amore capace di farci superare ogni paura, restituendo a ciascuno il proprio centro, restituendo il coraggio di essere liberi.

Allora i sepolcri interiori si aprono,
la disperazione lentamente diventa fiducia, le pietre si spostano.

E capisci che la vita ti sta già precedendo.

Che nulla di ciò che è stato vero va perduto. Che tutto continua a chiamarti avanti.

E che non hai più bisogno
di cercare la vita tra le cose morte.

Perché è già qui.
E ti sta aspettando.

22/03/2026

Non importa chi tu sia.
Quale sia la tua storia.
Quale trauma abbia inciso così profondamente sul tuo percorso.
Quale sia la relazione o l’ambiente tossico che abbia inquinato il tuo giardino interiore, fino a farti credere che tutto sia spoglio, che tutto sia morto, che tutto sia male.

Quello che importa è che tu possa aprire un varco, anche infinitesimale: un piccolo varco, una piccola crepa, grande come la fessura di una serratura, da cui guardare l’oltre della tua vita che fino ad oggi non hai visto.

E non l’hai visto perché hai commesso il più grande - e, ahimè, naturale - degli errori: identificarti.

E così ti sei identificato con una parte di te; ti sei fissato in un punto preciso della tua storia, in una trama del tuo copione che si ripete all’infinito.

E così, sei quel bambino che cercava di piacere a tutti. Quel ragazzino che sentiva le sorti della sua famiglia sulle spalle. Quella bambina innamorata che trema ancora appena qualcuno alza la voce. Quel ragazzo che cercava di piacere a suo padre, ma da cui non otteneva nulla, perché nulla era mai abbastanza. Quella ragazza che voleva essere riconosciuta nella sua femminilità, nella sua identità personale, autonoma, ma che invece si considerava al massimo un’appendice della propria madre, con i sensi di colpa che ne derivavano quando cercava di essere se stessa.
Quella persona che cerca sempre di mantenere gli equilibri, di fare il proprio dovere, di prendersi cura di tutto e di tutti, dimenticando se stessa.

E le identificazioni possono essere tante, infinite quante sono infinite le nostre storie, uniche, peculiari.

Ma prima o poi arriva il momento in cui la rigidità di questa identificazione bussa alla porta: lo fa magari attraverso l’ansia, attacchi di tristezza, o attraverso una dipendenza fortissima che - a prescindere che si tratti di cibo, sostanze o affetti - serve solo a riempire quel vuoto che appare incolmabile.

Ma in quel preciso momento, se hai il coraggio di chiedere aiuto - nei tanti modi in cui questo coraggio si può esprimere - allora magari troverai qualcosa o qualcuno che ti indicherà quel buco della serratura e, aiutandoti ad accogliere tutto ciò che vivi, ti porterà a comprendere che non sei solo quello, che sei molto altro, che sei infinitamente altro.

E pian piano, potrai disidentificarti.
Accogliendo e conoscendo parti che non immaginavi neanche esistessero. Imparando che non coincidi totalmente con nessuna di loro, ma che sei un centro infinito di amore, la cui potenza è capace di rovesciare le sorti di una vita che credevi già segnata, di illuminare abissi di vuoto che credevi infiniti, di contribuire perfino all’evoluzione di questo mondo malato, che forze oscure hanno incatenato a dinamiche inumane di violenza e dominio egoico.

E arriverà così il giorno in cui, uscendo pian piano da quel paesaggio spoglio, morto, soffocato da rovi spinosi che credevi essere la tua vita, vedrai il ramo di un albero fiorito e comprenderai che anche per te, proprio per è arrivata la primavera. E sarà gioia. E sarà pace.

04/03/2026

«Balla, balla, ballerino...
Balla anche per tutti i violenti,
veloci di mano e coi coltelli. Accidenti,
se capissero, vedendoti ballare,
di essere morti da sempre
anche se possono respirare!
Vola e balla sul cuore malato,
illuso, sconfitto, poi abbandonato;
senza amore,
dell'uomo che confonde la luna con il sole,
senza avere coltelli in mano
ma nel suo povero cuore.
Allora vieni, angelo benedetto,
prova a mettere i piedi sul suo petto e stancarti
a ballare al ritmo del motore e alle grandi parole
di una canzone... canzone d'amore.
Ecco il mistero:
sotto un cielo di ferro e di gesso,
l'uomo riesce ad amare lo stesso.
E ama davvero, senza nessuna certezza.
Che commozione, che tenerezza!»

Lucio Dalla

28/02/2026

«Se consideriamo noi stessi e gli altri quali realmente siamo, cioè anime che cercano di manifestarsi attraverso personalità più o meno imperfette, cieche e ribelli. Se riconosciamo che questo è lo scopo immediato della nostra esistenza terrena, e se inoltre ci rendiamo conto che le anime non sono entità separate e isolate, ma sono unite fra loro e con lo Spirito universale, tutto si trasforma in noi e intorno a noi. Allora percepiamo e intuiamo, dietro a ogni essere umano, un’anima imprigionata, e il nostro amore va naturalmente verso di essa. Allora ci accorgiamo quanto il criticismo, il disprezzo, la gelosia e l’antagonismo siano fondamentalmente errati, e come la sola cosa giusta, buona e ragionevole sia il cooperare con l’anima altrui permeandola del nostro amore e cercando di comprendere i suoi problemi e le sue lotte».

Roberto Assagioli in "il senso della vita"

21/02/2026

E penso anche al dolore della famiglia, anonima, che quel cuore lo aveva donato per generare vita dalla morte di chi avevano lasciato andare.

Anche quel gesto, anche quella donazione, bruciata dall’incompetenza e dall’approssimazione, oggi chiede giustizia.

Un bambino.
Un cuore malandato
che chiede cura,
attenzione, riparazione.

E che riceve invece superficialità. Errori. Disattenzioni. Omissioni. Omertà. Silenzi.

Una madre. Un padre. I fratellini.

Un’intera comunità sospesa, in apnea.

E in apnea ogni cuore che funziona ancora, ogni coscienza che sa immedesimarsi nel dolore innocente, che sa piangere dinanzi ai crocifissi di questo tempo che non custodisce, che non cura, che riduce tutto, perfino i mestieri più sacri, a catene di montaggio che sui propri nastri freddi trasportano solo potere e denaro.

Il piccolo Domenico non è vittima di una fatalità. Non è stato il destino.

È vittima di un sistema sociale che ha trasformato la sanità in merce.
Di una una politica, che per interesse, ha messo le persone sbagliate al posto sbagliato.
Di responsabilità colpevoli che, dinanzi ad un bambino, giocano infantilmente a scaricarsi la colpa.

Nel mio piccolo, come psicologo e psicoterapeuta, sono profondamente consapevole della delicatezza del mio ruolo sanitario, di quanto ogni parola, ogni scelta, ogni valutazione possa incidere nella vita di una persona.

Se questo vale per la vita psichica, a maggior ragione vale per la vita biologica: la responsabilità è immensa.

E la superficialità e l’incompetenza non possono essere ammesse.

Perché la superficialità uccide.
Perché l’incompetenza uccide.
E anche il silenzio, quando copre, uccide.

La storia di Domenico non potrà e non dovrà essere archiviata come un semplice errore tecnico.

È l’immagine di una società che se non riparte dalla cura, dalla competenza, e dall’attenzione all’umano, rischia di restare senza cuore.

Proprio come il piccolo Domenico.

Oggi più che mai figlio di tutti noi.

20/02/2026

Un bambino.
Un cuore malandato
che chiede cura,
attenzione, riparazione.

E che riceve invece superficialità. Errori. Disattenzioni. Omissioni. Omertà. Silenzi.

Una madre. Un padre. I fratellini.

Un’intera comunità sospesa, in apnea.

E in apnea ogni cuore che funziona ancora, ogni coscienza che sa immedesimarsi nel dolore innocente, che sa piangere dinanzi ai crocifissi di questo tempo che non custodisce, che non cura, che riduce tutto, perfino i mestieri più sacri, a catene di montaggio che sui propri nastri freddi trasportano solo potere e denaro.

Il piccolo Domenico non è vittima di una fatalità. Non è stato il destino.

È vittima di un sistema sociale che ha trasformato la sanità in merce.
Di una una politica, che per interesse, ha messo le persone sbagliate al posto sbagliato.
Di responsabilità colpevoli che, dinanzi ad un bambino, giocano infantilmente a scaricarsi la colpa.

Nel mio piccolo, come psicologo e psicoterapeuta, sono profondamente consapevole della delicatezza del mio ruolo sanitario, di quanto ogni parola, ogni scelta, ogni valutazione possa incidere nella vita di una persona.

Se questo vale per la vita psichica, a maggior ragione vale per la vita biologica: la responsabilità è immensa.

E la superficialità e l’incompetenza non possono essere ammesse.

Perché la superficialità uccide.
Perché l’incompetenza uccide.
E anche il silenzio, quando copre, uccide.

La storia di Domenico non potrà e non dovrà essere archiviata come un semplice errore tecnico.

È l’immagine di una società che se non riparte dalla cura, dalla competenza, e dall’attenzione all’umano, rischia di restare senza cuore.

Proprio come il piccolo Domenico.

Oggi più che mai figlio di tutti noi.

17/02/2026

Siamo il racconto che ci raccontiamo.
Siamo le parole che ci diciamo.
Siamo i sogni che sogniamo.
Siamo le azioni che compiamo.
Siamo gli amori che scegliamo e quelli da cui ci lasciamo amare.

Se un tempo siamo stati il racconto che qualcun altro ci ha raccontato,
le parole che qualcun altro ci ha detto,
i sogni che qualcun altro sognava per noi,
le azioni che qualcun altro ha compiuto e che ci hanno segnato,
se un tempo siamo stati l’amore distorto con cui qualcun altro ci ha amato…

oggi possiamo scegliere di non esserlo più.

Possiamo smettere di abitare storie che non ci appartengono.
Possiamo restituire al passato ciò che è stato del passato.

E diventare il nostro racconto.
Le nostre parole.
Il nostro sogno.
Le nostre azioni.
Il nostro amore.

Perché non siamo solo ciò che ci è accaduto.
Siamo anche ciò che decidiamo di diventare.

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