Gennaro Pagano, Psicologo e Psicoterapeuta

Gennaro Pagano, Psicologo e Psicoterapeuta Phd, Psicologo, Psicoterapeuta, Formatore

I tuoi figli non hanno nessun debito con te e non ti devono nulla.Ogni volta che vuoi sommergerli di aspettative, ogni v...
31/07/2026

I tuoi figli non hanno nessun debito con te e non ti devono nulla.

Ogni volta che vuoi sommergerli di aspettative, ogni volta che, in modo subdolo, cerchi da loro accudimento emotivo, ogni volta che, in virtù dei tuoi sacrifici, ti ritieni creditore, ricordalo: non ti devono niente.

E quando sei tentato di mostrare tutto ciò a cui hai rinunciato per loro o di far pesare ciò che hai loro donato, chiedendo compagnia, pretendendo tempo, innescando sensi di colpa, fermati e ricordalo: non ti devono niente.

È difficile accogliere questa verità. Perché spesso c’è il rischio di vivere i figli come appendici di noi stessi. O, peggio ancora, come persone nate per soddisfare un nostro bisogno inappagato o un nostro irrisolto personale.

Ma nessun figlio nasce per essere il bastone della vecchiaia. Nessun figlio nasce per riempire la solitudine di un genitore. Nessun figlio nasce per colmare, con il proprio successo, la frustrazione di chi lo ha messo al mondo.

Per questo è importante ricordarti che i tuoi figli non hanno nessun debito con te: non ti hanno chiesto di nascere, non ti hanno chiesto di far parte della tua famiglia, non ti hanno chiesto di avere i tuoi geni, non ti hanno chiesto di ve**re al mondo attraverso di te.

Per questo tutto ciò che fai per loro o è gratuito oppure diventa un condizionamento insano che produrrà infelicità e malessere.
Tuo figlio, tua figlia non devono restituirti niente. Non devono saldare nessun debito. Non devono restituirti la vita che tu hai dato loro.

L’amore di un genitore non si misura da ciò che riceve in cambio.

Si misura dalla libertà che sa donare.

Perché un figlio non è nato per ripagarti.

È nato per diventare se stesso.

Una mia intervista all’agenzia Sir sul tema dell imputabilità penale dei minori.
25/07/2026

Una mia intervista all’agenzia Sir sul tema dell imputabilità penale dei minori.

La dilagante violenza tra i giovanissimi rappresenta una sfida complessa per la società odierna, ma quale risposta possono trovare la politica e la società di fronte a questa emergenza? Il Governo prova a dare una risposta con il disegno di legge “Modifiche in materia di imputabilità del minore...

“Hai un brutto carattere”.Quante volte te lo sei sentito dire? E quante volte l’hai detto a qualcun altro, magari con na...
02/07/2026

“Hai un brutto carattere”.
Quante volte te lo sei sentito dire? E quante volte l’hai detto a qualcun altro, magari con naturalezza, come se fosse una descrizione oggettiva?

Eppure quasi mai questa frase parla davvero del carattere dell’altro. Parla piuttosto di uno scarto: tra ciò che ci aspettiamo e ciò che accade, tra il nostro stile e quello dell’altro, tra come vorremmo che fosse e il suo sottrarsi alle nostre aspettative.
E così nasce il giudizio.

Quando l’altro non vuole muoversi secondo il nostro ritmo, quando non risponde come noi vorremmo ai nostri bisogni, quando non si adatta alle nostre richieste o alle nostre immagini interiori (a volte anche ai nostri capricci) ecco che il linguaggio diventa spietato: “sei fatto male”, “è difficile avere a che fare con te”, “hai un brutto carattere”.

Ma ciò che chiamiamo “brutto carattere” spesso è solo una differenza. E la differenza, quando non viene compresa, viene semplificata in etichette.

E le etichette, gravide di giudizio, hanno un potere sottile: trasformare l’infinita complessità di una persona in una parola soltanto. Non considerandola più un universo da scoprire e racchiudendola in un giudizio definitivo, che ha il solo scopo di toglierci la fatica di “comprendere”. Il fatto che mentre crediamo di rinchiudere l’altro, finiamo per imprigionare noi stessi dentro un racconto rigido e superficiale, che ci priva delle infinite sfumature delle persone, della vita, con il solo scopo di autoassolverci.

Forse tra un “sei fatto così, hai un brutto carattere” e “in questo momento faccio fatica a incontrarti e a comprenderti” c’è una distanza immensa. Nella prima frase c’è una gabbia. Nella seconda c’è ancora una relazione.

Sia chiaro: voler bene a qualcuno non significa aver capito tutto di lui o giustificare ogni cosa, né caricarsi sulle spalle i suoi pesi. Perché ci sono fardelli che appartengono all’altro e che solo l’altro può imparare a portare e gestire.

Ma se quella relazione ha valore, possiamo scegliere di non trasformare la nostra fatica in una sentenza definitiva.

Forse la forma più profonda dell’amore è dire: “So che sei molto più di ciò che oggi riesco a vedere.”

Perché dietro ciò che chiamiamo “brutto carattere” potrebbero esserci battaglie che nessuno ha mai visto. E nessuno dovrebbe essere ridotto alla parte di sé che il dolore ha reso più rumorosa. Soprattutto se vogliamo che resti nella nostra vita.

“È solo un cane, mi hanno detto. Ma per me era molto, molto di più”.Questa frase di un paziente, ascoltata nei giorni sc...
14/06/2026

“È solo un cane, mi hanno detto. Ma per me era molto, molto di più”.

Questa frase di un paziente, ascoltata nei giorni scorsi, mi è rimasta dentro.

Forse perché ci sono passato.
Forse perché continuo a sorprendermi davanti alla difficoltà che alcune persone hanno nel riconoscere il dolore degli altri.

Forse perché è il frutto di quell’antropocentrismo che da tempo non condivido più.

Eppure è “solo” un cane.
Eppure è “solo” un gatto.
Eppure è “solo” un animale.
Ma quel “solo” racconta molto più di chi lo pronuncia che di chi soffre per una perdita lacerante.

Perché un animale non è soltanto una presenza in casa ma un’anima (lo dice la parola) che si intreccia con la nostra. Attraverso un alfabeto di silenzi, sguardi, scodinzolii, fusa e tenerezze che valgono più di tante parole umane.

E così quell’anima a quattro zampe
ci aspetta ogni giorno e ci accoglie senza condizioni. Nei giorni belli e in quelli terribili. E resta quando altri se ne vanno.

Per questo, quando lascia questa terra, non perdiamo “solo” un animale.

Perdiamo una voce familiare.
Un rito quotidiano.
Un pezzo di vita.
Un amico silenzioso dei nostri giorni. Per alcuni - penso ad alcuni anziani, ad esempio - il solo.

E allora no, non era “solo un cane”.
Non era “solo un gatto”.

Era compagnia.
Era fedeltà.
Era presenza.
Era tenerezza.
Era ascolto.
Era gioia.
Era conforto.
Era protezione.
Era pazienza.
Era accoglienza.
Era lealtà.
Era amore.

E l’amore, qualunque forma assuma, merita sempre rispetto. Sempre.

Ps. In foto io bambino e la mia prima cucciola, Lara Senior.

In questi giorni di pausa forzata ho avuto la possibilità di leggere attentamente Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV....
28/05/2026

In questi giorni di pausa forzata ho avuto la possibilità di leggere attentamente Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV.

Lo trovo un testo necessario. Forse uno dei documenti che più chiaramente riesce a offrire uno sguardo lucido, critico e non partigiano sulla svolta tecnologica e antropologica che stiamo attraversando. Senza demonizzare il progresso, ma senza neppure inginocchiarsi davanti ad esso.

C’è un passaggio che mi ha colpito profondamente:

“L’imitazione artificiale della relazione di cura o di accompagnamento può diventare pericolosa quando si insinua in un contesto povero di relazioni e di affetti reali: allora il rischio non è tanto che una persona creda di parlare con un’altra persona, ma che perda il desiderio stesso di cercare davvero l’altro” (n. 100).

È una riflessione potentissima.
Perché il vero pericolo non è la macchina che imita l’umano, ma l’essere umano che si disabitua alla fatica, alla bellezza e alla vulnerabilità delle relazioni vere. E le nostre ferite - ahimè - nascono da relazioni vere e non possono che guarire in relazioni vere.

Per questo anche se in questo un tempo possiamo avere risposte immediate, supporti simulati, parole e consigli generati in pochi secondi, il nostro cuore continua ad avere fame di presenza, di ascolto autentico, di sguardi e silenzi condivisi, di cuori capaci di restare dinanzi alle lacrime come ai sorrisi.

L’intelligenza artificiale può essere uno strumento straordinario. Ma non potrà mai sostituire ciò che nasce soltanto dall’incontro autentico.

Si, il futuro non si giocherà tanto sulla potenza delle tecnologie, ma sulla capacità dell’uomo di restare umano.

E questo è un compito che ci interpella tutti. Nessuno escluso. Perché come afferma Tolkien, citato da Leone, «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare».

𝘿𝙞 𝙘𝙝𝙞 𝙨𝙤𝙣𝙤 𝙞 𝙣𝙤𝙨𝙩𝙧𝙞 𝙜𝙞𝙤𝙧𝙣𝙞?È un interrogativo che mi sono spesso posto tante volte e ritrovarlo sulle labbra di Servill...
17/05/2026

𝘿𝙞 𝙘𝙝𝙞 𝙨𝙤𝙣𝙤 𝙞 𝙣𝙤𝙨𝙩𝙧𝙞 𝙜𝙞𝙤𝙧𝙣𝙞?

È un interrogativo che mi sono spesso posto tante volte e ritrovarlo sulle labbra di Servillo nel film “La Grazia” di Sorrentino me lo ha riposto con un’inedita e cruda poesia.

𝘿𝙞 𝙘𝙝𝙞 𝙨𝙤𝙣𝙤 𝙞 𝙣𝙤𝙨𝙩𝙧𝙞 𝙜𝙞𝙤𝙧𝙣𝙞?

Sono di coloro che ci hanno messo al mondo senza che lo chiedessimo? Di questa società che fin dal primo vagito ci entra nella mente condizionando ogni cosa? Sono del mercato che ci manipola? Del nostro datore di lavoro o del nostro leader spirituale? Sono di quel Dio che immaginiamo come un burattinaio ?

𝘿𝙞 𝙘𝙝𝙞 𝙨𝙤𝙣𝙤 𝙞 𝙣𝙤𝙨𝙩𝙧𝙞 𝙜𝙞𝙤𝙧𝙣𝙞?

Sono delle nostre ombre? Delle paure che ci avvolgono ? Sono di quel passato che non riusciamo a lasciare indietro e che replichiamo senza accorgecene ? O sono degli equilibri malati che si esprimono in sintomi a cui ci siamo abituati così tanto da farne una zona comfort?

𝘿𝙞 𝙘𝙝𝙞 𝙨𝙤𝙣𝙤 𝙞 𝙣𝙤𝙨𝙩𝙧𝙞 𝙜𝙞𝙤𝙧𝙣𝙞?

Sono dei nostri sogni? Di quel nucleo vitale e libero che resta quando tutto passa? Di quell’energia d’amore che ci pulsa dentro? Del desiderio che ci abita? Sono dei versi che ancora possiamo scrivere, delle strade che ancora possiamo percorrere, dei mari che attendono la nostra navigazione?

Sono di quell’amore che ci attrae e che ancora dobbiamo imparare ? Di quella libertà che ci chiama e ancora dobbiamo conquistare?

𝘿𝙞 𝙘𝙝𝙞 𝙨𝙤𝙣𝙤 𝙞 𝙣𝙤𝙨𝙩𝙧𝙞 𝙜𝙞𝙤𝙧𝙣𝙞?

Non so se la nostra crescita, la nostra evoluzione e la nostra guarigione passino dalla risposta che riusciremo a dare a questa domanda, ma sono certo che passano dalla capacità che avremo di porcela davvero, guardando in faccia la nostra anima, senza fuggire da ciò che siamo, diventando cocreatori del nostro destino.

Quello che tu non dicilo dice il tuo corpo.Quello che trattienilo racconta la tua schiena piegata.Quello che non riesci ...
29/04/2026

Quello che tu non dici
lo dice il tuo corpo.

Quello che trattieni
lo racconta la tua schiena piegata.

Quello che non riesci a esprimere
lo racconta la tua pelle, con le sue pieghe e le sue crepature.

Quello che ingoi ogni giorno
lo racconta il tuo stomaco, con la sua acidità e il suo bruciore.

Quello che sopporti in silenzio
lo urla il tuo intestino infiammato.

Quello che ti fa paura
lo narra il tuo cuore in gola e il dolore che senti al petto.

Quello che continui a rimandare
lo segnano le tue emicranie, che tornano puntuali come ospiti indesiderati.

Quello che non lasci andare
resta intatto nelle tue tensioni muscolari, nella cervicale, nell’osso sacro dolorante.

Quello che ti stressa e ti rende la vita pesante lo raccontano la tua fame nervosa e i tuoi chili di troppo.

Perché la verità è che il corpo non dimentica mai,
neanche ciò che la tua memoria prova a cancellare.

Perché la verità è che il corpo non sta mai zitto,
anche quando tu racconti l’opposto.

Perché il corpo parla. Sempre.

E tu puoi ancora scegliere di ascoltarlo: sta cercando
di dirti che così non puoi continuare.
E ascoltarlo significa iniziare a prenderti sul serio, ad amarti veramente.

Dando un nome a ciò che senti.
Mettendo un limite dove hai sempre resistito. Chiedendo aiuto dove hai sempre fatto da solo.

Decidendo di ascoltarti fino in fondo, fino all’abisso della tua ferita, fino a toccare la carne viva, e finalmente sentire quel dolore da cui può nascere una luce nuova, capace di illuminare ogni piega dell’anima, ogni parte corpo.

Fino a liberare l’anima, fino a sanare i cuore, fino a guarire e far rinascere la tua casa, il tuo corpo.

Era il Giovedì Santo del 2013. Papa Francesco spiazzò tutti: lasciò la solennità della Basilica di San Pietro e scelse u...
21/04/2026

Era il Giovedì Santo del 2013. Papa Francesco spiazzò tutti: lasciò la solennità della Basilica di San Pietro e scelse un luogo insolito per la sua celebrazione, il carcere minorile di Casal del Marmo. Lì si chinò e lavò i piedi ai ragazzi detenuti. Un gesto semplice, ma capace di ribaltare logiche non solo ecclesiali, ma anche sociali, civili, psicologiche.
La profezia fa questo. L’umanità autentica fa questo.

In quei giorni stavo mettendo su una Comunità per i ragazzi di Nisida. Occorreva darle un nome, e dinanzi a quella notizia non ebbi dubbi: Casa Papa Francesco. Qualche anno dopo ospitammo proprio uno di quei ragazzi.

Quando ho avuto la gioia di incontrare Francesco - per ben tre volte, in una condividendo con lui e altri amici anche la tavola - e di mostrargli la ceramica dell’intitolazione, sorridendo disse che l’artista lo aveva fatto più bello di quanto fosse davvero. Ma sulla frase scelta non ebbe esitazioni. Era quella giusta, quella necessaria: “Non lasciatevi rubare la speranza”.

Quella comunità è servita e serve a questo. Gli altri progetti nati nel tempo e, in ultimo, quelli che seguo oggi servono e serviranno a questo. Il mio studio di psicoterapia, oggi, in fondo, è questo: un luogo dove la vita, anche quando si è incrinata, può tornare a fluire. Dove le ferite e i traumi, le ansie e i dolori trovano parole, e le parole tornano a diventare futuro. Dove qualcuno, entrando smarrito, può lentamente ricordarsi che la luce può tornare a brillare, che la tempesta può calmarsi, che un approdo sicuro può essere raggiunto.

Ad un anno dalla sua scomparsa la gratitudine verso Francesco è immensa, come la voglia di continuare con professionalità, competenza e amore ad essere strumento di speranza.

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Naples

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