14/09/2026
VERITÀ SCOMODE (repetita iuvant)
Post lungo!
Se pensi che “stare composti” sia un segno di buona educazione, meglio non leggerlo. 🍭
Ogni domenica lancio un test che vuole essere, in modo leggero e qualche volta un po’ provocatorio, un modo per riflettere e parlare insieme di educazione e pedagogia.
Stamattina, e ne ero molto consapevole perché è una questione che affronto in un certo modo da anni, il test sul momento del pasto in un servizio educativo ha dimostrato, come succede ancora troppo spesso, di quanto dobbiamo lavorare noi professionisti dell’infanzia su noi stessi e noi stesse ma anche su quello che ci sta intorno.
Una tra le domande che hanno ricevuto il numero più alto di risposte errate è stata:
Alla scuola dell’infanzia le bambine e i bambini dovrebbero aver sviluppato le competenze di base per rimanere seduti a tavola e mangiare da soli e da sole senza pasticciare e in modo composto.
Falso! Falso! Falso! ♥️
Nell’ambito educativo, soprattutto nella fascia 0-6 anni, è comune che adulti, genitori, insegnanti, educatrici ed educatori chiedano ai bambini e alle bambine di “stare composti”. Questa espressione, apparentemente innocua, porta con sé una lunga storia culturale, pedagogica e psicologica. Ma cosa significa davvero compostezza? E da dove nasce il bisogno, spesso urgente, dell’adulto di vederla realizzata nei corpi e nei comportamenti infantili?
Per rispondere, occorre guardare più a fondo, intrecciando la prospettiva filosofica, quella pedagogica e quella neuroscientifica.
Il verbo “comporre”, da cui deriva “compostezza”, indica l’atto di mettere insieme, di ordinare. Compostezza, quindi, non significa semplicemente “stare fermi”, ma rimanda a un’idea di ordine e armonia tra corpo, mente e contesto. In questa prospettiva, la compostezza è più che una postura: è una disposizione interiore che si riflette nel corpo e nella relazione. Tuttavia, nella pratica educativa quotidiana, il termine rischia spesso di essere ridotto a una richiesta esteriore: “siediti bene”, “non muoverti”, “non parlare”, “stai dritto”. Si pretende compostezza come conformità e non come consapevolezza.
Molto di questo approccio affonda le radici in un certo retaggio delle educazioni del passato, fortemente influenzate da modelli autoritari, disciplinari, centrati sul silenzio, sull’obbedienza, sul rispetto come sottomissione. L’educazione tradizionale ha a lungo inteso l’infanzia come un’età da “plasmare”, da contenere, dove il corpo doveva essere controllato per far spazio alla mente.
L’idea di una bambina e di un bambino “composti” era associata a una bambina e ad un bambino “buoni”, “educati”, conformi all’adulto.
Questa visione, oggi, si scontra con le conoscenze più aggiornate sullo sviluppo umano, oltre che con una visione dell’infanzia come soggetto attivo, competente e portatore di diritti.
Le neuroscienze dello sviluppo hanno ampiamente dimostrato che nella fascia 0-6 anni le strutture cerebrali responsabili dell’autoregolazione (corteccia prefrontale, sistema limbico, funzioni esecutive) sono in fase di maturazione. I bambini e le bambine piccole non sono ancora in grado di stare fermi o gestire le emozioni per lunghi periodi, non perché siano “impertinenti” o “maleducati”, ma perché non hanno ancora gli strumenti neurobiologici per farlo. L’autoregolazione, la capacità di inibire un comportamento impulsivo, di aspettare il proprio turno, di mantenere l’attenzione in modo prolungato, si costruisce lentamente, e sempre in relazione all’altro.
Userò ora, in modo un po’ provocatorio una delle mie parole preferite: IMPERTINENTE!
La pretesa di compostezza, se disancorata da questa comprensione, rischia di diventare impertinente in sé. Impertinente non in senso morale, ma come qualcosa di fuori luogo, di sproporzionato rispetto all’età evolutiva.
Chiedere a un bambino o ad una bambina di tre anni di stare seduti per un tempo prestabilito senza muoversi, o di rimanere in silenzio, è un errore educativo. Non solo perché è inefficace, ma perché può ostacolare lo sviluppo naturale della loro curiosità, del loro movimento, del loro pensiero incarnato.
Parlare di impertinenza in questi termini non ci fa piacere come adulti.
L’impertinenza di solito è qualcosa di negativo.
Ma io… pensata in relazione all infanzia, sono fiera di pensare all’impertinenza come una forma di resistenza sana da parte dei bambini e delle bambine, un segnale che ci deve far interrogare sul modo in cui stiamo educando.
L’“impertinenza” dei bambini deve essere letta, quindi, non come fastidio da correggere, ma come messaggio da ascoltare, come forma di autenticità e di vitalità.
Siamo tutti e tutte consapevoli che educare alla “compostezza autentica”, intesa come capacità di stare in relazione, di rispettare sé e l’altro, di abitare il proprio corpo in modo armonico, è un obiettivo educativo fondamentale.
Ma non può essere imposto!
Si costruisce attraverso il tempo, la cura, l’ambiente favorevole, e soprattutto attraverso l’esempio dell’adulto.
I bambini e le bambine apprendono molto per imitazione: è nella qualità della relazione, nella calma con cui l’adulto gestisce un conflitto, nella pazienza con cui attende una risposta, nella postura con cui ascolta, che il bambino e la bambina sperimentano un modello di compostezza reale, viva, non repressiva.
Non serve gridare “stai calmo” a un bambino o una bambina se l’adulto stesso è agitato.
Serve essere calma.
La compostezza, come ogni valore educativo, non si insegna: si trasmette.
In questo quadro, è fondamentale riflettere anche sul ruolo che la “compostezza” gioca nella socialità.
Stare composti, in un senso profondo, significa anche imparare a stare con gli altri, a riconoscere che il proprio comportamento ha un impatto sugli altri, che esistono spazi condivisi, tempi comuni, regole da rispettare per poter vivere insieme.
Non si nasce sociali, lo si diventa attraverso l’esperienza, l’osservazione e la partecipazione a contesti relazionali significativi.
Le regole sociali non sono innate, ma si apprendono gradualmente attraverso la relazione con adulti presenti, coerenti, rispettosi.
Il bambino è la bambina apprendono le regole non perché gliele si impone, ma perché le sperimentano nella relazione, le vivono come strumenti che rendono più facile la convivenza e più piacevole lo stare insieme.
Quando l’ambiente educativo è coerente, empatico, non giudicante, il bambino è la bambina interiorizzano naturalmente norme di comportamento che hanno un senso per loro.
Non si tratta allora di addestrare all’obbedienza, ma di educare alla convivenza, alla cittadinanza, al senso di appartenenza a una comunità.
Ritornano allora le parole di Maria Montessori, che parlava di “disciplina attiva”: un ordine che nasce da dentro, che si costruisce con la libertà e non contro di essa. Non si tratta di avere bambini e bambine immobili, ma bambini e bambine capaci di agire nel rispetto di sé e degli altri. La libertà non è assenza di regole, ma interiorizzazione di regole vissute come senso, non come imposizione.
Anche le teorie più recenti della pedagogia relazionale (Cozolino, Siegel, Novara) confermano che lo sviluppo di competenze sociali, emotive e cognitive si fonda sulla qualità della relazione educativa: un legame sicuro, non giudicante, capace di ascoltare e di contenere senza reprimere.
La compostezza può allora diventare non uno scopo, ma l’esito naturale di un processo educativo in cui il bambino si sente accolto, rispettato, riconosciuto. Un bambino è una bambina che si sentono visti, saranno più disponibile ad ascoltare.
Un bambino è una bambina che si sentono compresi, saranno più capaci di autoregolarsi.
Un bambino e una bambina che si sentono liberi, sapranno anche stare.
In conclusione, il vero senso di «stare composti e composte» non è restare fermi e zitti, ferme e zitte, ma essere presenti, con sé e con gli altri.
La compostezza, nella sua forma più autentica, è espressione di una maturazione interiore, non il frutto della costrizione.
Essa si educa nel tempo, con l’esempio, con la fiducia e con una profonda comprensione dei bisogni evolutivi dell’infanzia. Ma è anche un passaggio necessario per apprendere il vivere insieme, per costruire convivenze rispettose, per diventare cittadini capaci di ascoltare, di partecipare, di stare. Solo così, la compostezza potrà smettere di essere una maschera e diventare un volto.
Molto spesso si tende ad aspettarsi dalle bambine e dai bambini già dalla primissima infanzia (parlo di nido e scuola dell’infanzia) comportamenti “già pronti”, come se fossero piccoli adulti, dimenticando che stanno ancora apprendendo tutto: il corpo, le emozioni, la relazione con l’altro e persino il modo di stare a tavola.
Invece di imporre la compostezza come fine, dovremmo chiederci: abbiamo davvero lasciato spazio alla sperimentazione? Al gioco? All’errore?
Se non permettiamo loro di sporcarsi, di provare, di sbagliare, anche a tavola, come potranno davvero imparare? Se pretendiamo ordine, silenzio e buone maniere senza accompagnamento, non stiamo educando: stiamo addestrando.
E questo non fa bene né a loro, né a noi adulti.
Forse è il momento di spostare lo sguardo: dalle aspettative rigide alla fiducia nei processi. Perché crescere non significa “stare composti”, ma essere liberi di esplorare, con adulti che osservano, sostengono e camminano accanto, senza giudicare.
Collego a queste riflessioni anche un’altra domanda che ha ricevuto quasi la metà di risposte errate.
In un servizio educativo e’ importante avere accanto a tavoli e sedie un materasso e dei materiali/libri.
Vero! Vero! Vero!
E’ importante, perché ogni bambina e bambino ha tempi, bisogni e modalità diverse di vivere i momenti della giornata. Alcuni potrebbero aver bisogno di muoversi, riposare o semplicemente fare qualcos’altro prima o dopo il pasto. Avere a disposizione un materassino o dei materiali/libri vicino all’area dei tavoli permette di rispettare questi ritmi individuali, offrendo alternative che evitano situazioni di stress o forzature.
Inoltre, questo rende il momento del pasto più sereno per tutti e per tutte anche per le educatrici e le insegnanti, che possono gestire con maggiore flessibilità la presenza dei bambini e della bambine a tavola, evitando conflitti e favorendo un clima più rilassato e accogliente per tutti.
Questo tipo di proposta porta sempre le fatiche dell’adulto.
Di quelli che lavorano magari da soli in contesti piccoli e quindi non riescono a gestire la situazione.
Di quelli che lavorano nei contesti grandi e quindi non riescono a gestire la situazione.
Vi chiedo quindi di riflettere su dove e’ importante lavorare. O su chi!!!
Sì, questo tipo di proposta porta sempre le fatiche dell’adulto.
Perché richiede flessibilità, ascolto autentico, capacità di stare in una zona grigia dove non tutto è definito.
Richiede di fare cose difficili, perché quelle facili – quelle preconfezionate, standardizzate, che vanno bene “per tutti” – le sanno fare tutti.
Ma educare davvero significa scegliere ogni giorno di stare dentro la complessità.
Significa accogliere la stanchezza, i dubbi, le imperfezioni, le differenze.
E qui c’è un punto importante:
Non serve fare le cose perfette.
Non è questo che chiedono i bambini e le bambine.
Chiedono presenza, verità, coerenza.
La perfezione non sta nel risultato, ma nel tentativo, nel processo, nel coraggio di provare a fare meglio, pur sapendo che potremmo sbagliare.
Sta nel prendersi cura, anche quando non abbiamo tutte le risposte.
Sta nel tentare con onestà e umanità, anche quando sentiamo di non essere abbastanza.
E allora, sì, forse non riusciremo sempre a gestire tutto.
Forse non sarà sempre ordinato, preciso, “come da manuale”.
Ma se ogni scelta nasce dall’ascolto e dal rispetto dei tempi e dei bisogni di ogni bambina e bambino,
allora stiamo lavorando dove conta davvero.
Stiamo lavorando “sul chi”, e non solo sul “cosa”.
A domani 🍭