14/07/2026
☯️ NEL TAIJIQUAN LA FORMA È TUTTO, MA NON SERVE A NIENTE!
…lo so, questa frase è volutamente provocatoria, ma credo che ci siano alcuni elementi da tenere fortemente in considerazione per chi pratica il Taijiquan come autentico mezzo di trasformazione, e non soltanto come una forma di ginnastica.
Partiamo da un dato di fatto: generalmente, a prescindere dalla scuola, la pratica delle forme tende a occupare circa il 50% del tempo dedicato all’allenamento. Un’enormità di tempo, insomma. Ma siamo davvero sicuri di starne ricavando il massimo risultato?
Il primo assunto da chiarire è che la forma è al servizio dell’abilità, e non il contrario.
Per questo motivo, indipendentemente dalla forma che si pratica — con movimenti ampi o corti, veloci o lenti — dobbiamo sviluppare le capacità fisiche (e non solo) necessarie per eseguirla all’interno dei corretti parametri. La forma non deve essere “comoda” o “naturale”. Se cerco comodità e naturalezza, dove si trova il cambiamento?
La trasformazione porta inevitabilmente con sé attrito e fatica nell’adottare nuovi schemi corporei e motori.
È importante sottolineare anche un altro aspetto: ogni forma dovrebbe sviluppare abilità specifiche. Per esempio, una forma “veloce” non consiste semplicemente nell’eseguire più rapidamente i movimenti di una forma lenta mantenendo gli stessi identici presupposti. Se il fine è la trasformazione, allora anche lo strumento deve modificarsi nella sua essenza; altrimenti rischia di diventare soltanto un utilizzo improprio della pratica.
Detto questo, subentra, a mio avviso, il secondo grande ostacolo che il praticante incontra — specialmente se proviene da una mentalità occidentale —: la logica.
Per definizione, il Taiji è una pratica astratta e non può essere affrontata esclusivamente con una mente razionale. Mi capita spesso di sentire dire: «Devo capire per poter fare bene». Ma non funziona così: bisogna praticare fino al punto in cui si riesce a fare bene, e solo allora si comincia davvero a capire.
E, a quel punto, la forma servirà molto meno di quanto si pensasse.
Oggi si parla molto dello 站桩 (Zhàn Zhuāng), la cosiddetta “Standing Meditation”. Anche questa traduzione, a mio avviso, è fuorviante: il termine “meditazione” rischia di portarci fuori strada, ma questo è un altro discorso.
Questo tipo di pratica, che nel Taijiquan stile Yang prende il nome di 静功 (Jìng Gōng), ovvero “pratica statica”, rappresenta senza dubbio uno strumento potentissimo per ottenere grandi risultati. Tuttavia, se non cresce e non si evolve parallelamente a uno studio adeguato del 套路 (Tào Lù), cioè della forma, rischia di trasformarsi nel principale limite al raggiungimento di capacità superiori.
Come detto, esistono moltissime forme; oserei dire tante forme quanti sono gli insegnanti di Taijiquan.
Ritengo quindi quantomeno inutile, se non addirittura fuorviante, l’ossessiva ricerca della forma più “originale”, più “autentica”, del lignaggio “puro” o “più antico”. Basandoci sulle informazioni concrete di cui disponiamo, la prima evidenza che salta agli occhi è che, da una generazione all’altra, esistono sempre differenze sostanziali, e questo considerando soltanto gli ultimi cinquanta o sessant’anni.
Pensiamo davvero di poter affermare con certezza cosa praticasse esattamente uno specifico Maestro qualche secolo fa?
E, anche ammesso per un momento che fosse possibile stabilirlo senza alcun dubbio, quale sarebbe il vantaggio? Forse soltanto quello di osservare un’ulteriore interpretazione.
Su cosa dovremmo concentrarci, allora
Credo che la risposta sia chiara per chiunque pratichi seriamente Taijiquan da un po’ di tempo: i principi.
Più facile a dirsi che a farsi.
Se è vero che i cosiddetti principi sono ormai conosciuti da tutti, è altrettanto vero che pochissimi riescono davvero a incarnarli. Eppure sembrerebbe così semplice, no?
Se ci pensiamo bene, forse si tratta di poco più di una ventina di indicazioni tramandate nei cosiddetti “testi classici”. Basterebbe leggerle ogni sera prima di addormentarsi per svegliarsi una mattina e averle interiorizzate.
Ma, purtroppo — o forse per fortuna —, non funziona così.
Ed è proprio qui che torniamo al punto da cui siamo partiti: fare per capire, non capire per fare…
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