22/08/2026
Mi chiamo Miryam, ho 46 anni.
Da un anno esatto vivo con un macigno sul petto che non mi lascia respirare. Un anno fa, senza saperlo, ho firmato quella che sento come la condanna di mio padre. Non lo sapevo. Non potevo saperlo. Ma da allora... il rimorso è diventato il mio compagno di notte, di giorno, di ogni momento in cui chiudo gli occhi e rivedo tutto.
Papà stava con me da quando mamma è mor*a. La loro storia era l'amore che vedi nei film, quello che non ti capita più di incontrare nella vita reale. lo andavo a lavoro, lui stava a casa: un uomo d'oro, che non voleva pesare su nessuno. Lavava, stirava, faceva la spesa... e quando gli dicevo "papà, riposati", lui rispondeva sempre:
“finché posso, lo faccio”. Poi il primo segnale. Piccole cose, strane. I farm*ci non presi, il pranzo cucinato ad orari impossibili, telefonate sempre più frequenti perché avevo paura che succedesse qualcosa. Dem*nza sen*le. Poi Alzheimer. Da lì in poi ho fatto una sola cosa: ho rinunciato a tutto per lui.
Compagno, amici, tempo libero, vita. Facevo 2 lavori. Turni massacranti e poi tornavo a casa e diventavo infermiera, figlia, madre, badante, tutto insieme.
Creme migliori, integratori migliori, infermieri privati, medici. Niente mare. Niente vacanze. Neanche una pizza. Ogni giorno controllavo che non avesse piaghe, che fosse pulito, profumato. Che avesse dignità. 14 anni così. 11 dei quali... a letto. Abbiamo superato tutto: il Covid, una polmonite, mille ricoveri. Sempre insieme. Sempre mano nella mano. Poi è arrivato il terzo stadio. L'acquagel. La paura. Non ingoiava più. Era rigido, immobile. lo intuivo quello di cui aveva bisogno solo guardandogli gli occhi e gli bastava un mio sussurro per farlo brillare un istante. Mi dissero che necessitava del sondino. Ma nelle sue condizioni, ormai avanzate, mi consigliarono una struttura. Non ero pronta. Non volevo. lo sapevo come curarlo, io sapevo come parlargli. lo lo conoscevo. lo ero la sua casa. Ma la mattina dopo l'ambulanza è arrivata. L'ho visto andare via sulla barella e mi si è spezzato il cuore. Ho fatto le mie raccomandazioni, ho pregato, ho chiesto di stare con lui. Mi risposero:
“adesso deve affidarlo a noi. Siamo professionisti”. 3H dopo la chiamata. Febbre a 40. San*ue dalla bocca. Paura ovunque. Quando sono arrivata non era più lui. Era un corpo stremato. Un respiro alla volta. Un addio che non avevo previsto così. 10 giorni. 10 lunghissimi giorni di agonia. Poi e volato via, poco prima di Natale. Continuano a dirmi che non e colpa mia. Che l'ho portato avanti per 14 anni. Che in pochi arrivano al 3º stadio in quelle condizioni. Che lui c'è arrivato grazie a me. Che se fosse soffocato a casa, mi sarei distrutta per sempre. Forse è vero. Forse no. La verità è che la consolazione non basta e io continuo a chiedergli perdono ogni notte. Perché quel sorriso che mi faceva con gli occhi, io lo vedo ancora.
Oggi sta arrivando un altro Natale. E la casa è vuota. Ci sono solo ricordi. Ma nessun odore di sugo la mattina, nessuna risata, nessun “che fai?" detto con dolcezza.
Mi chiamo Miryam, ho 46 anni e spero che un giorno l'anima smetta di farmi così male. Spero che lui mi abbia già perdonata. E vi prego: amateli. Sempre. Non lasciateli mai soli.
(Fonte: Diario di un ipocondriaco)