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UMANITA' E PAZIENZALe persone che vivono con la demenza.Sono loro che, senza volerlo, ci insegnano a rallentare.   Ci ra...
26/08/2026

UMANITA' E PAZIENZA
Le persone che vivono con la demenza.
Sono loro che, senza volerlo, ci insegnano a rallentare.
Ci raccontano storie anche quando le parole si incastrano.
Loro ci cercano con lo sguardo e, anche se il nome non lo ricordano, il cuore ne riconosce l’affetto.
Nascondono il pane negli armadi.
Fanno la stessa domanda venti volte.
Si perdono in un corridoio della propria casa.
Eppure, in mezzo a tutto questo, continuano a darci lezioni di umanità e di pazienza.
Sono importanti. Lo sono sempre stati.
Sono la nostra memoria. La nostra storia.
Sono il ponte sottile tra chi eravamo e chi stiamo diventando.
Prendersi cura di loro con dignità non è un dovere, ma un privilegio. È un atto d’amore.
Oggi scegliamo di restare sempre con loro. Di non renderli invisibili.
Perché dietro ogni gesto confuso c’è ancora una persona.
E dietro ogni persona c’è ancora una vita intera da onorare.
Fonte: dal web

Il 23 agosto 1926 è una data che segna la storia di  . Esattamente cent’anni fa, i primi pazienti varcavano la soglia de...
24/08/2026

Il 23 agosto 1926 è una data che segna la storia di . Esattamente cent’anni fa, i primi pazienti varcavano la soglia dei nuovi padiglioni dell’Ospedale di via Gramsci 14, sorti in quella che allora era aperta campagna.

Immaginate la scena: oltre 11 ettari recintati – praticamente 16 campi da calcio – con quattordici padiglioni, impianti autonomi, vapore per la sterilizzazione e acqua sollevata meccanicamente.

Quel giorno non nasceva soltanto un nuovo ospedale. Nasceva una nuova idea di cura. Da quel momento infatti curare significò dare luce, aria e spazi adeguati a chi era malato. I padiglioni furono disposti lungo l’asse nord-sud proprio per sfruttare al meglio il sole e la ventilazione naturale, attraverso grandi finestre. Ogni malattia aveva il suo spazio. Ogni paziente il suo respiro. Si era compresa una cosa semplice e, per l’epoca, rivoluzionaria: anche lo spazio è parte della cura.

Cent’anni dopo, la sfida è ancora la stessa. Il nuovo Ospedale dei Bambini, il Centro di Oncologia e Radioterapia, il futuro Ospedale delle Donne: l’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma cambia pelle, ma continua a essere fedele a quell’intuizione del 1926.

Ma un ospedale non è fatto soltanto di edifici, spazi e tecnologie. È fatto, prima di tutto, di persone. Per questo, nel giorno del suo centenario, il grazie più grande va a tutte le donne e gli uomini che, nel corso di questi cento anni, hanno lavorato e continuano a lavorare dentro l’Ospedale di Parma, prendendosi cura degli altri con competenza, professionalità e dedizione.

❤Cent’anni di luoghi che cambiano. Cent’anni di medicina che evolve. Cent’anni di persone che si prendono cura delle persone.❤

Scopri di più su questo importante anniversario, con altre foto d'archivio: https://tinyurl.com/66nt7rk8

Mi chiamo Miryam, ho 46 anni. Da un anno esatto vivo con un macigno sul petto che non mi lascia respirare. Un anno fa, s...
22/08/2026

Mi chiamo Miryam, ho 46 anni.
Da un anno esatto vivo con un macigno sul petto che non mi lascia respirare. Un anno fa, senza saperlo, ho firmato quella che sento come la condanna di mio padre. Non lo sapevo. Non potevo saperlo. Ma da allora... il rimorso è diventato il mio compagno di notte, di giorno, di ogni momento in cui chiudo gli occhi e rivedo tutto.
Papà stava con me da quando mamma è mor*a. La loro storia era l'amore che vedi nei film, quello che non ti capita più di incontrare nella vita reale. lo andavo a lavoro, lui stava a casa: un uomo d'oro, che non voleva pesare su nessuno. Lavava, stirava, faceva la spesa... e quando gli dicevo "papà, riposati", lui rispondeva sempre:
“finché posso, lo faccio”. Poi il primo segnale. Piccole cose, strane. I farm*ci non presi, il pranzo cucinato ad orari impossibili, telefonate sempre più frequenti perché avevo paura che succedesse qualcosa. Dem*nza sen*le. Poi Alzheimer. Da lì in poi ho fatto una sola cosa: ho rinunciato a tutto per lui.
Compagno, amici, tempo libero, vita. Facevo 2 lavori. Turni massacranti e poi tornavo a casa e diventavo infermiera, figlia, madre, badante, tutto insieme.
Creme migliori, integratori migliori, infermieri privati, medici. Niente mare. Niente vacanze. Neanche una pizza. Ogni giorno controllavo che non avesse piaghe, che fosse pulito, profumato. Che avesse dignità. 14 anni così. 11 dei quali... a letto. Abbiamo superato tutto: il Covid, una polmonite, mille ricoveri. Sempre insieme. Sempre mano nella mano. Poi è arrivato il terzo stadio. L'acquagel. La paura. Non ingoiava più. Era rigido, immobile. lo intuivo quello di cui aveva bisogno solo guardandogli gli occhi e gli bastava un mio sussurro per farlo brillare un istante. Mi dissero che necessitava del sondino. Ma nelle sue condizioni, ormai avanzate, mi consigliarono una struttura. Non ero pronta. Non volevo. lo sapevo come curarlo, io sapevo come parlargli. lo lo conoscevo. lo ero la sua casa. Ma la mattina dopo l'ambulanza è arrivata. L'ho visto andare via sulla barella e mi si è spezzato il cuore. Ho fatto le mie raccomandazioni, ho pregato, ho chiesto di stare con lui. Mi risposero:
“adesso deve affidarlo a noi. Siamo professionisti”. 3H dopo la chiamata. Febbre a 40. San*ue dalla bocca. Paura ovunque. Quando sono arrivata non era più lui. Era un corpo stremato. Un respiro alla volta. Un addio che non avevo previsto così. 10 giorni. 10 lunghissimi giorni di agonia. Poi e volato via, poco prima di Natale. Continuano a dirmi che non e colpa mia. Che l'ho portato avanti per 14 anni. Che in pochi arrivano al 3º stadio in quelle condizioni. Che lui c'è arrivato grazie a me. Che se fosse soffocato a casa, mi sarei distrutta per sempre. Forse è vero. Forse no. La verità è che la consolazione non basta e io continuo a chiedergli perdono ogni notte. Perché quel sorriso che mi faceva con gli occhi, io lo vedo ancora.
Oggi sta arrivando un altro Natale. E la casa è vuota. Ci sono solo ricordi. Ma nessun odore di sugo la mattina, nessuna risata, nessun “che fai?" detto con dolcezza.
Mi chiamo Miryam, ho 46 anni e spero che un giorno l'anima smetta di farmi così male. Spero che lui mi abbia già perdonata. E vi prego: amateli. Sempre. Non lasciateli mai soli.

(Fonte: Diario di un ipocondriaco)

20/08/2026
🏠 "𝐕𝐨𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐚𝐧𝐝𝐚𝐫𝐞 𝐚 𝐜𝐚𝐬𝐚!": 𝐈𝐥 𝐦𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐨 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐳𝐢𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐫𝐚𝐬𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐩𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐢𝐥 𝐜𝐮𝐨𝐫𝐞 (𝐦𝐞𝐧𝐭𝐫𝐞 𝐞̀ 𝐠𝐢𝐚̀ 𝐬𝐞𝐝𝐮𝐭𝐨 𝐧𝐞𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐬𝐚𝐥𝐨𝐭𝐭𝐨)...
20/08/2026

🏠 "𝐕𝐨𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐚𝐧𝐝𝐚𝐫𝐞 𝐚 𝐜𝐚𝐬𝐚!": 𝐈𝐥 𝐦𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐨 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐳𝐢𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐫𝐚𝐬𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐩𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐢𝐥 𝐜𝐮𝐨𝐫𝐞 (𝐦𝐞𝐧𝐭𝐫𝐞 𝐞̀ 𝐠𝐢𝐚̀ 𝐬𝐞𝐝𝐮𝐭𝐨 𝐧𝐞𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐬𝐚𝐥𝐨𝐭𝐭𝐨)

Se ti prendi cura di una persona con demenza, hai vissuto questa scena almeno cento volte. È pomeriggio inoltrato, la casa è calda, la televisione è accesa. Lui o lei si guarda intorno, con gli occhi sbarrati dalla paura o colmi di lacrime, e pronuncia la frase più dolorosa di tutte:

"𝘝𝘰𝘨𝘭𝘪𝘰 𝘢𝘯𝘥𝘢𝘳𝘦 𝘢 𝘤𝘢𝘴𝘢. 𝘗𝘰𝘳𝘵𝘢𝘮𝘪 𝘢 𝘤𝘢𝘴𝘢 𝘮𝘪𝘢, 𝘲𝘶𝘪 𝘯𝘰𝘯 𝘤𝘪 𝘷𝘰𝘨𝘭𝘪𝘰 𝘴𝘵𝘢𝘳𝘦"

La tua prima reazione, mista a sfinimento e frustrazione, è quasi sempre la stessa: allarghi le braccia, indichi le pareti e rispondi esasperata: "Ma papà, guarda intorno! Questa è casa tua! Ci vivi da cinquant'anni!".
Eppure, più insisti con la geografia, più lui si agita, si convince che lo stai ingannando e piange ancora di più.

Perché lo fa? Ti sta prendendo in giro o sta delirando?

💡 𝗟𝗮 𝘀𝗽𝗶𝗲𝗴𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗰𝗹𝗶𝗻𝗶𝗰𝗮: "Casa" non è un indirizzo, è uno stato di sicurezza

Per un cervello colpito dalla demenza, il concetto di "casa" non corrisponde alle coordinate geografiche del GPS o alle mattonelle del soggiorno.

Il crollo dei punti di riferimento temporali e spaziali: quando il mondo esterno diventa caotico, ostile e incomprensibile, il cervello perde la capacità di orientarsi nel presente.

Il rifugio della memoria antica: quando la realtà attuale fa troppa paura, la mente compie un salto temporale all'indietro, rifugiandosi nei decenni in cui il malato si sentiva protetto. Nella sua testa, in quel momento, "casa" non è la casa in cui vive oggi con te: è la casa dei suoi genitori, la casa della sua infanzia o della sua giovinezza, quando aveva trent'anni ed era padrone della sua vita.

La ricerca disperata di protezione: quando dice "Voglio andare a casa", non sta parlando di mattoni e pareti. Sta dicendo: "Ho paura, mi sento sperduto in un mondo che non riconosco più, e voglio tornare nel posto in cui mi sentivo al sicuro, amato e protetto".

Ecco perché mostrargli le foto di famiglia di oggi o dirgli "Siamo a casa tua!" non serve a nulla: per lui, quel posto non è casa.

🌱 𝟯 𝗰𝗵𝗶𝗮𝘃𝗶 𝗽𝗲𝗿 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗼𝗻𝗱𝗲𝗿𝗲 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗹𝗼𝘁𝘁𝗮𝗿𝗲 (e fermare le lacrime)

Quando capisci che non è una questione di geografia, ma di emozione, tutto cambia:

👉 Smetti di discutere con la geografia: spiegargli che si trova a casa sua servirà solo a farlo sentire incompreso e solo. Non correggere la sua percezione: accoglila

👉 Valida l'emozione prima di tutto: invece di dirgli che si sbaglia, rispondi al bisogno profondo di protezione. Abbraccialo dolcemente e di' qualcosa come: "Ti manca la tua casa di una volta, lo so. Capisco che ti senti smarrito. Adesso però ci sono qui io, sei al sicuro con me, non ti lascio solo"

👉 Sposta l'attenzione sul presente caldo: spesso la crisi rientra se riesci a offrirgli un ancoraggio sensoriale immediato: una tazza di tè caldo, una coperta morbida sulle spalle, o una vecchia canzone che riporti la pace nel suo corpo

❤️ Non stai lottando contro di lui, stai accogliendo la sua paura

Quando senti quella frase, non sentirti rifiutata o ferita pensando che la tua casa non gli basti. Sta solo cercando un rifugio per la sua paura. Imparare a decodificare questo dolore ti permette di posare le armi della logica e di stringergli semplicemente la mano, trasformando una lite sfinente in un momento di profonda e autentica vicinanza

💬 𝑺𝑷𝑨𝒁𝑰𝑶 𝑰𝑵𝑻𝑬𝑹𝑨𝑻𝑻𝑰𝑽𝑶: 𝑰𝒍 𝒗𝒐𝒔𝒕𝒓𝒐 𝒄𝒂𝒓𝒐 𝒗𝒊 𝒄𝒉𝒊𝒆𝒅𝒆 𝒎𝒂𝒊 𝒅𝒊 "𝒂𝒏𝒅𝒂𝒓𝒆 𝒂 𝒄𝒂𝒔𝒂"?

Questa è una delle ferite più condivise e nascoste di chi assiste.

Facciamo cerchio nei commenti: il vostro caro ripete spesso questa frase? E qual è il posto o il ricordo nel tempo in cui vi accorgete che vorrebbe tornare? 👇

Scrivete la vostra esperienza qui sotto. Leggere le storie degli altri vi farà sentire parte di una comunità che non giudica e che sa esattamente cosa state passando.

👉 Se questo post ti ha fatto vedere questa frase con occhi diversi, condividilo sulla tua bacheca o nei gruppi di supporto. Fare arrivare questa consapevolezza a un altro caregiver può salvargli la giornata 🔄

𝙃𝙖𝙞 𝙗𝙞𝙨𝙤𝙜𝙣𝙤 𝙙𝙞 𝙨𝙩𝙧𝙪𝙢𝙚𝙣𝙩𝙞 𝙥𝙧𝙖𝙩𝙞𝙘𝙞 𝙥𝙚𝙧 𝙜𝙚𝙨𝙩𝙞𝙧𝙚 𝙢𝙚𝙜𝙡𝙞𝙤 𝙞𝙡 𝙩𝙪𝙤 𝙘𝙖𝙧𝙤 𝙘𝙤𝙣 𝙙𝙚𝙢𝙚𝙣𝙯𝙖?

Ho preparato per te una serie di risorse utili a questo scopo. Dacci un'occhiata 👉https://valentinamarchi.it/ebook/

Entrare in bagno con l'asciugamano in mano, respirare fondo e sperare che sia "il momento giusto". Poi basta un no secco...
17/08/2026

Entrare in bagno con l'asciugamano in mano, respirare fondo e sperare che sia "il momento giusto". Poi basta un no secco, il corpo che si irrigidisce, lo sguardo che si riempie di un'ansia vera, profonda.

A quanti di noi è capitato di trovarsi esattamente in questa scena? 💜

Quando si accudisce un familiare con l'Alzheimer a casa, la paura dell'acqua e del bagno arrivava come una doccia fredda. E nelle giornate più calde, quando il sudore aumenta e le temperature salgono, questa situazione rischia di diventare una costante fonte di stress per tutta la famiglia.

Siamo portati a pensare che sia ostinazione, ma non è così.
La malattia altera la percezione dei sensi e dello spazio:

Un piatto doccia bagnato e lucido non sembra una superficie sicura, ma un vuoto scuro in cui si teme di cadere.
Il getto d'acqua non è rinfrescante, ma un rumore forte che la mente stenta a decodificare.
La sensazione dell'acqua sul viso o sul corpo fa sentire vulnerabili e senza difese.

In questi momenti, provare a spiegare che non "c'è nulla di cui aver paura" non funziona, perché per loro quel timore è assolutamente reale.

Cosa ci ha insegnato la gestione quotidiana a casa quando fa caldo ?

👉 Sostituire la doccia con la spugnatura a zone: Usare un panno morbido e acqua tiepida, pulendo e asciugando una parte del corpo alla volta. La persona resta protetta e non vive il trauma di svestirsi del tutto.
👉Cura mirata delle pieghe della pelle: Nelle giornate roventi, tamponare delicatamente il sudore dove si accumula evita arrossamenti e irritazioni, senza bisogno di un bagno completo.
👉 Tappetini antiscivolo opachi: Coprire le superfici lucide elimina i riflessi visivi che generano smarrimento e paura di scivolare.

Cambiare prospettiva significa smettere di lottare contro la paura e iniziare a costruire la sensazione di sicurezza.

In quante case stasera si sta vivendo questa stessa difficoltà? Quale piccolo accorgimento vi ha aiutato a riportare la calma quando il vostro caro rifiutava l'acqua?

La risposta di ciascuno di noi può diventare una mappa di consigli preziosissima per chi in questo momento si sente solo, smarrito o senza risposte. Lasciare una traccia della propria esperienza significa allungare una mano a un'altra famiglia. 💜




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Legare un anziano non autosufficiente non costa nulla. Assumere un operatore in più costa uno stipendio. In troppe RSA i...
16/08/2026

Legare un anziano non autosufficiente non costa nulla. Assumere un operatore in più costa uno stipendio. In troppe RSA italiane, quando il calcolo è questo, la scelta è già fatta, anche se nessuno la chiama con il suo nome.

In Lombardia, nel 2023, su circa 66.000 posti letto nelle RSA private, quasi 42.000 pazienti sono stati sottoposti ad almeno una forma di contenzione: fasce, spondine, tavolini che impediscono di alzarsi. Il Comitato Nazionale per la Bioetica lo scrive senza mezzi termini: la pratica non è un'eccezione, è ordinaria. Eppure è vietata da anni, dalla Costituzione, dal codice penale, dai codici deontologici di medici e infermieri. Le linee guida sono chiarissime su un punto in particolare: la contenzione non può mai essere usata per sopperire alla carenza di personale. È proprio quello che succede più spesso.

Un'operatrice socio-sanitaria in una RSA privata guadagna, per un turno pieno, circa 1.200-1.400 euro al mese. Il turnover è altissimo, tanto che in molte strutture il turno notturno infermieristico viene coperto con la reperibilità invece che con una presenza fisica. Chi resta lavora doppio, con carichi che portano dritti al burnout. In questo scenario la contenzione non nasce dalla cattiveria di un singolo operatore: nasce dal fatto che con due persone in turno per trenta ospiti non autosufficienti, immobilizzare diventa l'unico modo per "tenere tutto sotto controllo". È un fallimento organizzativo che si scarica sul corpo di chi non può difendersi.

D'estate questo diventa ancora più invisibile. Fuori, quasi 850mila anziani dichiarano di non avere nessuno su cui contare, e le ondate di calore si stanno confermando letali soprattutto per chi vive solo in casa. Dentro una RSA nessuno è mai solo, eppure c'è chi non può muoversi neanche per allontanarsi da una finestra. Sono due forme diverse della stessa cosa: un paese che non ha ancora deciso quanto valga la vecchiaia fragile.

C'è però una prova che si può fare diversamente. Nella RSA Luigi Accorsi, il 21 ottobre 2023 sono state eliminate tutte le contenzioni in un solo giorno. Il risultato, dopo oltre un anno: il 36% degli ex contenuti non è mai caduto, né prima né dopo. Chi cadeva durante la contenzione, nel 24% dei casi, ha smesso di cadere una volta liberato. Non serviva legare nessuno. Serviva decidere di investire in formazione e in personale.

La contenzione fisica non è un problema clinico. È un problema di bilancio travestito da necessità medica, e finché costerà meno legare che assumere, continueremo a chiamarla sicurezza invece che abbandono.( Federico Pizzarotti)

Indirizzo

Via Pellegri 14 Langhirano
Langhirano
43013

Orario di apertura

Lunedì 10:00 - 20:10
Martedì 10:00 - 20:00
Mercoledì 10:00 - 20:00
Giovedì 10:00 - 20:00
Venerdì 10:00 - 20:00
Sabato 10:00 - 20:00
Domenica 10:00 - 20:00

Telefono

+393703136258

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