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PSICOPATOLOGIA DA WEB. IL RUOLO DELLA PREVENZIONE DIGITALE NEI BAMBINI E NEGLI ADOLESCENTI. INTERVENTO DI ADELIA LUCATTI...
31/07/2026

PSICOPATOLOGIA DA WEB. IL RUOLO DELLA PREVENZIONE DIGITALE NEI BAMBINI E NEGLI ADOLESCENTI.

INTERVENTO DI ADELIA LUCATTINI, ORDINARIO DELLA SOCIETÀ PSICOANALITICA ITALIANA (SPI) E DELL’INTERNATIONAL PSYCHOANALYTICAL ASSOCIATION (IPA).

Roma, 31 luglio 2026

Lucattini: “Il consiglio ai genitori è quello di non usare mai lo schermo per calmare i figli poiché un effetto anestetico sulla mente. Noia, attesa e frustrazione sono esperienze necessarie. Se ogni emozione spiacevole viene immediatamente spenta dal dispositivo, il bambino sviluppa con maggiore difficoltà capacità interne di autoregolazione e introspezione”.

Di Marialuisa Roscino

Nell'era dell'iperconnessione permanente, smartphone, tablet e social media sono diventati parte integrante della quotidianità di bambini e adolescenti, ridefinendo i confini della crescita, delle relazioni e della percezione di sé. Ma qual è il reale impatto di questo "mondo virtuale" sulla mente in evoluzione delle nuove generazioni? Per comprendere i rischi e le opportunità di questo scenario, abbiamo rivolto alcune domande di riflessione alla Dott.ssa Adelia Lucattini, psichiatra e psicoanalista Ordinario della Società Psicoanalitica Italiana (SPI).

Con la sua guida clinica e scientifica, in questa intervista di oggi, esploriamo l'aumento dei disturbi legati all'uso improprio della rete, le vulnerabilità neurobiologiche degli adolescenti, le dinamiche familiari alterate dall'isolamento digitale e le strategie più efficaci di prevenzione e intervento terapeutico.

Dott.ssa Lucattini, nella pratica clinica si osserva un aumento di disturbi legati direttamente all'uso improprio o eccessivo della rete tra bambini e adolescenti?

Sì, ormai da alcuni anni numerosi studi scientifici confermano un aumento delle situazioni in cui l’uso digitale partecipa al disagio psicologico di bambini e adolescenti. Non sempre ne è la causa diretta. Più spesso intercetta e amplifica vulnerabilità già presenti, come ansia, depressione, impulsività, solitudine, difficoltà scolastiche o fragilità dell’autostima.

È importante distinguere un uso frequente da un uso problematico, dall’ansia ossessiva alla dipendenza vera e propria. Il problema clinico compare quando l’adolescente perde il controllo, non riesce a interrompersi e continua nonostante le conseguenze sul sonno, sullo studio e sulle relazioni. La relazione può essere circolare. Chi soffre già di per sé (ansia, angoscia e depressione) cerca rifugio online e il rifugio digitale può progressivamente aggravare il disagio (Behavioral Sciences (Basel), 2025).

Quali sono le manifestazioni psicopatologiche più frequenti che si riscontrano oggi rispetto al passato?

Più frequentemente si osservano sono ansia, umore depresso, insonnia, irritabilità, inversione del ritmo sonno veglia, difficoltà di concentrazione, calo scolastico e progressivo isolamento.

Possono comparire controllo compulsivo delle notifiche, crisi di rabbia quando il dispositivo viene tolto, perdita di interesse per attività precedentemente amate e crescente dipendenza dal giudizio degli altri. Non si tratta sempre di nuove psicopatologie, disturbi psicologici o malattie mentali. Spesso sono conflitti propri dell’età evolutiva che il digitale rende più intensi e continui, difficili da comprendere e più difficili da gestire. Lo schermo può inoltre diventare uno strumento per evitare emozioni dolorose, frustrazioni o relazioni vissute come troppo impegnative e rappresentare un impedimento ad una normale crescita psicologica, emotiva e affettiva. Il digitale ha un forte impatto inconscio poiché isola la sensorialità e allontana da relazioni interpersonali profonde (International Journal of Behavioral Medicine, 2025).

Dal punto di vista psicoanalitico, perché la mente di un adolescente è così vulnerabile agli schermi e ai social media?

L’adolescenza è una fase di costruzione, definizione e ampliamento dell’identità personale, crescita e cambiamenti del corpo, conoscenza della sessualità e trasformazione del rapporto con i genitori. Il ragazzo deve separarsi dalle immagini infantili di sé e costruire un’identità nuova. In questo processo lo sguardo dei coetanei diventa particolarmente importante.

I social offrono uno specchio sempre disponibile. Like, follower e commenti possono essere vissuti come misure del proprio valore personale. Quando l’autostima è ancora fragile e in divenire, il mancato riconoscimento online può essere percepito come una ferita narcisistica.

Lo schermo rafforza l’idealizzazione della propria immagine, proteggendosi dalla complessità e dall’incertezza della relazione reale. Questa protezione diventa rischiosa quando impedisce di sperimentare il confronto, l’attesa e la frustrazione (Scientific Reports, 2026).



Quali sono i meccanismi attraverso cui l’iperconnessione altera la percezione della realtà, può generare ansia e depressione negli adolescenti e nei bambini?



I social espongono continuamente a immagini selezionate, corpi perfetti e idealizzati, successi personali mostrati come raggiungibili senza impegno e difficoltà. Fiabe raccontante dai moderni cantastorie che non vengono riconosciute dagli adolescenti che confrontano la propria vita reale con una rappresentazione costruita, cinematografica, della vita altrui, mostrata come autentica. Le menzogne anche se colorate, patinate e spumeggianti, generano sempre nei ragazzi una percezione di falsificazione e tradimento del vero, purtroppo però accompagnati da una sensazione inadeguatezza e fallimento che, poiché non razionalizzabile, rimane a livello emotivo e inconscio. Per cui il fallimento è doppio per non riuscire a decifrare le proprie intuizioni e per la competizione con modelli irraggiungibili anche nelle più intense fantasie.

Inoltre, la necessità di essere sempre disponibili, il timore di essere esclusi e il dolore di non ricevere risposte possono generare un vero stress digitale. Le notifiche intermittenti mantengono inoltre una condizione di attesa e di eccitazione difficile da interrompere.

Dal punto di vista psicoanalitico, l’iperconnessione può ridurre lo spazio mentale necessario per pensare le emozioni. L’esperienza viene immediatamente agita, condivisa o controllata, invece di essere elaborata interiormente (Addictive Behaviors, 2026).



Nel caso dei bambini più piccoli, quali rischi comporta l’esposizione precoce a smartphone e tablet?

Nei primi anni il bambino impara a conoscere e vivere le emozioni attraverso la relazione con l’adulto. Il volto, la voce e la presenza del genitore aiutano a tollerare l’attesa, la noia, la frustrazione e l’angoscia.

Quando lo schermo viene utilizzato sistematicamente per calmare ogni pianto, il bambino può avere meno occasioni per sviluppare le risorse interne per modulare emozioni, pensieri e comportamenti. Il dispositivo può così di diventare un calmante esterno indispensabile.

Il rischio non dipende soltanto dalla durata dell’esposizione, ma da ciò che lo schermo sostituisce, il contatto fisico affettuoso, le parole che consolano, le attenzioni che generano sicurezza interiore. Sono particolarmente importanti per lo sviluppo sano del bambino, il dialogo, il gioco simbolico, il movimento, l’esplorazione e la condivisione emotiva con l’adulto (Behavioral Science, 2026).



Come cambia al riguardo, la dinamica della relazione genitori-figli nell'era digitale e quali segnali d'allarme non dovrebbero mai essere sottovalutati?



Il conflitto sullo smartphone può diventare il luogo interiore e concreto, in cui si esprimono problemi più profondi, come il bisogno di autonomia dell’adolescente, l’ansia di controllo del genitore e la difficoltà reciproca nel riconoscere limiti e separazioni.

Anche l’esempio degli adulti è fondamentale. Quando il genitore controlla continuamente il telefono mentre i figli gli parlano, il bambino può sentirsi ignorato o meno importante del dispositivo.

I principali segnali di allarme sono isolamento, uso notturno, insonnia, irritabilità intensa, calo scolastico, perdita delle amicizie, abbandono dello sport, menzogne sull’utilizzo e incapacità di fermarsi. Autolesionismo, ideazione suicidaria e cyberbullismo richiedono sempre una valutazione specialistica tempestiva (Medical Internet Research, 2025).



Quando la situazione evolve in una vera e propria psicopatologia o in un ritiro sociale e al riguardo, qual è l'approccio terapeutico più efficace?



Quando compare una perdita persistente di controllo e l’attività digitale diventa prioritaria rispetto a tutto, scuola, sonno, relazioni e cura personale. Quando la vita scompare e resta soltanto il mondo virtuale.

La “terapia” non può limitarsi al sequestro dello smartphone. È necessario comprendere quale funzione psicologica svolga il dispositivo. Può servire a non sentire solitudine, vergogna, angoscia, vuoto o paura del giudizio.

Il trattamento psicoterapeutico integrato deve coinvolgere l’adolescente e la famiglia e ripristinare gradualmente la centratura di se stessi, il sonno, le relazioni, la frequenza scolastica, l’attività fisica. Gli interventi psicoanalitici strutturati hanno prove scientifiche consistenti. Un trattamento psicodinamico o psicoanalitico può lavorare sulle fragilità identitarie, narcisistiche e interpersonali che sostengono il ritiro (JMIR Mental Health, 2026).



Quali conseguenze in particolare può comportare l’accesso precoce sui dispositivi digitale sulle performance scolastiche?



Numerosi studi scientifici dimostrano che l’accesso precoce e l’uso prolungato dei dispositivi digitali può essere associato a una riduzione delle capacità di attenzione, ritardo nel linguaggio, difficoltà in scrittura, calcolo e fluidità nella lettura. Inoltre, soprattutto negli adolescenti, sottrae tempo al sonno, e a tutte interazioni sociali e educative. Uno studio longitudinale su 6.281 bambini neozelandesi ha rilevato che una maggiore esposizione agli schermi tra i 2 e i 4 anni e mezzo è associata, negli anni successivi, a prestazioni inferiori nel linguaggio, nella scrittura, nel calcolo e nella fluidità alfabetica, oltre che a maggiori difficoltà nelle relazioni con i coetanei. Già oltre 1,5 ore al giorno a 2 anni si osservavano esiti peggiori a 4 anni e mezzo; oltre 2,5 ore al giorno aumentavano i problemi con i pari fino agli 8 anni. Le associazioni restavano significative anche considerando il contesto familiare e sociale, lo studio mostra una correlazione e non un rapporto causale (Developmental Psychology, 2026).



Quali consigli si sente di dare in merito, per un uso consapevole e sicuro del web e della tecnologia in termini preventivi ed efficaci, anche per non demonizzarla del tutto?



-Accompagnare, non soltanto controllare. I genitori è importante che si interessino alla vita digitale dei figli con curiosità e interesse, affinché il bambino possa raccontare ciò che fa e vede online senza temere rimproveri;



-Dare limiti chiari e prevedibili. Regole coerenti sugli orari aiutano a contenere l’impulsività e offrono quella funzione protettiva che bambini e adolescenti non sono ancora pienamente capaci di esercitare da soli;



-Proteggere il sonno e gli spazi familiari. È opportuno evitare dispositivi durante i pasti e prima di dormire e lasciare lo smartphone fuori dalla camera durante la notte;



-Non usare mai lo schermo per calmare i figli poiché un effetto anestetico sulla mente e blocca la crescita mentale. Noia, attesa e frustrazione sono esperienze necessarie. Se ogni emozione spiacevole viene immediatamente spenta dal dispositivo, il bambino sviluppa con maggiore difficoltà capacità interne di autoregolazione;



-Proteggere la vita reale e le attività con amici e all’aria aperta. Il digitale è sano quando non sostituisce gioco, movimento, amicizie, studio e relazione affettiva. La qualità dell’equilibrio conta molto più della semplice contabilità regionalistica delle ore quotidiane da dedicare agli strumenti digitali. semplice numero di ore;



-Educare al pensiero critico, sempre, approfittando del modo digitale così familiare ai ragazzi. Occorre spiegare che immagini, corpi e vite mostrate online sono spesso selezionati o modificati, aiutando i ragazzi a non identificare il proprio valore con like e approvazione sociale;



-Essere un buon modello di riferimento. Un adulto capace di interrompere l’uso del telefono, ascoltare e tollerare il silenzio, che pratica sport, che scherza e gioca con i figli, mostra al di là delle parole, con “azioni parlati”, che la tecnologia è uno strumento utile (ad esempio in ambito scolastico e professionale) ma non un oggetto indispensabile a scopo ludico.

EMERGENZA ALCOL TRA I GIOVANISSIMI: L’EPIDEMIA SILENZIOSA CHE INIZIA A 10 ANNIINTERVENTO DI ADELIA LUCATTINI, MEMBRO ORD...
16/07/2026

EMERGENZA ALCOL TRA I GIOVANISSIMI: L’EPIDEMIA SILENZIOSA CHE INIZIA A 10 ANNI

INTERVENTO DI ADELIA LUCATTINI, MEMBRO ORDINARIO DELLA SOCIETA’ PSICOANALITICA ITALIANA E DELL’INTERNATIONAL PSYCHOANALYTICAL ASSOCIATION

Lucattini: "Il dialogo aperto con i figli è indispensabile: permette di costruire una relazione in cui la regola, condivisa e compresa nel suo valore protettivo, diventa un punto di riferimento".

Roma, 16 luglio 2026

Intervista di Marialuisa Roscino

Il consumo di alcol tra i giovanissimi non è più un fenomeno isolato, ma una vera e propria emergenza di salute pubblica che sta assumendo i contorni di un’epidemia silenziosa. Se un tempo il primo approccio avveniva verso la fine dell'adolescenza, oggi i dati clinici e le segnalazioni dei pediatri indicano una soglia di ingresso drasticamente abbassata: si inizia già a 10 o 11 anni.

A preoccupare non è solo la precocità del consumo, ma la totale inconsapevolezza dei rischi. L’alcol viene spesso percepito come un "rito di passaggio" sociale, innocuo o addirittura gratificante, oscurando il fatto che, in un cervello ancora in fase di sviluppo, ogni assunzione comporta danni neurologici potenzialmente irreversibili. Di fronte a questo scenario, la comunità scientifica lancia un grido d’allarme: la prevenzione non può più attendere. Di questi aspetti significativi ne parliamo oggi in questa intervista con la Dott.ssa Adelia Lucattini, Psichiatra e Psicoanalista, Membro Ordinario della Società Psicoanalitica italiana (SPI) e dell’International Psychoanalytical Association (IPA).

Dott.ssa Lucattini, i dati ci parlano di un esordio sempre più precoce del consumo di alcol. Qual è la situazione reale oggi secondo i dati statistici e che Lei osserva con la Sua ampia esperienza clinica?

La situazione è certamente preoccupante, anche se eviterei di generalizzare affermando che tutti inizino a bere a dieci anni. Gli ultimi dati dell’Istituto Superiore di Sanità, riferiti al 2024, indicano 580.000 minorenni tra gli 11 e i 17 anni con un consumo di alcol definito a rischio: il 15,5% dei maschi e il 13,3% delle femmine. Sono inoltre circa 79.000 i minorenni che riferiscono episodi di binge drinking, cioè un consumo concentrato finalizzato spesso all’ubriacatura. Il fenomeno è ancora inferiore all’1% tra gli 11 e i 15 anni, ma cresce nettamente nella seconda adolescenza.

E’ importante comprendere non soltanto quanto un ragazzo beve, ma quale funzione psicologica assume l’alcol. Può diventare una sorta di regolatore esterno delle emozioni, serve ad attenuare ansia, vergogna, insicurezza, sentimenti di inadeguatezza o paura dell’esclusione. In altri casi rappresenta un’azione impulsiva, un acting out, attraverso cui viene espresso nel comportamento ciò che non riesce ancora a essere riconosciuto e trasformato in parole.

Uno studio JAMA Network Open (2025), condotto su 633 adolescenti e giovani, ha mostrato che una maggiore reattività socioemotiva, non ancora sufficientemente bilanciata dalle capacità di controllo esecutivo, può precedere l’inizio del consumo pesante; il bere, a sua volta, è associato a un’ulteriore alterazione della regolazione emotiva e del controllo degli impulsi.

Quali sono i segnali di allarme che un genitore non dovrebbe sottovalutare?

I genitori dovrebbero prestare attenzione soprattutto ai cambiamenti improvvisi e persistenti: irritabilità o euforia insolita, isolamento, maggiore segretezza, menzogne, nuove frequentazioni difficili da conoscere, perdita d’interesse per lo studio e le attività abituali, calo del rendimento scolastico, alterazioni del sonno, richieste ingiustificate di denaro, rientri confusi, odore di alcol, nausea o mal di testa ricorrenti dopo le uscite.

Nessun segnale, considerato isolatamente, dimostra che un ragazzo stia bevendo. Diventa allarmante la presenza contemporanea di più cambiamenti, soprattutto quando modificano il suo modo abituale di essere e compromettono la vita familiare, scolastica e sociale. Il dato non è marginale: nel 2024, in Italia, sono stati stimati 580.000 minorenni tra gli 11 e i 17 anni con consumi di alcol a rischio e circa 79.000 minorenni coinvolti nel binge drinking.

Bisogna interrogarsi non soltanto su quanto il ragazzo beva, ma su che cosa cerchi di curare attraverso l’alcol. Il bere può rappresentare un acting out: un disagio che non riesce ancora a essere pensato o comunicato viene espresso attraverso il comportamento. L’alcol diventa così un anestetico contro ansia, vergogna, solitudine, rabbia o paura di non essere accettati.

Uno studio italiano su 6.506 adolescenti di 11, 13 e 15 anni, pubblicato nell’International Journal of Mental Health and Addiction (2025), ha rilevato che il 9,9% riferiva un consumo regolare e il 18,3% episodi di binge drinking. I problemi psicologici erano associati a una probabilità maggiore di binge drinking, mentre disturbi somatici come mal di testa, mal di stomaco e stanchezza erano associati al consumo regolare. Anche la percezione di uno scarso sostegno da parte degli adulti della scuola risultava collegata a un rischio più elevato.

Per questo il genitore dovrebbe evitare sia la minimizzazione sia l’interrogatorio punitivo, avvicinandosi con fermezza e interesse autentico: “Ho notato che sei cambiato e sono preoccupato. Vorrei capire che cosa ti sta accadendo”. L’obiettivo è trasformare il comportamento da segnale muto di sofferenza in qualcosa che possa essere raccontato, pensato e affrontato insieme.

Molti adolescenti percepiscono le raccomandazioni degli adulti a volte come “seccature per loro”. Quali strategie comunicative suggerisce per trasformare il 'non bere' da imposizione a una scelta consapevole basata sulla tutela della propria salute cerebrale e del proprio benessere in generale?

Più che ripetere soltanto “non bere”, è necessario aiutare l’adolescente a comprendere perché scegliere di non bere. In questa fase della vita, un ordine percepito come autoritario può attivare opposizione e ribellione, perché il ragazzo è impegnato nella costruzione della propria autonomia. Il genitore dovrebbe quindi mantenere un limite chiaro, accompagnandolo con ascolto, spiegazioni comprensibili e rispetto per il bisogno del figlio di sentirsi parte attiva della decisione.

È utile parlare del significato che l’alcol assume nel gruppo, della paura di sentirsi esclusi e degli effetti che può avere sulla salute. L’adulto può spiegare, senza allarmismi, che il cervello adolescenziale è ancora in maturazione e che l’alcol interferisce con attenzione, memoria, capacità di giudizio e controllo degli impulsi. Il messaggio più efficace è far comprendere che non bere significa proteggere la propria salute, la libertà di scelta e la sicurezza personale.

Il dialogo permette di trasformare la regola esterna in una funzione interna di protezione. Il limite, se accompagnato da affetto e coerenza, non viene vissuto soltanto come divieto, ma può essere interiorizzato come capacità di prendersi cura di sé.

Uno studio pubblicato su Frontiers in Public Health (2025), condotto su 114.364 studenti, ha rilevato che uno scarso coinvolgimento genitoriale è associato a un maggiore rischio di binge drinking. Al contrario, comunicazione, presenza affettiva, regole chiare e conoscenza delle frequentazioni dei figli rappresentano importanti fattori protettivi.

Oltre il No per un dialogo consapevole tra genitori e figli, cosa ne pensa al riguardo?

I “no” servono e sono necessari, ma devono essere accompagnati da buone maniere, affetto, ascolto, spiegazioni e coerenza attraverso il proprio comportamento. Il limite psicologico, utile per la crescita, non è soltanto un divieto, ma una funzione protettiva che aiuta l’adolescente a contenere l’impulsività e, nel tempo, a interiorizzare la capacità di prendersi cura di sé.

Dialogare significa riconoscere il suo bisogno di autonomia senza rinunciare al ruolo adulto. Non equivale, quindi, a concedere il consumo di alcol. Uno studio su Addictive Behaviors (2025), condotto per nove anni su 387 adolescenti, ha infatti associato il bere con il permesso dei genitori a un maggiore consumo e a più conseguenze negative nella giovane età adulta.

In che modo, è possibile trasformare il dialogo in uno strumento di protezione, evitando di cadere nel proibizionismo sterile che allontana il ragazzo in alcuni casi dai propri genitori?

Il dialogo diventa protettivo quando unisce ascolto e limiti chiari. Dal punto di vista psicoanalitico, ascoltare significa aiutare l’adolescente a trasformare in parole la paura di essere escluso, il bisogno di appartenenza e l’insicurezza che possono spingerlo a bere. In questo modo, l’alcol non diventa l’unico strumento per sentirsi accettato.

Il genitore non deve né giudicare né rinunciare al proprio ruolo, ma mostrare comprensione e fermezza. Il disimpegno genitoriale e l’eccessiva durezza possono favorire ansia, depressione, solitudine e purtroppo anche l’avvicinamento a gruppi problematici. Questo aumenta il rischio successivo di avvicinarsi al consumo di alcol e al fumo di sigaretta.



E nello specifico, può spiegare come l'ascolto attivo può aiutare a decodificare le pressioni sociali che i ragazzi vivono, affinché non vedano l'alcol in alcuni contesti, come il lasciapassare per l'accettazione nel gruppo?



L’ascolto attivo aiuta l’adolescente a riconoscere e mettere in parole la paura dell’esclusione, il bisogno di appartenenza e il desiderio di sentirsi adulto. Dal punto di vista psicoanalitico, ciò che viene pensato e condiviso ha meno bisogno di essere agito impulsivamente.

Accogliendo il racconto senza giudicare, il genitore può aiutare il ragazzo a distinguere il desiderio personale dalla pressione del gruppo e a costruire modalità alternative per sentirsi accettato. In questo modo, rifiutare l’alcol non viene vissuto come una rinuncia, ma come una scelta autonoma e protettiva. ( Journal of Applied Developmental Psychology, 2025).



Quali strategie efficaci possono adottare al riguardo, in particolare, le Famiglie e la Scuola?



Famiglia e scuola devono costruire una vera alleanza educativa, fondata sulla comunicazione regolare, sulla fiducia e sullo scambio reciproco delle osservazioni sul ragazzo. Non dovrebbero incontrarsi soltanto quando emerge un problema, ma condividere informazioni, segnali di disagio e strategie preventive, offrendo messaggi coerenti sui rischi dell’alcol.

Dal punto di vista psicologico, questa collaborazione crea intorno all’adolescente una rete di contenimento affettivo. Sentire che gli adulti dialogano e collaborano, senza accusarsi reciprocamente, rafforza il senso di sicurezza e facilita la richiesta di aiuto. La scuola può promuovere incontri continuativi sull’alcol, sulle emozioni e sulla pressione del gruppo, mentre la famiglia può proseguire il dialogo a casa con ascolto e regole chiare.

Una ricerca pubblicata sull’International Journal of Educational Research (2025), basata sull’analisi di 32 studi, ha rilevato in 28 di essi un’associazione tra il coinvolgimento dei genitori nella vita scolastica e un minore disagio psicologico negli adolescenti. Il dato conferma il valore protettivo di una collaborazione positiva e continuativa tra famiglia e scuola.



Quale messaggio si sente di dare ai ragazzi?

Dire di no all’alcol è un atto di libertà e forza in cui scegliete di proteggere voi stessi e il vostro futuro, la conoscenza rende liberi e salva la vita;

-Parlate con i genitori o con un adulto di fiducia, soprattutto quando vi sentite in difficoltà;

-Scegliete amici che rispettino le vostre decisioni e non vi spingano a bere per sentirvi accettati;

-Se vi sentite tristi, depressi o molto ansiosi, rivolgetevi a uno psicoanalista, a uno psichiatra o a un altro specialista, come il vostro medico di medicina generale;

-Informatevi sui danni reali che l’alcol può provocare al cervello, alla mente e alla salute fisica;

-Coltivate sport, attività creative, amicizie e relazioni affettive autentiche;

-Cercate emozioni nei legami affettivi. Tuffatevi nell’ amore, non c’è lo “sballo” più bello, duraturo, naturale e creativo di quello che viene dai sentimenti, teneri e forti, intensi, che fanno sentire vivi.

Monica Sansoni presenta la Relazione di fine mandato: “Cinque anni al servizio dei diritti dei minori del Lazio”Nella Sa...
24/06/2026

Monica Sansoni presenta la Relazione di fine mandato: “Cinque anni al servizio dei diritti dei minori del Lazio”

Nella Sala Etruschi del Consiglio regionale il bilancio dell’attività svolta dal 2021 al 2026. Il ringraziamento delle istituzioni e l’impegno della Garante: «Non è una conclusione, ma una nuova ripartenza».

Si è svolta mercoledì 24 giugno 2026, nella Sala Etruschi del Consiglio regionale del Lazio, la presentazione della Relazione di fine mandato della Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni, in occasione della conclusione del suo incarico istituzionale iniziato il 6 settembre 2021.

L’incontro ha rappresentato non soltanto un momento di rendicontazione dell’attività svolta, ma anche un’occasione di confronto e di saluto con le istituzioni, gli enti, le associazioni e tutti i soggetti che, nel corso di questi cinque anni, hanno collaborato con l’Autorità di garanzia regionale contribuendo a rafforzare una rete territoriale sempre più attenta alla tutela e alla promozione dei diritti dei bambini e degli adolescenti del Lazio.

Anche se impegnato a Bruxelles, il presidente del Consiglio regionale del Lazio, Antonello Aurigemma, ha voluto far giungere il proprio saluto attraverso un videomessaggio nel quale ha espresso un sentito ringraziamento per il prezioso lavoro svolto dalla Garante Sansoni, sottolineando il valore dell’attività portata avanti a sostegno dei più giovani.

Analogo apprezzamento è giunto dal Questore di Roma, Roberto Massucci, che, impossibilitato a partecipare per concomitanti impegni istituzionali, ha inviato un messaggio di vicinanza e riconoscenza per quanto realizzato nel corso del mandato.

Nel suo intervento, il vicepresidente del Consiglio regionale del Lazio, Giuseppe Emanuele Cangemi, ha voluto testimoniare concretamente l’incisività dell’azione della Garante firmando, in anteprima, la proposta di legge regionale di sua iniziativa recante “Modifiche alla legge regionale 24 marzo 2016, n. 2 – Disciplina degli interventi per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del bullismo e del cyberbullismo”, sottolineando come il lavoro svolto da Monica Sansoni abbia rappresentato uno stimolo importante per l’aggiornamento degli strumenti normativi a tutela dei minori.

Il presidente della IX Commissione “Lavoro, formazione, politiche giovanili, pari opportunità, istruzione e diritto allo studio”, Angelo Orlando Tripodi, ha evidenziato come ascolto, prossimità, tutela dei diritti e presenza costante sui territori abbiano caratterizzato l’azione della Garante, riconoscendo altresì che molte iniziative legislative del Consiglio regionale hanno trovato impulso proprio nelle sollecitazioni provenienti dall’Ufficio della Garante.

Parole di apprezzamento sono state espresse anche dalla Segretaria generale del Consiglio regionale del Lazio, Giosy Pierpaola Tomasello, che ha sottolineato il proficuo lavoro istituzionale svolto in stretta collaborazione con la struttura amministrativa.

Sono intervenuti inoltre Stefano Anastasia, Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Marino Fardelli, Difensore Civico della Regione Lazio, Eleonora Zazza, presidente del Corecom Lazio, e Iside Castagnola, Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza di Roma Capitale, che hanno evidenziato il valore della sinergia istituzionale sviluppata in questi anni e la capacità dell’Autorità guidata da Monica Sansoni di costruire reti e percorsi condivisi a favore dei minori.

A chiudere i lavori è stata la stessa Garante Monica Sansoni, che ha voluto ribadire come la conclusione del mandato non rappresenti la fine di un’esperienza, ma l’inizio di una nuova fase di impegno civile e istituzionale. Nel ringraziare tutto il personale dell’Ufficio, Sansoni ha ricordato il giorno del suo insediamento, il 6 settembre 2021, definendolo non un semplice adempimento formale, ma l’assunzione di «un impegno sacro davanti a quasi un milione di cittadini minorenni della nostra regione».

Nella relazione, la Garante ripercorre gli anni segnati dalle conseguenze della pandemia e dalle fragilità emerse tra i più giovani, spiegando di aver scelto fin dall’inizio una modalità di lavoro lontana da una gestione “di scrivania”, con una presenza costante nei territori, nelle scuole, nei tribunali e nei luoghi di maggiore disagio.

«Dal 2021 al 2026 – scrive Sansoni – ogni mia singola giornata è stata scandita dalla volontà di onorare quel patto. Ho vissuto questi cinque anni come un cantiere aperto, dove ogni protocollo siglato, ogni lezione in aula e ogni presenza in tribunale hanno contribuito a costruire una vera e propria architettura di tutele legali e sociali».

Un’esperienza che, nelle parole della stessa Garante, ha trasformato l’Autorità regionale in una realtà dinamica e itinerante, capace di dare voce ai minori e di rafforzare una cultura dei diritti fondata sull’ascolto, sulla prossimità e sulla collaborazione tra istituzioni e società civile.

09/06/2026

✋𝗦𝗧𝗢𝗣 𝗔𝗟𝗟'𝗔𝗕𝗨𝗦𝗢 𝗗𝗜 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗔𝗧𝗧𝗜 𝗔 𝗧𝗘𝗥𝗠𝗜𝗡𝗘 𝗣𝗘𝗥 𝗜 𝗗𝗢𝗖𝗘𝗡𝗧𝗜🟥𝗣𝗔𝗥𝗧𝗘𝗖𝗜𝗣𝗔 𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗩𝗘𝗥𝗧𝗘𝗡𝗭𝗔
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