22/05/2026
Ci sono percorsi che nascono da una scelta.
E poi ce ne sono altri che sembrano aspettarti da sempre, in silenzio, finché non sei pronta a riconoscerli.
Da bambina c’era qualcosa nel modo in cui il mio corpo si muoveva a cui non davo un nome. Lo facevo in modo naturale, spontaneo. Oggi so che lo yoga, già allora, mi faceva compagnia e mi stava già cercando.
Mi veniva naturale sedermi in posizione del loto, cercare equilibri, inversioni, movimenti complessi. Passavo ore a esplorare il corpo come uno spazio libero, senza tecnica né teoria, guidata soltanto dall’istinto. Ero anche spericolata: mi lanciavo dal tavolo del salotto facendo la spaccata in volo. Ma dentro quell’irruenza c’era anche qualcosa di armonioso, una sorta di grazia spontanea nel modo in cui vivevo il movimento.
Da adolescente iniziarono sogni ricorrenti.
Luoghi mai visti ma stranamente familiari: una montagna, un grande fiume, una barca che scivolava sull’acqua. Non davo allora un significato preciso a quelle immagini. Solo molto più tardi ho iniziato a leggerle come qualcosa di simbolico, come una traccia interiore che ancora non sapevo riconoscere.
La vita poi mi portò altrove.
Avrei voluto studiare danza classica, ma presi altre strade. Ho praticato palestra, fitbox, allenamenti con i pesi, discipline molto lontane dallo yoga. Poi è arrivato anche il lavoro nel mondo della fotografia, dello spettacolo e della moda. Un ambiente molto diverso da quella dimensione più interiore che, anche se non sapevo ancora nominare con chiarezza, sentivo comunque dentro di me.
Quel mondo da una parte mi affascinava, dall’altra sentivo che non mi apparteneva fino in fondo. Mi restituiva continuamente una distanza da quello che, in modo ancora confuso ma reale, sentivo come mio.
Ma proprio grazie al lavoro sono arrivata in un villaggio turistico per uno shooting fotografico.
Lì ho incontrai lui. Uno yogi indiano. È stato un incontro difficile da spiegare a parole: non c’è stata costruzione, né ricerca, solo una sensazione immediata di riconoscimento, come se quel momento fosse già scritto in qualche modo.
E lui, guardandomi, coi suoi occhi nerissimi, mi disse una frase semplice ma precisa: "La tua strada, non è qui e tu lo sai."
Nei momenti di pausa, lui mi guidava nel respiro ed io li, ho iniziato a ritrovarmi. È cambiato tutto.
Ho iniziato a praticare con un’insegnante che ha saputo trasmettermi amore e rispetto per questa disciplina. Molte asana mi venivano naturali, ma per la prima volta iniziavo a comprenderne la profondità.
Durante la pandemia la pratica è diventata quotidiana.
A casa, attraverso video e studio personale, lo yoga è entrato ancora più intensamente nella mia vita. Non era più soltanto movimento: era ascolto, disciplina, presenza.
Con il tempo arrivarono gli attestati, i diplomi, la formazione e poi l’insegnamento.
Era un passaggio che sentivo profondamente mio, qualcosa che desideravo davvero costruire e rendere concreto, non un caso o una direzione improvvisata.
Ma la verità è che tutto questo si è innestato su qualcosa che era già vivo molto prima: una predisposizione naturale, una sensibilità corporea e una connessione con la pratica che avevo sempre portato con me, anche senza darle un nome.
I miei primi passi da insegnante sono nati a Roma, subito dopo la pandemia.
In una sala piccola, con un gruppo di allievi che si era creato in modo spontaneo attorno a me. E lì ho compreso una cosa fondamentale: ciò che arrivava alle persone non era soltanto la pratica fisica, ma il modo in cui veniva vissuta.
Non ho mai insegnato lo yoga come competizione o performance.
Ho sempre cercato di trasmettere ascolto, rispetto del corpo e della propria storia personale. Ogni corpo è diverso, ogni vissuto è unico, e guardare l’altro per imitare spesso ci allontana da noi stessi.
Ciò che conta davvero è superare ogni volta un piccolo limite interiore. Anche minimo, ma autentico.
Poi mi sono trasferita a Frascati e ho dovuto lasciare quella prima realtà.
Non avendo subito una sala, ho iniziato a praticare all’aperto, nella splendida Villa Torlonia. Un piccolo gruppo, il verde intorno, una pratica semplice ma molto viva.
È stato proprio quel gruppo, nel tempo, a spingermi a cercare uno spazio stabile. Così è arrivata la sala di Cocciano. E da lì è iniziata una nuova fase della mia vita, che continua ancora oggi.
Nel frattempo ho vissuto anche momenti profondi e delicati, come la malattia di mio padre. Gli raccontavo il mio percorso e vedevo nei suoi occhi orgoglio e felicità. Questo mi dava forza, perché sentivo che ciò che stavo costruendo aveva un senso anche per chi mi era vicino.
Oggi vivo la pratica come una ricerca continua, dentro e oltre me stessa.
Non insegno solo asana o tecnica, anche se la precisione ha il suo valore. Quello che cerco di trasmettere è soprattutto energia, presenza e consapevolezza.
La cosa più significativa che ricevo dai miei allievi è la trasformazione del gruppo: persone che non si conoscevano diventano una comunità, si sostengono, si ascoltano, si riconoscono.
E forse questo è il punto più autentico del mio lavoro:
creare uno spazio in cui le persone possano sentirsi viste, accolte, e libere di tornare a sé stesse attraverso il corpo.
Perché, in fondo, lo yoga nella mia vita ha fatto proprio questo:
mi ha ritrovata.