03/03/2022
Russia-Ukraina: non cambia mai nulla!
Non è il tempo del silenzio, è il tempo della parola, e questa parola non può essere che “PACE”.
In un mondo ossessionato dall’economia e dal profitto, dall’antagonismo e dal protagonismo, dal compromesso e dalla corruzione, è giocoforza ricominciare dall’educazione e dal rispetto, ricordandoci che entrambi non si spiegano, si mostrano.
La mutabilità delle circostanze che quotidianamente cadenzano il tempo del nostro mondo, legata all’incertezza delle opinioni su cui si sono sostenute per secoli le credenze delle nazioni; la poliedricità dei problemi mondiali che si sono presentati nel nostro quotidiano, e l’insincerità dei soggetti che sono protagonisti dei fatti che stanno devastando la storia contemporanea, rivelano la fragilità del nostro tempo, e il bisogno impellente di un nuovo equilibrio tra i popoli dettato dall’amore e non dal profitto.
La storia dovrebbe insegnarci che le guerre non risolvono mai i problemi, ma ne creano di nuovi: delle bombe a tempo imprevedibile.
Per questi motivi, mi è caro riportare qui alcuni scritti di personaggi illustri che in passato hanno lanciato il loro grido d’allarme.
“Che l’amore sia superiore all’odio, la comprensione superiore all’ira, la pace più nobile della guerra.”
Hermann Hesse”. (Da un articolo scritto nel novembre del 1914, pochi mesi dopo l'inizio della Prima guerra mondiale, pubblicato nella Neue Zürcher Zeitung)
-“Il mondo è un posto pericoloso. Non per via delle persone che fanno del male, ma per via di quelle che si siedono a guardare quel che succede.”
Albert Einstein
-“Per avere una vera pace, bisogna darle un'anima. Anima della pace è l'amore.”
PAPA PAOLO VI
-“L'Italia, a mio avviso, deve essere nel mondo portatrice di pace: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame. Il nostro popolo generoso si è sempre sentito fratello di tutti i popoli della terra. Questa è la strada, la strada della pace che noi dobbiamo seguire.”
Sandro Pertini
-Una lettera ai posteri,
di Kurt Tucholsky, scrittore, poeta e giornalista tedesco.
Nascita: 9 gennaio 1890, Berlino, Germania; Morte: 21 dicembre 1935, Göteborg, Svezia
«Caro lettore del 1985!
[…] Buongiorno. Sono molto imbarazzato: tu indossi un abito molto diverso dal mio di allora, e anche il cervello lo porti in tutt’altra maniera… Per tre volte tento di attaccare discorso: sempre con un argomento diverso, ci sarà pure un modo per stabilire un contatto… E ogni volta devo rinunciare: non ci comprendiamo affatto. Forse sono troppo piccolo; il mio tempo mi arriva al collo e con la testa riesco appena a vedere un po’ oltre… ecco, lo sapevo: ora ridi di me. Tutto di me ti sembra fuori moda: lo stile, la grammatica, l’atteggiamento… eh non darmi una pacca sulla spalla, non mi piace. Invano cerco di spiegarti come ce la siamo passata, come è stato… niente. Sorridi, impotente la mia voce echeggia dal passato, e su ogni cosa la sai più lunga di me. Devo forse raccontarti che cosa turba la gente nel mio villaggio temporale? Ginevra? La prima di Shaw? Thomas Mann? […] Tu sbuffi su tutto, e la polvere si alza per metri, per la polvere non riesci a distinguere un bel niente.
Vuoi che ti faccia dei complimenti? Non ci riesco. Naturalmente voi non avete risolto il dilemma: “Lega delle Nazioni o Paneuropa”, l’umanità non risolve i problemi, ma li lascia lì a marcire. Sicuramente avrete a disposizione per la vita quotidiana trecento macchine inutili più di noi, ma per il resto siete altrettanto ottusi e altrettanto intelligenti, proprio come noi. E che cosa è rimasto di noi? Non frugare nella memoria, in ciò che hai imparato a scuola. È rimasto quel che è rimasto per caso, quel che era talmente neutro da poter giungere fino a voi; di ciò che era veramente importante, più o meno è arrivata solo la metà, e nessuno se ne cura, semmai un pochino la domenica mattina, al museo. È come se oggi volessi parlare con un uomo della Guerra dei Trent’anni. “Sì? All’assedio di Magdeburgo c’era tanto vento, vero…?”, e cose che si dicono in casi del genere. Non sono neppure in grado di conversare con te in modo elevato, sopra le teste dei miei contemporanei, della serie: noi due ci intendiamo, siamo entrambi progressisti. Ahimé, mio caro, anche tu sei un contemporaneo. Al solo pensiero che, alla parola “Bismarck”, tu debba frugare nella memoria per ricordare chi fosse, mi viene già da sghignazzare: non immagini nemmeno quanto la gente intorno a me vada fiera della sua immortalità… Ma lasciamo stare. Del resto ora vorrai andare a fare colazione.
Buongiorno. Questa carta è tutta ingiallita, come i denti dei nostri giudici; ecco, il foglio ti si sbriciola fra le dita…, beh, ormai è così vecchio. Vai con Dio, o comunque chiamerete allora quella cosa lì. Evidentemente non abbiamo molto da dirci, noi mediocri. La nostra vita è consumata, il contenuto è scomparso con noi. La forma era tutto. Sì, voglio ancora stringerti la mano. Per educazione. E ora te ne vai. Ma questo voglio ancora gridarti dietro: Voi non siete migliori di noi, e nemmeno di quelli che c’erano prima. Neanche un po’, ma neanche un po’».
N.B.- La traduzione è di Susanna Böhme-Kuby, Non più, non ancora. Kurt Tucholsky e la Repubblica di Weimar, il melangolo, Genova 2002, pp. 10-12.
-“Il giorno in cui il potere dell'amore supererà l'amore per il potere il mondo conoscerà la pace.”
Mahatma Gandhi
Che la pace sia con noi,
Fabrizio