29/05/2026
Nel mondo dell’Equitazione si parla spesso dei risultati degli istruttori.
Dei campionati vinti, delle categorie raggiunte, dei binomi costruiti, delle trasferte importanti, delle medaglie e delle coppe che finiscono per diventare il simbolo di una carriera.
Molto più raramente, invece, ci si ferma a riflettere su una verità piuttosto semplice: gran parte di quel curriculum esiste grazie ai cavalli degli altri.
Grazie ai cavalli messi a disposizione dagli allievi, dalle famiglie, dai proprietari.
E soprattutto grazie ai cavalli stessi.
Perché un istruttore può avere esperienza, tecnica, intuito e capacità.
Ma senza un cavallo che lotta, che si impegna, che sopporta pressioni, trasferte, errori, sacrifici e continui cambiamenti, nessun curriculum prenderebbe davvero forma.
Ed è forse qui che nasce un debito morale di cui si parla troppo poco.
Un debito verso gli allievi, certamente.
Ma ancora di più verso quei cavalli che, silenziosamente, permettono a tanti professionisti di costruire reputazione, prestigio e carriera.
Perché è facile sentirsi grandi quando si alza una coppa.
Più difficile è domandarsi: quel cavallo, sotto la mia gestione, ha vissuto bene?
È stato rispettato nei suoi limiti?
È stato preservato o semplicemente sfruttato fino a quando è stato utile?
E soprattutto: che fine farà dopo?
Qui si entra in una zona scomoda dell’Equitazione.
Perché molti si lavano la coscienza con una frase molto semplice:
“Il cavallo non era mio.”
Formalmente è vero.
Ma moralmente forse la questione è più complessa.
Perché quando un cavallo passa anni sotto la guida di un istruttore, quando contribuisce ai suoi risultati, quando porta il suo nome nei campi gara, quel professionista non può davvero considerarsi estraneo al destino di quell’animale appena termina la convenienza sportiva.
Non significa poter decidere al posto del proprietario.
Non significa trasformarsi nel padrone del cavallo.
Ma significa almeno sentire una responsabilità.
Interessarsi.
Consigliare.
Cercare, quando possibile, di orientare verso una buona sistemazione.
Perché esiste un momento molto delicato che nell’Equitazione si finge spesso di non vedere: il dopo carriera.
Quando il cavallo non porta più risultati.
Quando non è più competitivo.
Quando non fa più curriculum a nessuno.
Ed è proprio lì che si misura davvero la qualità umana di un ambiente.
Finché un cavallo vince, tutti lo amano.
Quando smette di essere utile iniziano le frasi comode:
“Ormai è vecchio.”
“Non salta più come prima.”
“Costa mantenerlo.”
“Bisogna andare avanti.”
Ma un cavallo non è una macchina da gara da sostituire a fine utilizzo.
È un essere vivente che, molto spesso, ha costruito il prestigio di chi oggi parla di esperienza e carriera.
Forse bisognerebbe avere il coraggio di dirlo chiaramente: un bravo istruttore non si riconosce soltanto da ciò che riesce a vincere.
Si riconosce anche da come tratta i cavalli quando non servono più.
E questa riflessione, per me, ha anche un nome preciso: Special Guest.
Ho avuto un cavallo che si chiamava Special Guest.
Un classico irlandese: enorme generosità, coraggio infinito, uno di quei cavalli che magari non fanno rumore, ma che ogni volta che entrano in campo vinceva tutto.
Con lui abbiamo vissuto esperienze importanti.
Finale di Coppa del Presidente unico doppio zero nella squadra della Liguria., a Roma, concorsi internazionali qualifiche per campionati… insomma, un cavallo che ha contribuito in maniera concreta ai risultati della sua amazzone e anche alla mia crescita professionale.
Poi, come succede spesso nell’Equitazione, le strade si dividono.
L’amazzone cambiò gestione, aveva appena ritirato il secondo grado e pensava che dovesse fare un percorso diverso, cambiò scuderia , e il cavallo uscì dalla mia vita.
Io mi ero raccomandato soltanto di una cosa: che non venisse venduto.
Dicevo sempre che un cavallo così meritava semplicemente di finire la sua vita tranquillo, al prato, con dignità, anche perché c’era il potere economico per poterlo fare non erano certi o mezzi che mancavano.
La realtà però andò diversamente.
Special Guest venne messo in vendita , perché dovevano subentrare un nuovo parco Cavalli , ebbe diversi proprietari passò di mano in mano , anni dopo, venni a sapere che si trovava in Toscana, ormai ventiduenne, e che stava per affrontare l’ennesimo trasferimento, il suo  ultimo proprietario voleva venderlo.
E lì ho capito una cosa molto semplice: non potevo fare finta di niente.
Non sarei riuscito a lasciare quel cavallo al proprio destino dopo tutto quello che aveva fatto per me .
Così lo comprai e portato a casa con me .
Ha vissuto serenamente i suoi ultimi anni sui colli piacentini, presso la mia amica Bettina D’Aragona che gentilmente me lo ha tenuto nella sua tenuta , al prato e con il rispetto che meritava.
Lo racconto perché credo che, a volte, nel nostro ambiente ci si dimentichi troppo facilmente di ciò che i cavalli fanno per noi.
Un cavallo come Special Guest non ti lascia soltanto risultati sportivi.
Ti lascia un debito morale.
Perché magari, legalmente, non era mio davvero.
Ma moralmente sentivo di avere una responsabilità verso di lui.
Aveva fatto troppo per me perché io potessi voltarmi dall’altra parte.
E forse, in fondo, il curriculum più importante non è quello scritto nelle classifiche.
È quello scritto nella vita che i nostri cavalli hanno avuto dopo essere passati nelle nostre mani.
E devo anche dire, con piacere, che molti miei allievi storici hanno avuto grande rispetto per i loro cavalli a fine carriera.
Li hanno tenuti con sé fino alla fine, lasciandoli vivere serenamente al prato, senza cercare scorciatoie o liberarsene con una vendita.
E questo, sinceramente, gli fa molto onore.
Perché dimostra che, oltre ad essere stati buoni cavalieri o amazzoni, sono stati persone di valore.
E nell’Equitazione, alla fine, la vera grandezza si misura anche da questo.