Francois Bourriquet

Francois Bourriquet Istruttore Federale 3º livello
Direttore di campo 1º livello

Avvolte mi pongo questa domanda : se per un cavallo non è meglio un cavaliere magari poco empatico con un rapporto utili...
06/09/2026

Avvolte mi pongo questa domanda : se per un cavallo non è meglio un cavaliere magari poco empatico con un rapporto utilitarista del cavallo , ma capace che sa cosa fa , che un cavaliere empatico che vuole bene ai suoi cavalli , ma di una ignoranza totale che non ha nessuna consapevolezza dei danni che fa nel praticare la sua equitazione .
C’è un’ignoranza in giro che fa paura si vedono dei lavori sia da amatori che da cosiddetti professionisti che non si possono guardare…..

26/08/2026

Pubblico questo articolo che ho letto, non so chi sia l’autore, ma mi sembra una riflessione molto intelligente

CHI HA DECISO CHE IL CAVALLO "SOFFRE" SE COLLABORA CON L'UOMO?
Dopo la scomparsa di Varenne abbiamo assistito all'ennesima orgia di sentimentalismo social. Tra le decine di post che recitavano la litania del "finalmente libero", si è palesato l'ennesimo cortocircuito logico della narrazione animalista: l'idea che l'attività sportiva, l'addestramento e il lavoro siano, per definizione, una forma di "sfruttamento" e di condanna al patibolo.

È ora di abbattere questo dogma da salotto e rimettere la biologia al centro del discorso.

Il primo errore logico sta nell'applicare al cavallo la psicologia dell'uomo moderno. Per l'essere umano l'attività fisica e il lavoro hanno spesso un'accezione negativa e sono associati al dovere, alla fatica o alla costrizione — visione che, per inciso, andrebbe profondamente rivista anche per l'uomo stesso.

Ma per il cavallo — animale sociale, preda dinamica ed esploratrice — il movimento, la coordinazione e l'apprendimento sono bisogni etologici primari.

Pensare che un cavallo stia bene solo se "lasciato in pace" a "non fare nulla" significa scambiare il benessere con la depressione da abbandono. Un cavallo privo di stimoli cognitivi, di interazione e di compiti da svolgere non è un animale "libero": è un animale a rischio di stereotipie, frustrazione e apatia.

Varenne non correva perché "costretto": correva perché era il Trottatore più forte della storia, il vertice assoluto di una selezione plurisecolare orientata al movimento, alla potenza e alla competizione.
Negare la spinta genetica di un atleta equestre significa negare la sua stessa natura. Un Purosangue o un Trotter d'élite provano un reale appagamento nell'esprimere il proprio potenziale atletico.

L'attività agonistica condotta con tecnica, preparazione fisica e rispetto della fisiologia libera endorfine e genera gratificazione. L'idea che il cavallo debba essere "salvato" dal suo stesso talento è la vittoria dell'ignoranza sulla zootecnia.

Il cavallo è un animale da branco che cerca la cooperazione e si affida volentieri a una guida chiara. Il lavoro ben fatto con l'uomo — che sia il salto ostacoli, il trotto, la m***a da lavoro, la corsa o il dressage — non è coercizione: è un linguaggio comune, è interazione, è una costante risoluzione di problemi, un esercizio di intelligenza e coordinazione che stimola l'animale a livello mentale e relazionale.

Chi parla di "sfruttamento" a prescindere non ha mai visto lo sguardo di un cavallo a fine gara o la complicità che si crea tra un atleta equino e il suo driver, fantino, cavaliere o amazzone.

Il vero controsenso è questo: da un lato si pretende di "rispettare la natura" del cavallo come essere "senziente", dall'altro si nega la sua biologia di atleta, la sua storia evolutiva e la sua intelligenza relazionale, riducendolo a un peluche da compatire, come se nella sua stessa "senzienza" non potesse essere contemplato, per nessuna ragione, proprio il piacere di essere in relazione e in cooperazione con l'uomo. 🤷🫣🤔

Difendere il cavallo significa tutelare la sua salute, pretendere il rispetto assoluto delle regole veterinarie e condannare senza sconti chi lavora male o abusivamente.

Ma pretendere di trasformare animali selezionati per l'eccellenza atletica in soprammobili da giardino per soddisfare la frustrazione ideologica umana è il più grande atto di violenza culturale che si possa compiere nei loro confronti.

Il cavallo non vuole essere "liberato" dalla sua storia evolutiva. Vuole essere capito, rispettato e allenato con competenza.

Nella vita di una scuderia entri in silenzio e te ne andrai in silenzio .È sempre stato così.Quello che resta in mezzo s...
18/07/2026

Nella vita di una scuderia entri in silenzio e te ne andrai in silenzio .
È sempre stato così.
Quello che resta in mezzo sono le persone, i cavalli che avrai incontrato .
Nel svolgere la tua professione, speri di essere stato paziente di aver istruito bene di essere riuscito a controllare le tue emozioni dando spazio alle cose più ragionevoli da fare.
Che ogni cavallo è migliorato sotto le tue attenzioni in tutti i diversi aspetti della sua vita.
Le gare passano. I soldi vanno e vengono.
Ma se un allievo esce di qui e m***a meglio, con più testa , più empatia quello rimane .
Se un cavallo mi guarda e si rilassa in mia presenza, quello te lo ricordi .
Alla fine ti chiedi solo questo :”che tipo di istruttore sei stato? ,cosa hai lasciato? Penso che trovi la risposta nei allievi che hanno continuato e sono andati avanti, magari qualcuno di loro ne ha fatto anche una scelta di vita, come lo feci io all’epoca ,tanti anni fa.

Il cavallo di fronte al caldo: è tempo di ripensare il nostro sport.Per decenni, il mondo equestre si è evoluto in un cl...
22/06/2026

Il cavallo di fronte al caldo: è tempo di ripensare il nostro sport.

Per decenni, il mondo equestre si è evoluto in un clima relativamente stabile. I concorsi, le infrastrutture e le abitudini di allenamento sono stati pensati per questa realtà.
Ma quella realtà è cambiata.
Il riscaldamento globale non è più una previsione per le generazioni future. È già qui. Ogni estate porta con sé il suo carico di record di temperatura, periodi di siccità e ondate di caldo sempre più lunghe.
Eppure, il nostro sport continua spesso a funzionare come se nulla fosse cambiato.
Il cavallo è un atleta straordinario, ma resta prima di tutto un essere vivente. Non sceglie né le condizioni in cui viaggia, né quelle in cui si allena o gareggia. Dipende interamente dalla nostra capacità di anticipare i suoi bisogni.
Ecco perché a volte mi sorprende vedere alcune gare importanti svolgersi nel primo pomeriggio, nel momento in cui le temperature raggiungono il loro picco. In un mondo in cui parliamo costantemente di benessere animale, questa domanda merita di essere posta con sincerità.
Non dovremmo privilegiare maggiormente le prime ore del mattino o la fine della giornata, quando le condizioni sono più favorevoli?
Del resto, questa idea non ha nulla di rivoluzionario. Per molti anni, le gare in notturna hanno occupato un posto importante nel calendario equestre. Molte competizioni rinomate venivano organizzate presto al mattino o la sera, permettendo sia ai cavalli che ai cavalieri di operare in condizioni molto più gradevoli.
Queste competizioni possedevano spesso un’atmosfera particolare. Le temperature erano più clementi, i cavalli più disponibili fisicamente e gli spettatori apprezzavano quelle serate che davano ai concorsi una dimensione quasi magica.
Forse è arrivato il momento di riscoprire alcune di queste buone pratiche. Adattare gli orari delle gare alle realtà climatiche attuali non costituirebbe una rottura con la nostra storia. Sarebbe, al contrario, un ritorno a quel buon senso che il nostro sport ha talvolta conosciuto in passato.
Il mondo dell'ippica ha già iniziato ad adattarsi. Diverse riunioni sono state rinviate, spostate o annullate di recente quando le condizioni meteorologiche sono state giudicate incompatibili con il benessere dei cavalli.
Questa capacità di rimettere in discussione le abitudini è senza dubbio una delle grandi sfide che attende anche il salto ostacoli.
Ciò non significa necessariamente che si debbano fermare tutte le competizioni durante l’estate. Ma implica ripensare la loro organizzazione con molta più attenzione.
Quando un concorso sceglie di svolgersi durante un periodo di forte caldo, dovrebbe mettere in atto tutti i mezzi disponibili per preservare il comfort e il recupero dei cavalli. Nebulizzatori, ventilatori nelle scuderie temporanee, aree d’ombra sufficienti, docce efficienti, punti d’acqua accessibili vicino ai paddock e ai campi, spazi di recupero adeguati o ancora la programmazione delle gare nelle ore più fresche dovrebbero diventare gradualmente standard e non opzioni.
I grandi campionati e alcune competizioni internazionali dimostrano già che è possibile investire in questo tipo di infrastrutture. La sfida ora consiste nel diffondere queste buone pratiche all'intero settore.
Perché il benessere del cavallo non dipende da un’unica grande decisione. Dipende spesso da una moltitudine di dettagli che, sommati l’uno all’altro, fanno tutta la differenza.
Ma l’adattamento non riguarda solo gli orari delle gare o le attrezzature messe a disposizione nei concorsi.
Tra il 2016 e il 2023, mentre lavoravo in Italia, ho avuto la fortuna di poter creare una scuderia interamente pensata attorno al comfort dei cavalli.
Ho fatto costruire, tra le altre cose, un maneggio coperto dotato di un tetto isolato e senza alcuna entrata di luce dal soffitto. L’obiettivo era semplice: permettere ai cavalli di lavorare all’ombra anche durante i periodi di forte caldo.
Sui lati, l’edificio poggiava su un muro dotato di una protezione interna (pare-botte) di circa 1,25 metri di altezza. Al di sopra erano installate grandi finestre rimovibili in plexiglass.
In inverno, permettevano di conservare uno spazio protetto offrendo al contempo ai cavalli una visibilità permanente sull’esterno, evitando così la sensazione di isolamento che si riscontra in alcuni maneggi tradizionali. In estate, questi pannelli potevano essere rimossi per favorire la circolazione naturale dell’aria e offrire una ventilazione ottimale.
All'epoca, alcuni consideravano questi dettagli come accessori. Oggi, sono convinto che rappresentino parte delle soluzioni di cui il nostro settore avrà bisogno domani.
Osserviamo già l’apparizione di nuovi approcci: campi in sabbia con subirrigazione che permettono di ridurre considerevolmente il consumo di acqua, l'utilizzo di materiali come il corteccia di legno che limita il bisogno di irrigazione, o ancora la progettazione di infrastrutture meglio adattate alle nuove realtà climatiche.
Piuttosto che subire i cambiamenti che si preannunciano, dobbiamo imparare ad anticiparli. Il benessere del cavallo dipenderà sempre più dalla nostra capacità di ripensare i dettagli che, fino a ieri, sembravano insignificanti.

Certo, nulla cambia da un giorno all'altro. Roma non è stata costruita in un giorno. Le infrastrutture, le abitudini e le mentalità hanno bisogno di tempo per evolversi.
Ma l’essenziale è forse avere il coraggio di riconoscere che il clima sta cambiando e che il nostro sport dovrà imparare ad adattarsi insieme a lui.
Perché se vogliamo preservare il futuro degli sport equestri, dobbiamo dimostrare che la nostra passione è capace di evolversi senza mai perdere di vista coloro che ne sono la vera ragione d’essere: i nostri cavalli.
Sportivamente vostro,
Éric

Esiste la solidarietà e l’amicizia tra istruttori?È una domanda che mi pongo da anni.Quando si parla di istruttori che l...
05/06/2026

Esiste la solidarietà e l’amicizia tra istruttori?

È una domanda che mi pongo da anni.

Quando si parla di istruttori che lavorano lontano da noi, magari in un’altra regione o addirittura in un altro Paese, i giudizi diventano spesso equilibrati, obiettivi, persino generosi. Si riconoscono i meriti, si apprezzano i risultati, si parla con rispetto del loro lavoro.
Poi però succede una cosa curiosa.

Quando l’istruttore in questione lavora nella nostra provincia, nella nostra regione o magari a pochi chilometri dal nostro centro ippico, l’obiettività sembra improvvisamente evaporare. I giudizi diventano più severi, le critiche più facili e i complimenti molto più rari.
Da cosa dipende?

Forse dal fatto che, più che aprirsi al libero mercato, nell’equitazione si è creata una vera e propria legge della sopravvivenza.

Negli altri sport molti tecnici possono permettersi di insegnare come attività secondaria. Nell’equitazione, invece, è quasi impossibile. Essere istruttore richiede una presenza costante, quotidiana, spesso totale. I cavalli mangiano tutti i giorni, lavorano tutti i giorni e i problemi arrivano sempre quando meno te li aspetti.

Nel frattempo, però, il settore è stato lasciato quasi completamente alle regole del libero mercato. Le tutele sono poche, i contratti veri ancora meno. I maneggi che assumono rappresentano spesso l’eccezione e non la regola, e non è raro vedere giovani istruttori lavorare moltissime ore per compensi che difficilmente rispecchiano le responsabilità che si assumono ogni giorno.

Così molti cercano di costruirsi una propria clientela, una propria piccola isola felice. Alcuni ci riescono. Altri tentano l’avventura di aprire un centro ippico.
E qui si apre un’altra realtà.

Aprire un maneggio con solide disponibilità economiche è una cosa. Aprirlo contando soltanto sulla passione, sull’entusiasmo e su qualche santo in paradiso è un’altra. Far quadrare i conti tra cavalli, fieno, veterinari, maniscalchi, personale, attrezzature e manutenzioni è spesso un esercizio che sfida le leggi della matematica.

Ed è proprio qui che nasce un problema di cui si parla poco.

Perché questa continua corsa alla sopravvivenza non va a discapito soltanto degli istruttori. Alla lunga rischia di andare a discapito dell’utenza e, soprattutto, del benessere dei cavalli. Quando le risorse sono poche e ogni cliente perso viene vissuto come una minaccia, diventa difficile programmare, investire e lavorare con serenità.

In un clima del genere, la solidarietà tra colleghi finisce inevitabilmente per soffrire.

Si guarda molto quello che fa l’altro. Si osserva, si commenta, si giudica. Si nota immediatamente la pagliuzza nell’occhio del collega, mentre la trave che attraversa il nostro campo visivo continua tranquillamente a passare inosservata.

Le gare diventano il palcoscenico perfetto di questo fenomeno. Ci si saluta, certo. Sempre educatamente. Sempre correttamente. Ma spesso sono saluti di circostanza. Poche chiacchiere vere, pochi confronti sinceri, pochissima condivisione.

E quando un collega porta un allievo a una vittoria o a una medaglia, i complimenti diventano merce rara.

Molto più facile spiegare il suo successo dicendo che ha cavalli migliori, clienti migliori, più disponibilità economica o maggiori possibilità.

Tutte cose che possono certamente avere il loro peso.

Ma c’è una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci: quella clientela chi se l’è costruita?

Perché i buoni clienti non piovono dal cielo come la manna nel deserto. Qualcuno li ha conquistati. Qualcuno li ha convinti a restare. Qualcuno ha saputo creare fiducia, risultati e continuità nel tempo.

E allora forse bisognerebbe riconoscerlo con maggiore onestà.

Anche perché, diciamolo, nessuno è più competente sul cavallo del collega di quanto lo siamo noi osservandolo da bordo campo. Da fuori siamo tutti veterinari, tutti tecnici, tutti selezionatori, tutti formatori e, all’occorrenza, anche tutti commissari tecnici della squadra olimpica.

Peccato che la stessa severità che utilizziamo per analizzare il lavoro degli altri raramente venga applicata al nostro.

Forse perché, in fondo, è più facile trovare difetti nel lavoro altrui che ammettere i meriti di chi ci sta accanto.

E siamo sinceri: per molti di noi è più facile prenotare una devitalizzazione dal dentista che dire a un collega:
“Hai lavorato meglio di me.”
Oppure:
“Hai preparato quel cavaliere meglio di quanto avrei saputo fare io.”
O ancora:
“Hai dimostrato una professionalità che merita rispetto.”

Eppure forse è proprio da lì che dovrebbe partire tutto.

Perché la solidarietà tra istruttori non nasce dall’essere sempre d’accordo. Nasce dalla capacità di riconoscere il valore degli altri senza sentirsi sminuiti. Nasce dalla capacità di fare un complimento sincero, di confrontarsi senza invidia e di accettare che il successo di un collega non rappresenta necessariamente il nostro fallimento.

Forse è questa la vera amicizia professionale. Ed è anche una delle cose che, oggi, sembrano mancare di più nel nostro ambiente.

Le 10.000 ore ⏰Diversi studi condotti su musicisti, sportivi e professionisti di alto livello hanno evidenziato un conce...
02/06/2026

Le 10.000 ore ⏰

Diversi studi condotti su musicisti, sportivi e professionisti di alto livello hanno evidenziato un concetto interessante: per raggiungere una buona professionalità servono generalmente tra le 8.000 e le 10.000 ore di pratica, mentre chi arriva all’eccellenza supera spesso questa soglia.

Se applichiamo questo ragionamento all’equitazione, il risultato è sorprendente.

Un amatore che m***a tre ore alla settimana, una situazione oggi molto comune, impiegherebbe oltre quarant’anni per raggiungere le 10.000 ore di esperienza. Anche m***ando tutti i giorni dell’anno, senza mai fermarsi, servirebbero più di vent’anni.

La prospettiva cambia completamente per chi vuole trasformare la propria passione in una professione. Un giovane che m***a diversi cavalli ogni giorno può accumulare esperienza a una velocità enormemente superiore. Chi lavora quotidianamente sei cavalli può raggiungere quelle 10.000 ore in circa cinque anni.

Naturalmente le ore, da sole, non bastano. Servono sensibilità, capacità di osservazione, buoni insegnanti e la volontà di imparare continuamente. Ma una cosa è certa: non esistono scorciatoie.

Per questo, quando un ragazzo dice di voler diventare cavaliere, è giusto incoraggiarlo, ma anche aiutarlo a comprendere quale sia il percorso necessario per avvicinarsi davvero a quel sogno.

A volte mi viene da sorridere. Oggi capita spesso di dover rincorrere gli allievi per convincerli a m***are di più, mentre fare un cavallo in più viene vissuto quasi come una fatica. Quando ero ragazzo era esattamente il contrario: se il mio istruttore mi affidava un cavallo in più lo consideravo un privilegio, un segno di fiducia e una straordinaria opportunità per imparare.

Perché ogni cavallo m***ato insegna qualcosa. Ogni esperienza aggiunge un tassello alla formazione e ogni ora trascorsa in sella avvicina ai propri obiettivi.

Lo stesso vale per chi insegna. Credo che anche un istruttore debba accumulare migliaia di ore di esperienza prima di poter pensare di essere un professionista competente. Insegnare non significa soltanto possedere una qualifica, ma aver vissuto abbastanza situazioni da comprendere davvero cavalli e cavalieri.

La conclusione è semplice: se si vuole arrivare lontano bisogna lavorare duro.

Il talento può aiutare e la passione può sostenere nei momenti difficili, ma nulla può sostituire il tempo dedicato all’apprendimento. Dietro ogni buon professionista ci sono anni di lavoro, sacrifici, errori, esperienza e perseveranza.

Le 10.000 ore non garantiscono il successo, ma ricordano una verità che vale in ogni disciplina: i sogni diventano realtà solo quando sono accompagnati da un enorme impegno.

Il 12° Corso IstruttoriCi sono esperienze che, a distanza di tanti anni, conservano ancora intatto il loro valore. Per m...
02/06/2026

Il 12° Corso Istruttori

Ci sono esperienze che, a distanza di tanti anni, conservano ancora intatto il loro valore. Per me una di queste è stata la partecipazione al 12° Corso Istruttori diretto dal Colonnello Nava a Pratoni del Vivaro.

Eravamo un gruppo di giovani accomunati dalla stessa passione e dalla voglia di trasformarla in una professione. Vivevamo insieme, studiavamo insieme e condividevamo ogni momento della giornata. Dormivamo nelle stesse strutture, trascorrevamo le giornate tra lezioni teoriche e pratiche e condividevamo quella che, a tutti gli effetti, era una vera esperienza di vita.

Tra noi c’era un clima speciale: tanta amicizia, molta ironia e uno sfottò continuo che rendeva indimenticabili i pranzi, le cene e le serate trascorse insieme. Si rideva spesso e si costruivano legami che, per alcuni, sarebbero durati una vita.

Il Colonnello Nava era una figura di grande carisma. Possedeva una cultura immensa e quella giusta severità che imponeva disciplina e rispetto. Erano anni in cui la formazione dell’istruttore era considerata una cosa seria. Si veniva selezionati, non semplicemente iscritti. Il CONI metteva a disposizione una borsa di studio che consentiva di frequentare il corso e di mantenersi durante quel periodo, permettendo ai partecipanti di dedicarsi completamente alla propria preparazione.

Terminata quell’esperienza, ognuno di noi ha intrapreso la propria strada. Alcuni hanno raggiunto traguardi di assoluto prestigio. Tra noi c’era Luca Moneta, che è diventato il cavaliere che tutti conosciamo e che ha rappresentato l’Italia ai massimi livelli internazionali. Esmeralda Pecchio e Giovanni Correddu si sono affermati come eccellenti formatori di cavalli giovani e oggi possono vedere i propri figli competere nelle categorie di Gran Premio, proseguendo una tradizione familiare fatta di passione e competenza.

Altri hanno costruito il proprio percorso lontano dai riflettori, ma non per questo meno importante. Personalmente ho cercato di svolgere il mestiere di istruttore con serietà, cercando di rispettare quell’etica professionale che ci era stata trasmessa durante la nostra formazione. E tra le cose più belle che mi ha lasciato quell’esperienza ci sono le amicizie. Con Sandro Piccioli, in particolare, esiste ancora oggi un rapporto sincero e profondo: ci sentiamo regolarmente, ci confrontiamo, scambiamo idee e opinioni come accade da tanti anni.

Forse ogni generazione tende a guardare al passato con un po’ di nostalgia. Tuttavia è difficile non osservare come allora si puntasse molto sulla qualità della formazione. Oggi, per diventare istruttore, il percorso è diverso: spesso bisogna sostenere costi importanti e si ha talvolta l’impressione che l’attenzione sia maggiormente rivolta ai numeri che non alla selezione e alla preparazione delle persone.

Non tutto era perfetto, naturalmente. Ma quel sistema aveva il merito di creare un forte senso di appartenenza e di responsabilità professionale. Si cercava di formare istruttori prima ancora che rilasciare qualifiche.

Non tutti siamo diventati campioni. Molti di noi sono semplicemente diventati professionisti che hanno cercato di fare bene il proprio lavoro, con passione, competenza e rispetto per i cavalli e per gli allievi. E forse è proprio questo il risultato più importante che quella formazione ci ha lasciato.

Nel mondo dell’Equitazione si parla spesso dei risultati degli istruttori.Dei campionati vinti, delle categorie raggiunt...
29/05/2026

Nel mondo dell’Equitazione si parla spesso dei risultati degli istruttori.
Dei campionati vinti, delle categorie raggiunte, dei binomi costruiti, delle trasferte importanti, delle medaglie e delle coppe che finiscono per diventare il simbolo di una carriera.

Molto più raramente, invece, ci si ferma a riflettere su una verità piuttosto semplice: gran parte di quel curriculum esiste grazie ai cavalli degli altri.
Grazie ai cavalli messi a disposizione dagli allievi, dalle famiglie, dai proprietari.
E soprattutto grazie ai cavalli stessi.

Perché un istruttore può avere esperienza, tecnica, intuito e capacità.
Ma senza un cavallo che lotta, che si impegna, che sopporta pressioni, trasferte, errori, sacrifici e continui cambiamenti, nessun curriculum prenderebbe davvero forma.

Ed è forse qui che nasce un debito morale di cui si parla troppo poco.

Un debito verso gli allievi, certamente.
Ma ancora di più verso quei cavalli che, silenziosamente, permettono a tanti professionisti di costruire reputazione, prestigio e carriera.

Perché è facile sentirsi grandi quando si alza una coppa.
Più difficile è domandarsi: quel cavallo, sotto la mia gestione, ha vissuto bene?
È stato rispettato nei suoi limiti?
È stato preservato o semplicemente sfruttato fino a quando è stato utile?

E soprattutto: che fine farà dopo?

Qui si entra in una zona scomoda dell’Equitazione.
Perché molti si lavano la coscienza con una frase molto semplice:
“Il cavallo non era mio.”

Formalmente è vero.
Ma moralmente forse la questione è più complessa.

Perché quando un cavallo passa anni sotto la guida di un istruttore, quando contribuisce ai suoi risultati, quando porta il suo nome nei campi gara, quel professionista non può davvero considerarsi estraneo al destino di quell’animale appena termina la convenienza sportiva.

Non significa poter decidere al posto del proprietario.
Non significa trasformarsi nel padrone del cavallo.
Ma significa almeno sentire una responsabilità.
Interessarsi.
Consigliare.
Cercare, quando possibile, di orientare verso una buona sistemazione.

Perché esiste un momento molto delicato che nell’Equitazione si finge spesso di non vedere: il dopo carriera.
Quando il cavallo non porta più risultati.
Quando non è più competitivo.
Quando non fa più curriculum a nessuno.

Ed è proprio lì che si misura davvero la qualità umana di un ambiente.

Finché un cavallo vince, tutti lo amano.
Quando smette di essere utile iniziano le frasi comode:
“Ormai è vecchio.”
“Non salta più come prima.”
“Costa mantenerlo.”
“Bisogna andare avanti.”

Ma un cavallo non è una macchina da gara da sostituire a fine utilizzo.
È un essere vivente che, molto spesso, ha costruito il prestigio di chi oggi parla di esperienza e carriera.

Forse bisognerebbe avere il coraggio di dirlo chiaramente: un bravo istruttore non si riconosce soltanto da ciò che riesce a vincere.
Si riconosce anche da come tratta i cavalli quando non servono più.

E questa riflessione, per me, ha anche un nome preciso: Special Guest.

Ho avuto un cavallo che si chiamava Special Guest.
Un classico irlandese: enorme generosità, coraggio infinito, uno di quei cavalli che magari non fanno rumore, ma che ogni volta che entrano in campo vinceva tutto.

Con lui abbiamo vissuto esperienze importanti.
Finale di Coppa del Presidente unico doppio zero nella squadra della Liguria., a Roma, concorsi internazionali qualifiche per campionati… insomma, un cavallo che ha contribuito in maniera concreta ai risultati della sua amazzone e anche alla mia crescita professionale.

Poi, come succede spesso nell’Equitazione, le strade si dividono.
L’amazzone cambiò gestione, aveva appena ritirato il secondo grado e pensava che dovesse fare un percorso diverso, cambiò scuderia , e il cavallo uscì dalla mia vita.

Io mi ero raccomandato soltanto di una cosa: che non venisse venduto.
Dicevo sempre che un cavallo così meritava semplicemente di finire la sua vita tranquillo, al prato, con dignità, anche perché c’era il potere economico per poterlo fare non erano certi o mezzi che mancavano.

La realtà però andò diversamente.
Special Guest venne messo in vendita , perché dovevano subentrare un nuovo parco Cavalli , ebbe diversi proprietari passò di mano in mano , anni dopo, venni a sapere che si trovava in Toscana, ormai ventiduenne, e che stava per affrontare l’ennesimo trasferimento, il suo  ultimo proprietario voleva venderlo.

E lì ho capito una cosa molto semplice: non potevo fare finta di niente.
Non sarei riuscito a lasciare quel cavallo al proprio destino dopo tutto quello che aveva fatto per me .

Così lo comprai e portato a casa con me .

Ha vissuto serenamente i suoi ultimi anni sui colli piacentini, presso la mia amica Bettina D’Aragona che gentilmente me lo ha tenuto nella sua tenuta , al prato e con il rispetto che meritava.

Lo racconto perché credo che, a volte, nel nostro ambiente ci si dimentichi troppo facilmente di ciò che i cavalli fanno per noi.

Un cavallo come Special Guest non ti lascia soltanto risultati sportivi.
Ti lascia un debito morale.

Perché magari, legalmente, non era mio davvero.
Ma moralmente sentivo di avere una responsabilità verso di lui.

Aveva fatto troppo per me perché io potessi voltarmi dall’altra parte.

E forse, in fondo, il curriculum più importante non è quello scritto nelle classifiche.
È quello scritto nella vita che i nostri cavalli hanno avuto dopo essere passati nelle nostre mani.

E devo anche dire, con piacere, che molti miei allievi storici hanno avuto grande rispetto per i loro cavalli a fine carriera.
Li hanno tenuti con sé fino alla fine, lasciandoli vivere serenamente al prato, senza cercare scorciatoie o liberarsene con una vendita.

E questo, sinceramente, gli fa molto onore.

Perché dimostra che, oltre ad essere stati buoni cavalieri o amazzoni, sono stati persone di valore.
E nell’Equitazione, alla fine, la vera grandezza si misura anche da questo.

Insegnare per familiarità o insegnare per comprensione?Nel mondo dell’equitazione esiste una differenza profonda, quasi ...
26/05/2026

Insegnare per familiarità o insegnare per comprensione?

Nel mondo dell’equitazione esiste una differenza profonda, quasi invisibile agli occhi di molti, ma determinante nella formazione di un cavaliere, di un cavallo e soprattutto di una vera cultura equestre.
È la differenza tra chi insegna per familiarità e chi insegna per comprensione.
La familiarità rassicura.
La comprensione mette in discussione.

E forse è proprio qui che nasce il problema di molta istruzione moderna: osservando il panorama equestre di oggi, si ha spesso la sensazione di vedere lezioni tutte uguali, esercizi ripetuti all’infinito, programmi costruiti con lo stampino, metodologie che si rincorrono come copie conformi le une delle altre. Cambiano i cavalli, cambiano gli allievi, ma il contenuto rimane quasi sempre identico. Una routine rassicurante, ordinata, prevedibile.

Ma l’equitazione vera non è prevedibile.
E soprattutto non è standardizzabile.

Per questo motivo si prova sempre grande ammirazione quando si ha la fortuna di osservare o lavorare con istruttori come Tabarini Bormioli Louradour giusto per citarne alcuni ( in Italia abbiamo molte menti brillanti , basta essere curiosi e informarsi ) Non soltanto per la loro esperienza o per i risultati ottenuti, ma per qualcosa di molto più raro: la capacità di insegnare attraverso la comprensione reale del lavoro.

Loro non insegnano seguendo il branco.
Non cercano la frase che fa piacere sentirsi dire.
Non si rifugiano nella comodità di una lezione standard.

Osservano.

Ed è proprio l’osservazione la loro qualità più grande.
Osservano il cavallo, il cavaliere, la relazione tra i due, la qualità del movimento, le tensioni nascoste, i limiti reali e quelli immaginari. Capiscono che un esercizio eccellente per un binomio può essere addirittura dannoso per un altro. Comprendono che non esiste una ricetta universale e che il vero insegnamento nasce dalla capacità di leggere ciò che si ha davanti, non dal ripetere automaticamente ciò che si è sempre fatto.

Ed è qui che l’istruzione acquista spessore.

Perché un istruttore che insegna per comprensione non protegge necessariamente l’ego dell’allievo. Talvolta mette a n**o difficoltà che nessuno aveva avuto il coraggio di evidenziare. Altre volte smaschera limiti attribuiti al cavallo che in realtà appartengono alla gestione, all’equilibrio o alla cultura tecnica del cavaliere. È un insegnamento meno comodo, ma immensamente più formativo.

La familiarità invece funziona diversamente.
Crea consenso.
Costruisce una sorta di “minestra” che piace un po’ a tutti: l’esercizio alla moda visto in qualche video, la progressione standard, il programma burocratico da seguire senza troppe domande. Si lavora dentro schemi rassicuranti, dentro iter già pronti, senza quasi mai interrogarsi davvero sul perché di ciò che si sta facendo.

E alla fine tutto diventa terribilmente prevedibile.

L’unico elemento che cambia sono i cavalli e gli allievi che passano nel tempo. Ma il metodo rimane fermo. Non evolve. Non si approfondisce. Non si mette realmente in discussione.

Perché osservare richiede fatica.
Riflettere richiede tempo.
Comprendere richiede umiltà.

È molto più semplice rifugiarsi nella routine, seguire programmi prestabiliti, applicare esercizi identici a tutti senza cercare davvero le potenzialità individuali di un cavallo o di una persona. Eppure è proprio lì che nasce la differenza tra un istruttore corretto e un grande uomo di cavalli.

Un grande istruttore non crea allievi dipendenti da un sistema.
Cerca invece di sviluppare sensibilità, autonomia, capacità critica e comprensione del lavoro.

Forse non tutti potranno arrivare ai livelli dei grandi maestri. Ma il punto non è questo. Il punto è chiedersi se oggi esista ancora la volontà di avvicinarsi a un’istruzione di qualità, oppure se ci si accontenti sempre più spesso di un conformismo tecnicamente ordinato ma culturalmente povero.

Ed è una riflessione che ogni istruttore dovrebbe avere il coraggio di affrontare.

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