03/10/2026
Aveva aiutato quasi un milione e mezzo di italiani a prendere la licenza elementare. Ma quando si rifiutò di mettere un’etichetta sui suoi alunni, Alberto Manzi fu sospeso dall’insegnamento per due mesi.
Manzi conosceva il peso delle parole. Le aveva insegnate a bambini, ragazzi detenuti e adulti che non avevano mai potuto frequentare una scuola. Proprio per questo, temeva che un giudizio scritto su una scheda potesse diventare un’etichetta difficile da togliere.
Nel 1981 insegnava alla scuola elementare Fratelli Bandiera di Roma. Era già il volto di Non è mai troppo tardi, il programma che aveva portato le lezioni nelle case di un’Italia ancora segnata dall’analfabetismo.
La notorietà, però, non gli evitò una sanzione: due mesi di sospensione dall’insegnamento per la mancata compilazione dei giudizi analitici sulle schede di valutazione.
Per capire quella scelta bisogna tornare indietro, a molto prima delle telecamere.
Manzi era nato a Roma il 3 novembre 1924. L’esperienza della guerra aveva rafforzato in lui il desiderio di dedicarsi ai giovani. Nel 1946 cominciò a insegnare nel carcere minorile Aristide Gabelli di Roma.
Si trovò davanti circa novanta ragazzi, con livelli di istruzione diversi e storie difficili. Mancavano persino i normali strumenti di una classe: banchi, libri, materiali.
Manzi cercò un modo per coinvolgerli. Cominciò a raccontare la storia di alcuni castori che lottavano per difendere la propria libertà.
I ragazzi parteciparono alla scrittura e portarono il racconto in scena. Con il sostegno del direttore e del sacerdote del carcere, realizzarono anche un giornale, La Tradotta.
Da quell’esperienza nacque Grogh, storia di un castoro, il suo primo romanzo, pubblicato nel 1950.
Scrivere e insegnare sarebbero rimasti legati per tutta la sua vita. Nei suoi libri, tra cui Orzowei, tornavano la libertà, la solidarietà e il rifiuto del razzismo e della violenza. Le storie gli permettevano di accendere la curiosità e di far nascere domande.
Il 15 novembre 1960 arrivò la prima puntata di Non è mai troppo tardi.
Davanti ai televisori c’erano persone adulte, abituate al lavoro e alle responsabilità, che non sapevano leggere o scrivere. Manzi usava parole semplici e disegni tracciati con il carboncino su grandi fogli. Da un’immagine faceva partire una lezione, accompagnando chi guardava verso lettere e parole.
Il programma proseguì fino al 1968. Secondo la stima riportata da Rai Cultura, quasi un milione e mezzo di persone conseguirono la licenza elementare grazie al percorso educativo di cui quelle trasmissioni facevano parte.
Imparare a leggere poteva significare comprendere una lettera senza chiedere aiuto. Scrivere permetteva di rispondere, raccontarsi, affrontare con maggiore autonomia la vita quotidiana.
Quello stesso impegno lo aveva portato anche lontano dall’Italia.
Nel 1955 raggiunse il Sudamerica per una ricerca sulle formiche della foresta amazzonica. Lì conobbe contadini poveri, analfabeti e sfruttati. Negli anni successivi tornò più volte per insegnare a leggere e scrivere, anche con l’appoggio di missionari salesiani.
Il suo lavoro incontrò ostilità. Lui e i suoi collaboratori furono accusati di attività sovversive e alcuni Stati smisero di concedergli il visto. Quelle esperienze entrarono anche nei romanzi La luna nelle baracche ed El loco.
Quando arrivò lo scontro sulle schede scolastiche, Manzi aveva dunque trascorso decenni accanto a persone che avevano bisogno di un’occasione per imparare.
Contestava l’idea che poche righe potessero fissare un bambino in una categoria. Chi era in difficoltà poteva migliorare. Chi sembrava disinteressato poteva trovare una motivazione. E quelle stesse parole avrebbero potuto essere interpretate diversamente da un altro insegnante.
Per lui, valutare doveva servire a capire come aiutare un alunno.
La sospensione suscitò proteste dei genitori, attenzione sui giornali e interrogazioni parlamentari. Nel corso di quella battaglia, Manzi utilizzò anche un timbro con lo stesso giudizio per tutti:
«Fa quel che può. Quel che non può, non fa.»
L’uso del timbro gli procurò una denuncia alla Procura della Repubblica. L’anno successivo scrisse la medesima frase a mano.
Era una risposta ironica, ma esprimeva una convinzione precisa: il bambino descritto oggi su una scheda avrebbe continuato a crescere e a cambiare.
Nel 1992 Manzi tornò in televisione per insegnare l’italiano ai cittadini stranieri. Ancora una volta, si rivolgeva a persone per le quali conoscere la lingua significava poter partecipare più pienamente alla vita del Paese.
Morì a Pitigliano il 4 dicembre 1997, a 73 anni.
Di lui restano le trasmissioni, i libri e quel piccolo timbro. La frase può sembrare una provocazione. Dietro, però, c’è una domanda che riguarda ogni insegnante: che cosa possiamo fare perché un bambino riesca, domani, in ciò che oggi non sa ancora fare?